Nizar Qabbani: intervista a Silvia Moresi

Professoressa Moresi, lei ha tradotto “Le mie poesie più belle” di Nizar Qabbani, uno tra i più celebri poeti arabi contemporanei. Qual è la motivazione sottesa alla scelta di tradurre tale antologia, considerata la vastità della produzione del poeta siriano?

Ho conosciuto Nizar Qabbani durante gli studi di lingua e letteratura araba e, da subito, ho percepito la potenza e la bellezza dei suoi versi, comprendendo anche l’importanza di questo autore all’interno del quadro generale della poetica araba. Nizar Qabbani fu, infatti, uno dei poeti che, a metà del ’900, fece rifiorire la poesia araba, da sempre genere letterario cardine nel mondo arabo, che stava però attraversando un lungo periodo di stallo e decadenza. La quasi totale assenza delle opere di Qabbani in traduzione italiana mi ha dato l’idea di intraprendere questo progetto traduttivo anche per colmare questa enorme lacuna. Poi, la scelta di questa antologia in particolare è stata quasi una scelta “obbligata”. Visto che questo grande poeta siriano era sconosciuto al pubblico italiano, la traduzione del suo diwan “Le mie poesie più belle” mi è apparsa come la scelta migliore, perché è una sorta di auto-antologia, una auto-presentazione del poeta stesso. Fu, infatti, proprio Nizar Qabbani, nel 1971, quindi dopo già trent’anni di carriera poetica, a scegliere quali poesie inserire in questo libro. Una scelta difficile, dolorosa e sofferta, come il poeta stesso scrisse nella prefazione all’antologia, ma che lo portò in qualche modo a determinare quali fossero le sue “poesie chiave”. In effetti, in questa raccolta sono presenti tutti i temi focali della poetica di Nizar Qabbani: l’amore, il sesso, la celebrazione del corpo femminile, la critica verso il mondo patriarcale; temi che riescono a disegnare un mondo arabo diverso, fatto di mille sfumature, e di contraddizioni.

Qabbani si presenta come un poeta portavoce delle istanze di liberazione della donna, un esempio sono i versi di “Lettera a un uomo”. Nella traduzione ha tenuto conto del suo pensiero e del suo vissuto personale all’interno della società araba?

La poetica di Qabbani è inscindibile dal suo vissuto personale. Nei suoi versi sono moltissimi i riferimenti ad episodi della sua vita privata e alle persone che della sua vita fecero parte.
Il poeta nacque in una famiglia borghese, e visse la sua infanzia e la sua adolescenza in una bellissima casa a Damasco, circondato da donne, sua madre e le sue sorelle.La sua esistenza tranquilla, in questo mondo quasi incantato, verrà sconvolta, nel 1938, da un tragico evento: il suicidio di Wisal, una delle sue sorelle maggiori, a cui non era stato permesso di sposare l’uomo che amava. Questo grave episodio sarà sicuramente uno tra i motivi della ribellione poetica diQabbani, che divenne un tenace oppositore della società patriarcale e portavoce delle istanze di liberazione delle donne nella società siriana, ed araba in generale. La poesia Lettera ad un uomo, che inizialmente era parte di un componimento più lungo, e in cui a parlare è una donna frustrata e oppressa, fu ispirata proprio da questo evento luttuoso, e non a caso il poeta la fece pubblicare nel 1968, anniversario della morte di sua sorella.

Le liriche di Qabbani offrono uno spaccato del mondo arabo molto diverso dall’immaginario comune. Lei ha riscontrato un sogno di riscatto della società araba nei suoi versi?

Tutta la letteratura araba offre uno spaccato diverso rispetto all’immaginario comune che abbiamo in Occidente sul mondo arabo. La società araba (siriana nello specifico) raccontata da Qabbani, era una società bigotta, patriarcale, oppressa dai poteri politici e religiosi che tentavano di bloccare qualunque tipo di sviluppo culturale, e inibivano anche i rapporti tra i sessi. In questa stessa società c’erano, però, anche intellettuali, scrittori e poeti che opponevano una strenua resistenza a questi mortiferi poteri. Questi intellettuali e questi scrittori ci sono anche oggi nelle società arabe ma noi, in Occidente, non ne abbiamo notizia, perché ci informiamo solo dai media mainstream, non leggiamo letteratura araba, non facciamo parlare sui giornali o in televisione gli intellettuali arabi.Le società dovrebbero essere esaminate nella loro complessità, e non attraverso pochi e confusi elementi messi insieme e diffusi dall’esperto di turno. In questa antologia, ad esempio, sono presenti due poesie scritte e pubblicate negli anni ’50: Incinta, che parla della libera scelta di una donna di abortire, e Poesia maligna, in cui viene descritta la passione e l’amore tra due donne. In Italia, negli anni ’50, sarebbe stato possibile pubblicare, su una rivista, poesie con questi argomenti?

