“Negro. Lettera ad una madre”: la storia di un viaggio.

 Dottor Kuate lei è proveniente dal Camerun; è arrivato in Trentino nel 2007; in quell’anno in Italia arrivarono circa 20.000 persone, prevalentemente su gommoni; invece, lei giunse in aereo, in classe turistica, in tasca una borsa di studio dell’Università di Trento, pronto a seguire il suo corso in filosofia. Nel 2015 si è laureato ed ha visto pubblicare il suo primo libro “Negro – Lettera ad una madre”, nel quale analizza i punti di vista sull’integrazione di un africano nella sua patria ed in Trentino. Ci narri le sue iniziali esperienze di studio e di lavoro nella misura in cui esse hanno contribuito alla sua formazione.

Sono arrivato in Italia, a Trento, nel 2007, tramite un accordo bilaterale fra l’Italia e il Camerun. Quell’accordo, che dura ancor oggi, consente ai giovani di recarsi in Italia per motivi di studio. Per fare ciò, devono soddisfare ad alcuni requisiti: avere in tasca un diploma di maturità, seguire un corso di lingua di livello B1 (CELI), superare l’esame finale ed, infine, scegliere un’università italiana, dopo la preiscrizione. Soltanto a queste condizioni si può ricevere il visto. Ho intrapreso gli studi di Filosofia, il che dispiaceva moltissimo ai miei genitori. Avrebbero preferito che studiassi materie come Economia, Informatica oppure Scienze mediche; insomma, qualcosa che mi avrebbe procurato subito “da mangiare”. Mi ricordo ancora che, durante l’adolescenza, mio padre mi diceva sempre che prima di dedicarsi alla letteratura bisogna “sistemarsi” in società. Scrivere è sempre stata la mia passione, fin da bambino. Un amico, col quale ho frequentato l’asilo nido, mi disse, anni dopo, che un giorno, davanti ad un manuale, gli avevo detto che, in futuro, avrei pubblicato tanti libri. È un episodio che avevo completamente dimenticato, e me l’ha ricordato lui. Quindi, durante la mia infanzia, leggevo molto, scarabocchiavo, poi mi esercitavo a trovare la mia concezione filosofica del mondo. Per cui, recarmi nella facoltà di Filosofia è stata una scelta piuttosto logica. Mi sembra anche ovvio che senza quel percorso di studio non avrei avuto a disposizione tutto il materiale (in termini di idee, argomentazioni) che ho messo dentro questo libro. In particolare, la critica, nel capitolo quarto, all’Occidente e ai suoi valori, mi viene da questo filone di studi molto sviluppato nell’area anglosassone, chiamato “studi post-coloniali”. Gli iniziatori sono Franz Fanon, oppure Edward Said con la sua opera fondativa: l’Orientalismo, mentre gli attuali rappresentanti più eminenti sono, fra altri, Homi Bhabha oppure Achille Mbembe, Camerunese come me.

Il suo libro è la storia di un viaggio, raccontato sotto forma di lettera a sua madre. Ci spieghi il titolo, a mio parere, fortemente provocatorio.

Il titolo, in francese, è: “Lettre d’un mbenguiste à sa mère”; cioè “Lettera di un mbenguiste à sua madre”. Il termine mbenguiste si riferisce ad un Camerunese che vive fuori dal paese, specie in Occidente. È un termine esclusivamente camerunese, un camerunismo. Quindi, i Camerunesi che vivono in patria chiamano quelli emigrati mbenguiste – un po’ come i Nigeriani chiamano i compaesani emigrati negli USA Americanah. Durante la traduzione, abbiamo cercato, il professore Gerardo Acerenza ed io, di rendere quella parola in italiano. Ci è venuto in mente immigrato, extracomunitario oppure semplicemente Camerunese, anche se non rendevano perfettamente la parola mbenguiste. È stata l’editrice a proporci, nella traduzione del titolo, negro, anche nell’intento di dare come diceva lei un pugno allo stomaco al lettore. D’altronde, quella provocazione calza a pennello con la copertina ed il tono del libro stesso. Infatti, il testo si rifiuta a qualsiasi politically correct, adotta talvolta un linguaggio che potrebbe sembrare scandaloso. Così, da subito, il titolo proposto dall’editrice ci è piaciuto molto e l’abbiamo accettato.

Lei evoca, soventemente, un candore infantile, che presto l’abbandonerà, facendo spazio ad una cocente disillusione ed a sogni di rientro. L’immagine che descrive, in maniera disincantata, è quella di un’Europa sfigurata e declinante che ha, ormai, smarrito lo sfolgorio che, da sempre, seduce chi risiede lontano e che l’approccia, spesso abdicando alla sua identità culturale ed ai suoi valori. Ci racconti le opinioni che, oggi, ha formulato circa il “vecchio” continente.

