Platone totalitario. Intervista a Vincenzo Fiore

Il pensiero politico di Platone è stato sottoposto a numerose interpretazioni, fino al Novecento, secolo in cui si è radicata l’opinione che il Filosofo ateniese fosse il capostipite dei moderni totalitarismi. Chi è il fautore di tale tendenza esegetica?

Sebbene già fossero stati pubblicati dei testi che accostavano i totalitarismi del secolo scorso al pensiero politico platonico, è stato Karl Popper con la sua opera La società aperta e i suoi nemici a rivoluzionare, nel bene e nel male, la rilettura del filosofo ateniese.

Il suo testo, “Platone totalitario” (Historica, 2017), ci offre molteplici confronti storico-filosofici finalizzati a comprendere le ragioni di un Platone filo-comunista e di un Platone filo-nazista. Quali posizioni platoniche le paiono accostabili alle ideologie rivoluzionarie e alle ideologie reazionarie caratterizzanti il Novecento?

È interessante ricordare, ad esempio, che il primo Codice della famiglia promulgato dopo la Rivoluzione d’Ottobre risente fortemente degli influssi platonici. Fino al 1923, quindi prima della svolta stalinista, Platone verrà presentato come l’antesignano della pedagogia sociale sovietica. Inoltre, Bertrand Russell suggeriva un parallelismo fra l’apparato del Partito comunista russo e l’organizzazione strutturale dei phylakes, sostenendo anche che i tentativi post-rivoluzionari di interpretare i vincoli familiari, alludendo all’Eros alato della Kollontaj, provenissero da un’eco chiaramente platonica. Infatti, nelle opere della “valchiria rossa” c’è un inequivocabile rimando al Fedro.

Non trova che leggere Platone alla luce delle categorie delle moderne ideologie sia un tradimento del significato più autentico del suo discorso politico?

Certamente, come sosteneva Giovanni Reale, se si pretende di leggere La Repubblica in funzione delle categorie delle moderne ideologie, si tradisce il significato più autentico del discorso politico platonico. È ovvio che ogni qualvolta si tenti di trasformare un gigante della storia del pensiero in un intellettuale di partito si sfoci inesorabilmente nel ridicolo, figuriamoci se questo accade per giustificare pratiche deprecabili come l’eugenetica dei nazisti o l’espulsione dalla città da parte dei khmer rossi cambogiani. Tuttavia, questo è accaduto, il che rivela interessanti spunti di ricerca che ogni studioso serio non può non prendere in considerazione ed esaminare.

Platone attacca le fondamenta della democrazia ateniese. Dove vanno cercate le radici del risentimento antidemocratico platonico?

Credo che si possa definire Platone antidemocratico nella misura in cui egli analizza i meccanismi socio-politici e psicologici che deformano la prassi democratica. Inoltre, va sottolineato che il concetto di democrazia nel mondo antico è del tutto diverso da come lo si intende oggi (è bene ricordare che fu proprio il regime democratico a condannare l’amato maestro di Platone, cioè Socrate). Platone vedeva la democrazia ateniese come una nave che naviga in un mare in tempesta, nella quale marinai inesperti (i demagoghi) cercano di prendere in mano il timone, tacciando contemporaneamente il vero tecnico del pilotaggio (il filosofo-reggitore) di essere soltanto un chiacchierone. Il proprietario della nave (il demos) sordo e con una vista troppo corta, è colui che sovrasta il restante equipaggio per statura e per forza (la maggioranza); ma date le sue scarse conoscenze nautiche, egli finisce spesso per lasciarsi ubriacare dai marinai che sostengono che le tecniche di pilotaggio della nave non possano essere insegnate. Penso che quest’analisi contenuta nel VI libro de La Repubblica resti ancora oggi insuperata.

La tirannia, programmata e concretamente realizzata, in che misura si differenzia dal pensiero platonico?

Innanzitutto nel fatto che la kallipolis è rimasta soltanto nella sfera dell’ideale. Platone non riuscì mai a sperimentare nel concreto le sue idee, anzi, dopo i fallimenti di Siracusa con le Leggi ci sarà anche una certa svolta del suo pensiero. In secondo luogo, Platone si muoveva nel piccolo contesto dell’Atene del IV secolo a. C., mentre i totalitarismi si sono mossi in un mondo estremamente più complesso e articolato. Difficile in questa sede entrare pienamente nel merito di tali questioni. Oggi resta sicuramente la certezza che, sebbene il corpus platonico abbia influenzato le più svariate ideologie, la filosofia politica di uno dei più grandi pensatori della storia non può essere ridotta alla follia totalitaria e criminale che ha esasperato il Novecento.

Giusy Capone

Vincenzo Fiore si è laureato in Filosofia presso l’Università degli Studi di Salerno. Ha esordito con il romanzo”Io non mi vendo” (Mephite); ha pubblicato nel 2014 il racconto “Esilio metafisico” prima su “Il Mattino” e, successivamente, nella raccolta diretta da Franco Dragone: “Cairano. Relazioni Felicitanti” (Mephite). Nel 2016 ha pubblicato il suo secondo romanzo “Nessun titolo” (Nulla die). Collabora ad una rubrica storica del Quotidiano del Sud. Fa parte del gruppo di ricerca “Progetto Cioran” sotto la direzione del Prof. Rotiroti (Università Orientale di Napoli) e del Prof. Ciprian Valcan (Università Tibiscus, Romania).