Le liriche di Qabbani contengono immagini semplici e delicate, fiori ed oggetti della quotidianità, difficili da riprodurre. Come ha superato quest’ostacolo?

Questa è stato, senza dubbio, il punto più complesso del processo traduttivo: restituire e ricreare in italiano queste semplici immagini, superbamente riprodotte in arabo, senza cadere nella banalità. Sicuramente l’aiuto maggiore è stato l’essere un’accanita lettrice di poesia in generale che mi ha dato la possibilità di avere a disposizione un lessico e immagini poetiche diverse e variegate da cui attingere.

Il linguaggio poetico di Qabbani pare costituire una visione d’una possibile emancipazione dagli oscurantismi religiosi e politici. Egli è riuscito ad inventare un linguaggio adatto ad un’educazione sentimentale. Come ha ricreato quel linguaggio erotico in Italiano, sostenendo l’estrema musicalità del verso arabo?

Nella traduzione dall’arabo all’italiano è praticamente impossibile mantenere la musicalità del verso poetico arabo, perché le due lingue sono troppo diverse per struttura e suono. Quello che si può provare a fare è tradurre ogni verso, facendo “dialogare”l’immaginario poetico dell’autore con la musicalità della lingua italiana. Non è semplice, ci vuole tempo, pazienza e passione per trovare parole “meticce”.
Più che un linguaggio adatto ad una “educazione sentimentale”, direi che Qabbaniè riuscito a creare un nuovo lessico per la passione, facendo diventare l’amore una forza rivoluzionaria.
L’amore è spesso snobbato da alcuni intellettuali, io stessa, da sempre più interessata ad argomenti politici, non riuscivo a coglierne la forza. Quello di cui parla Qabbani non è l’amore per gli esseri umani, cioè un generico concetto di fratellanza, ma proprio la passione reale tra due persone; la passione è che sempre l’opposto dell’adeguarsi a scelte comode e ipocrite. L’amore e i rapporti personali sono lo specchio di quello che poi noi siamo in società. Le rivoluzioni, anche quelle più politiche, non sono mai vere e durature se non partono da rivoluzioni personali, sessuali e identitarie. Lo spiegherà benissimo anche Fatemi Mernissi in La terrazza proibita: «A che serve organizzare una rivoluzione, se il nuovo mondo che nasce è un deserto emotivo?».

Questa è un’epoca drammatica per il Medio Oriente; spesso, narrato come monolitico, statico, popolato da gente gretta. Qabbani ci restituisce, invece, un mondo ricco di sfumature, vivo e vitale. Gli Arabi amano la vita?

Non è la prima volta che mi viene fatta questa domanda, e spesso mi viene da rispondere con un’altra domanda… cosa si intende per Arabi? Tutti i cittadini che appartengono ai ventidue paesi di lingua araba? Beh, e allora è impossibile poter parlare di una categoria così vasta, che comprende società culturalmente molto diverse e anche geograficamente distanti. E poi, l’amore per la vita è un sentimento che riguarda il vissuto personale, le esperienze positive e negative, l’approccio che ogni persona ha nei confronti della vita. Certo, capisco anche il perché mi viene fatta questa domanda. Le immagini che arrivano dal mondo arabo, in particolare dal Medio Oriente, descrivono spesso devastazione, morte e guerra (ovviamente nel mondo arabo c’è molto altro). Ma altre immagini di morte e dolore ci arrivano oggi dai confini europei. Migliaia sono i migranti lasciati a morire in mare con un grado di disumanità inimmaginabile. E allora perché non ci poniamo la stessa domanda, ma gli europei amano la vita? E gli italiani?

Giusy Capone