Lo svolgere del libro, sia nelle tematiche trattate che negli avvenimenti, corrisponde ad un percorso, quello che vive in generale un immigrato. Finché si è lontani, cioè nel proprio Paese, guardando l’Europa da lontano, appare sempre affascinante, perfetto. Ed è questo che spinge chiunque nel tentativo, a volte disperato, di lasciare casa propria. Certo che se gli immigrati lasciano la propria patria, è per via di vari problemi – povertà, guerra, ecc –, però, dall’altro lato, ci sono anche tante illusioni su che cos’è l’Europa, o l’Occidente in generale. Lo sappiamo fin troppo bene, noi immigrati che ogni tanto torniamo nel nostro Paese; vediamo come i concittadini si comportano nei nostri confronti. Quando si sbarca in Europa, si è pieni di pregiudizi – nel senso positivo della parola. Poi, man mano che passa il tempo, ci si imbatte nella realtà quotidiana, spesso poco gradevole. Allora, arrivano le disillusioni ed anche le critiche. In questo caso, c’è altro che si osserva in tutti gli immigrati sistemati qua da tanto, tantissimo tempo: criticano l’Europa, però non la lasciano, continuano a viverci. Il rapporto fra l’immigrato e l’Occidente è un rapporto d’amore ed odio. Nel mentre, ci si vive e si gode di tutti i suoi benefici, si pesta contro di essa. Facendo un salto sui social media, ci si rende conto del sentimento anti-francese delle ex-colonie – Camerun e Costa d’Avorio, per esempio. La mia opinione personale nei confronti dell’Europa viene dai pensatori delle cosiddette Postcolonial Studies. Vedo, infatti, un’Europa che ha dominato per tanto tempo il mondo, ma che, in questa dominazione, ha abusato della sua posizione privilegiata. Vedo un’Europa che si è sempre concepita come centro del mondo; insomma un’Europa di cui ci sarebbe tanto da dire, nel senso di una desacralizzazione.

Lei è stato salutato dalla critica francese e francofona come uno dei più acuti osservatori della diaspora camerunense. Qual è sua visione del Camerun, suo paese natale, dall’Europa, nella fattispecie dall’Italia?

Stare fuori dal Paese radicalizza lo sguardo che un immigrato può avere sulla propria patria. Delle dinamiche che si tollerava prima del viaggio vengono valutate con più durezza, più rigidità. Da quando il Paese è indipendente, cioè dal 1960, si può dire che non c’è mai stata alternanza politica. Il primo presidente della Repubblica è deceduto nel 1981, sostituito dall’attuale, che però era già nel governo da decenni, da quando lui stesso aveva circa 35 anni – oggi ne avrà 85 circa. Molti giovani, iniziando da me stesso, non sanno cosa sia l’alternanza politica, perché nel corso degli anni vengono organizzate elezioni, senza che mai qualcosa cambi poi. Gli mbenguiste, in genere, sono molto duri con quei dirigenti che hanno monopolizzato il potere e congelato il progresso. Però, sono duri anche verso le popolazioni, le accusano di essere disfattisti, di accettare queste condizioni di vita senza mai cercare di sollevarsi, di ribellarsi. Quelli rimasti in patria rispondono che la vita non è così terribile quanto si potrebbe credere, e che d’altronde dovrebbero essere proprio loro, i mbenguiste, a dare l’esempio, ovvero a tornare in patria e sollevarsi contro la classe dirigente.

Il suo testo è stato tradotto dal Francese da un gruppo di studenti dell’Università di Trento, guidati dal professor Gerardo Acerenza. Ci esemplifichi le ragioni dell’interesse linguistico costituto dal suo scritto.

Quando sono andato dal Professor Acerenza, lui stava riflettendo ad un progetto di laboratorio di traduzione all’interno dell’Università, un laboratorio che sarebbe avrebbe trattato direttamente con le case editrici. Il professore Acerenza osserva, spesso, che, all’Università, si svolgono solo traduzioni academiche, cioè esercitazioni di traduzioni di brani di libri, spesso dei classici, già tradotti decine di volte. Invece, la sua ambizione era di promuovere una traduzione professionale, cioè quella che farebbe un professionista, in sede universitaria. E la cosa non è semplice, gli studenti non sono ancora degli esperti in traduzione. Quindi, l’idea è stata quella di fare ciò che si chiama nel campo “traduzione di gruppo”. Andavo sempre a lezione, partecipavo alla traduzione, in modo da orientare il lavoro e dire le mie intenzioni. Dopotutto, si sa, è ancora il Professore a sostenerlo, molto spesso, che il sogno di ogni traduttore è di lavorare gomito a gomito con l’autore del libro. Questo romanzo appare, di fatto, non solo come il mio primissimo libro, ma anche come il primo frutto di quel laboratorio di traduzione. D’altronde, in questo stesso momento, stiamo traducendo, sempre con la medesima modalità, il mio secondo libro, “Ménage en Otage” uscito in francese ad agosto scorso. Da subito, il professore Acerenza ha notato che il libro era stato scritto in una grande ricchezza stilistica. Gli stili sono variegati, vanno dai tipi di parlato – sostenuto, di strada, volgare – ai regionalismi – ci sono vari modi di dire propri al Camerun. La sfida del Professore era di rendere tutte quelle ricchezze, di non appiattire per così dire il testo in uno stile solo.

Lei ha evocato un secondo libro che sarebbe in corso di traduzione. Di che cosa parla.

Si intitola “Ménage en otage”, sarebbe, letteralmente tradotto: “Coppia in ostaggio”. È un libricino (appena 100 pagine nella versione francese). Narra di una coppia in crisi, il cui coniuge sparisce dall’oggi all’indomani. La moglie teme che gli sia capitato il peggio, ma sospetta anche che lui sia tornato nel proprio paese a trovare un’altra donna. Il libro finisce con un colpo di scena, che non svelerò. È un libro che tratta delle problematiche di coppie miste – l’uomo è Camerunese e la donna Italiana –, problematiche che ho soltanto sfiorato in “Negro. Lettera ad una madre.” Le coppie miste sono una realtà che vorrei indagare veramente a fondo nelle mie prossime opere.

Khristian Kuate è nato in Camerun; si è laureato in Filosofia presso la Facoltà di Lettere e Filosofia dell’Università degli Studi di Trento.

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