Avrei leccato via il sangue da ogni tua ferita e ancora e ancora e ancora. Il breviario sentimentale di Fabio Rodda.

Dopo il romanzo d’esordio “Gli infiniti possibili”, Lei torna con una raccolta di racconti: “Solo per i tuoi occhi blu”.

Ci spiega l’esigenza di dedicarsi alla narrazione di breve respiro?

È stata una necessità. Come tutto quello che per me appartiene al mondo della scrittura, anche il “come” scrivere è venuto da sé, da una richiesta interiore. È semplicemente successo. Una mattina in treno, mentre da Bologna tornavo nella mia valle per un’emergenza, ho cominciato a buttare giù una voce che è diventata un racconto. Al mio arrivo a Feltre era nato il primo dei sette racconti che originariamente dovevano comporre la raccolta, poi diventati cinque di comune accordo col mio editore, Matteo Pioppi di Bébert Edizioni, che con me ha fatto un lavoro umano prima che letterario molto profondo. Ragionandoci, posso dire che la scrittura “breve” è un esperimento interessante: ti obbliga a condensare tutta l’emozione in poche righe. Un romanzo è come un’intera opera classica: entri a teatro, ti siedi e per due ore e mezza, tre, quattro, ascolti un’orchestra. Hai tempo di emozionarti, distrarti, dimenticarti il passaggio che prima ti aveva colpito per ricordartelo una volta uscito. È un susseguirsi di momenti in cui c’è spazio anche per il silenzio e, addirittura, la noia. In un romanzo godi anche della costruzione, della bravura stilistica e del montaggio. Un racconto è un concerto punk: venti minuti sul palco in cui devi dare tutto e o arriva o non arriva. O ti prendi gli applausi e ti butti sulla gente sudata che poga a un centimetro da te, o vedi le facce di quelli che escono dal club e se ne vanno. È, secondo me, un rischio dal punto di vista artistico. Ma una fortissima scarica di adrenalina. Ti costringe a sussultare mentre scrivi. E io non sono mai riuscito a stare seduto composto.

Questo è un libro che gratta il fondo buio della sfera affettiva; vaglia meticolosamente i sentimenti, emozione, ossessione, attrazione, passione, per poi scaraventarli, di nuovo, sul fondo, senza sterili edulcorazioni.

Qual idea ha voluto che emergesse dei rapporti umani?

Non volevo esprimere un’idea, ma raccontare dei sentimenti. Non c’è nessun fine pedagogico, sociologico, non voglio nemmeno mostrare il mio punto di vista su una cosa. C’è solo il racconto di una serie di fratture cui volevo dar voce. Tutto è mosso da un’urgenza che trascende qualunque fine. Era il bisogno di far uscire quello che doveva uscire; erano i personaggi che volevano farsi raccontare a pretendere che dessi loro una voce. È stato tutto istinto e corsa, poca riflessione e nessuna volontà di esprimere altro che il dolore che queste voci volevano raccontare.

Il suo pare profilarsi come un resoconto d’insieme sull’amore, visto sempre come crudele ed egoista, un’immersione nella contemporaneità spietata e disillusa.

Reputa che alcool, droghe e sesso, pratiche incessanti dei suoi personaggi, possano rappresentare balsami o farmaci per lenire l’amara ruvidezza della realtà?

Non lo credo, ne sono convinto! Chi, sofferente per amore, non si è attaccato al bancone di un bar, o si è gustato l’oblio di qualche sostanza o, ancora più comune anche tra i ben pensanti che non usano alcol e droghe, non si è tuffato fra mille braccia il cui unico motivo era far dimenticare le braccia che voleva a stringerlo? La mia non è una risposta con connotazioni morali: non mi interessa se sia giusto ubriacarsi, drogarsi o cercare conforto nel sesso facile e casuale, però sono i più comuni, inutili ma inevitabili – almeno credo – rimedi al mal d’amore. Per quanto riguarda il rapporto con la realtà, io sono sempre stato un teorico della lucidità come valore fondante: essere lucidi significa essere consapevoli, non mentire e non mentirsi riguardo la vita, il suo senso o no, il suo bello e i suoi dolori. Ho studiato e scritto di Emil Cioran, il filosofo che più di tutti nel secolo scorso si è fatto baluardo proprio dell’essere lucido di fronte alla vita come unica forma possibile di conoscenza autentica. Tuttavia, è innegabile che dopo due pinte al tramonto il mondo diventa più leggero. E non sarò mai io a condannare la ricerca di leggerezza.

