Il numero più grande è due. Intervista a Fabrizio Caramagna

Come ha esordito?
Ho esordito nel 2009, pubblicando una piccola plaquette di soli 69 aforismi intitolata “Contagocce”. Già in “Contagocce” sperimentavo un nuovo genere letterario, unendo due modelli apparentemente inconciliabili come aforisma e poesia. La scrittura, però, era ironica e ludica, ben diversa dal mio stile attuale.
In quegli stessi anni, ho affiancato alla mia attività di scrittore quella di studioso di aforismi. Ho curato la pubblicazione di numerose antologie dell’aforisma internazionale (Serbia, Romania, Finlandia, Spagna), ho fatto conoscere in Italia numerosi autori di forme brevi e insieme alla Associazione Italiana per l’Aforisma ho pubblicato negli Stati Uniti, in edizione bilingue italiano-inglese, la prima antologia dell’aforisma italiano, con 24 aforisti contemporanei (“The New Italian Aphorists”)

Ne “Il numero più grande è due” lei compone un canzoniere amoroso fatto d’aforismi; ci spiega com’è riuscito a condensare in modo rapido e fulmineo un sentimento ricco di chiaroscuri qual è l’amore?
Parlare di amore è sempre difficile. Da una parte si rischia di essere banali e zuccherosi, dall’altra si rischia di essere freddi, razionali e privi di emozioni. A fronte di un capolavoro come L’amore ai tempi del colera, ci sono migliaia di libri mielosi e finti. Questo rischio è ancora più alto nella forma breve. Soprattutto su Instagram, ci sono degli autori (i cosiddetti “Insta-poet”) che scrivono frasi sciocche e vuote (spesso imitandosi l’uno con l’altro), frasi che fanno accapponare la pelle tanto sono prive di profondità e originalità, come: “Ti aspettavo da tutta una vita”, “Se ha voglia di te non se ne va”, “Fare l’amore senza baciarsi non è fare l’amore”, “Tu sei bella anche quando nessuno te lo dice”, e così via.
Nel libro “Il numero più grande è due” ho provato a parlare d’amore, cercando di evitare il doppio pericolo della banalità/mielosità e della freddezza/prosaicità.

Alberto ed Eleanor sono due persone normali, che devono affrontare i problemi della quotidianità, le incomunicabilità, le freddezze, le disillusioni ed i tracolli. Ha tratto ispirazione dalla vita vissuta, dal vero del mondo. Ce ne racconta l’intenzione?
Nel romanzo si mescolano elementi autobiografici ed elementi di finzione, come in tutti i romanzi da quando esiste la scrittura. Io mi sento molto simile ad Alberto. Sono imbranato ed idealista, amo il mare e la natura, e non mi trovo a mio agio in questa società dominata dall’egoismo e dall’avidità. In una prima stesura Alberto viveva addirittura in un camper in un bosco, come Supertramp nel film Into the wild.
“Il numero più grande è due” è un romanzo sull’amore ma è anche un romanzo sulla difficoltà di due giovani di trovare un riconoscimento e una integrazione in una società dominata dalle logiche del profitto. Una delle tante crisi sentimentali ha origine quando Eleanor si stanca del modello utopico di Alberto e chiede maggiori certezze.

Da anni lei si batte a favore del riconoscimento della “bibliodiversità” della letteratura contro l’eccessiva predominanza della narrativa: ce ne spiega le ragioni?
Se scriviamo la parola “aforisma” il correttore la segna come corretta. Ma se proviamo a scrivere la parola “aforista”, il correttore ortografico mette un bel segno rosso. Quasi come se esistesse l’aforisma, ma non esistessero gli scrittori di aforismi, cioè coloro che danno linfa e contenuto all’aforisma (eppure Nietzsche inserisce gli Aphorismen di Lichtenberg “tra le cinque opere in prosa della letteratura tedesca meritevoli «di essere lette e rilette”). A livello di critica letteraria la situazione non cambia. Sebbene alcuni nomi celebri (ad esempio W.H. Auden o Roland Barthes) gli abbiano dedicato dei saggi importanti, la maggior parte dei critici letterari ignora completamente l’aforisma. Non si sa che cosa sia, si fa fatica a parlarne, lo si tratta come un oggetto misterioso, spesso si finisce per identificarlo con La Rochefoucauld o Lichtenberg o Oscar Wilde o Karl Kraus, ignorando l’esistenza di centinaia di altri autori. In libreria i libri gli aforismi sono pressoché inesistenti (a meno che uno cerchi antologie aforistiche per tema come ad esempio gli aforismi sulla felicità o sull’amore) e quando sono presenti non hanno uno scaffale dedicato a loro ma sono mischiati con i libri di poesia o con i libri di filosofia. A scuola, in mezzo a tanta, troppa poesia e narrativa, si trova poco spazio per altri generi letterari minori, tra cui l’aforisma.
Sono molti i generi letterari trascurati, ma l’aforisma – che è stato il primo genere letterario della storia – lo è più di tutti. Riconoscere la bibliodiversità vuol dire riconoscere l’importanza di altri generi letterari rispetto allo strapotere della narrativa. Vuol dire insegnare nelle scuole non solo la poesia e la narrativa ma anche altri generi (l’aforisma, ma anche, per esempio, il teatro o il fumetto), vuol dire non esporre nelle vetrine delle librerie sempre e solo romanzi e saggi, vuol dire parlarne di più sui giornali, e così via. Possibile che il principale premio letterario italiano, Il Premio Strega, debba sempre e solo premiare opere di narrativa?
Proprio per promuovere la bibliodiversità, ho preso il genere del romanzo, l’ho svuotato e destrutturato e l’ho fatto diventare romanzo aforistico. “Il numero più grande è due” mostra come dall’incrocio di due generi letterari (in teoria opposti, il prolisso e il breve) possano nascere nuove forme letterarie.

Le è capitato d’usare i suoi stessi aforismi?
Io penso, parlo, mangio, immagino e sogno in modo aforistico. Ogni mia frase, ogni mio pensiero, ogni mia sensazione è aforistica. Quindi il processo è l’opposto di quanto mi chiede. Non sono gli aforismi che scrivo che vengono ripresi nella vita quotidiana, ma sono gli aforismi che penso e che vivo che poi finiscono nella scrittura.

Qual è il suo rapporto con i lettori, le scrivono, le chiedono pareri ed opinioni?
Apro una parentesi. Io non comprendo quegli autori “snob” che non rispondono a nessuno. Non li giustificherei neanche se scrivessero capolavori (che peraltro non scrivono). Io rispondo a tutti. E’ una questione di gentilezza, di educazione, di rispetto. Poi il rapporto con chi legge i miei aforismi è variegato. Molti conoscono le mie pagine social e mi seguono commentando e interagendo. Ma molti (e sono tanti) citano le mie frasi, senza sapere davvero chi sia Fabrizio Caramagna. Alcuni, quando hanno scoperto per caso che avevo un account sui social, mi hanno confessato che pensavano che io fossi un autore scomparso del secolo scorso! (tocco ferro!)

Ritiene che l’aforisma sia un genere contemporaneo, considerata la velocità del web?
Questa è l’epoca della rapidità e del frammento. Pensiamo alle conversazioni in chat. Ci scriviamo brevi pensieri con una manciata di parole. La nostra attenzione si perde di fronte a un periodare eccessivamente lungo. L’aforisma, per la sua brevità e condensazione, ben si presta a questa forma di comunicazione frammentaria.

Giusy Capone

Fabrizio Caramagna
Il numero più grande è due
Mondadori, 2019
260 pp.