Le nostre ore contate di Massimo Volume; Drugs dei The Black Procession; Fleet Foxes de Le Ceneri e i Monomi; The King is Dead degli Ofeliadorme; Used to Love Her dei Guns’n’Roses: ogni racconto porta il titolo di una canzone e tutti i protagonisti hanno in comune occhi blu.

Ci svela le ragioni di queste scelte?

Erano la “colonna sonora” di ogni racconto. In alcuni casi, come per Drugs e Fleet Foxes, ne sono stati ispirazione. Io vivo ascoltando musica. La prima cosa che faccio al mattino, prima di fare colazione, è far partire un disco, mettere della musica. Non trovo concepibile scrivere senza musica. Quando mi occupavo di filosofia erano Chopin, Mozart e Beethoven; per il mio primo romanzo ho addirittura inserito, dopo il titolo, una pagina con la colonna sonora del libro.

In questa raccolta ho ovviato a un annoso problema, quello del titolo, con il pezzo che si intrecciava alle mie parole, citandone anche un passaggio che più di altri s’integrava col mio racconto, quasi a farne da “apertura”. Per quanto riguarda gli occhi blu, tutto è nato da una scena di Fleet Foxes: Emma, la protagonista, si guarda allo specchio e vede riflessi gli occhi del suo amore perduto perché entrambi hanno gli occhi blu. Il protagonista di Drugs dipinge due occhi sul pavimento: sapevo che avrebbe usato una matita color oro e su quale colore sta bene l’oro se non il blu? A questo punto perché non caratterizzare racconti diversi per tono, ritmo e stile con un filo rosso che unisse il tutto. E questo filo rosso sono diventati due occhi blu.

Ho trovato efficace Used to Love Her, in cui Lei si cala nella mente di un femminicida: è un viaggio in una psiche dolente. Ce ne esemplifica le scelte linguistiche?

Sono molto contento di questa domanda: è la prima volta che mi viene posta e credo che questo sia il racconto meno in sintonia con il resto della raccolta e sicuramente quello per me più importante: Used to Love Her è una storia nera. Mi sono voluto calare nella testa di qualcuno che non può essere più lontano da me. Un assassino. Una persona che uccide colei che dice di amare. Un tema, aihmè, che negli ultimi anni è letteralmente esploso per la quantità drammatica di questi crimini. Quando scrivevo quel racconto non si parlava di femminicidio, o almeno non così tanto e non ho minimamente pensato al risvolto “sociale” di quello che stavo scrivendo. Volevo solo sperimentare un paradosso: calarmi nella mente di qualcosa che detesto cercando di giustificarne il comportamento. Far vedere al lettore un abominio disturbante, ovviamente condannabile e deprecabile, attraverso lo sguardo follemente lucido ci colui che lo ha commesso. Colui che, con assoluta logica (che non significa niente, non ha connotazione morale, ma ci costringe a “empatizzare”) spiega che il suo gesto di odio è stato determinato da troppo amore. È il nucleo di un lavoro molto più ampio che ancora aspetta di nascere, ma che presto comincerà a germogliare. Per quanto riguarda la lingua, ho seguito la musica che gli ha dato contorno: ruvida, veloce, ritmata. Il racconto di una brutalità ghignato al bancone di una bettola. Tutto tirato a mille, senza pause, senza riflessione, senza pensiero. Ho voluto sperimentare. È stato violento. Quasi doloroso, vomitevole. Ma la scrittura, quando non vuole essere mero intrattenimento, non può che venir fuori dal sangue. E, si sa, per far vedere una goccia di sangue al lettore, bisogna versarne litri sulla pagina. Ecco, in quel racconto, ma in tutta la raccolta, ho sanguinato parecchio.

Giusy Capone

Fabio Rodda ha pubblicato Cioran l’antiprofeta-fisionomia di un fallimento (Mimesis), Gli infiniti possibili (Abao Aqu edizioni) ed il volume collettivo Già letteraria (Pendragon edizioni). Attualmente collabora con due fanzine: Sniffin’ Glucose e NO HOPE fanzine.

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