“Io sono l’orso, io sono la minaccia, io sono il male di cui soffro”

Ne “L’uomo che trema” Lei osserva la depressione come qualcosa d’altro da sé; ne fa una cronaca lucidissima, un reportage minuzioso, un memoir disincantato. Qual è il messaggio che intende trasmettere ai suoi lettori? Come sappiamo la depressione è un male che affligge milioni di persone soltanto nel nostro Paese…

Non so se scrivo perché voglio “trasmettere un messaggio”. In realtà, scrivo perché il più delle volte voglio raccontare una storia. Ecco, se intendiamo la storia come un messaggio, allora voglio “trasmettere una storia”. In questo caso ho voluto raccontare com’è la realtà osservata attraverso gli occhi di un uomo afflitto da una pesante forma di depressione. Più che per le persone depresse, questo libro è per chi non sa, o non capisce, o semplicemente non immagina. Idealmente la mia mano è rivolta a loro, è come se dicessi: “Venite con me, vi porto a fare un viaggio in un posto in cui non siete mai stati”.

Lei scandaglia le reazioni del corpo e della mente all’assunzione di psicofarmaci. Al tempo stesso, si mette a nudo illustrando svariati incontri con psicanalisti e psichiatri. Spesso chi soffre di stati depressivi è colto da un sentimento di “pudore”. Lei invece segue una strada diversa, rende pubblico ciò che è privato: il suo lacerante vissuto doloroso. Perché questa scelta? Cosa l’ha indotta a descrivere una condizione di malessere, che disarma e annichilisce? È la scrittura un “mezzo di liberazione”, come sostiene Emil Cioran?

Avevo la possibilità di inventare, è una meravigliosa possibilità concessa a tutti gli scrittori. Ma mi sono detto: “Perché inventare quando hai a disposizione un testimone privilegiato?”. La scelta della scrittura autobiografica è una conseguenza della storia che volevo raccontare. Perché a monte di ogni scrittura c’è sempre la domanda: “Che cosa voglio raccontare?”. La Recherche di Proust è in fondo la storia di un uomo che vuole scrivere, ma è alla ricerca di un oggetto, della materia prima di cui dev’essere composta la propria opera. E impiega la bellezza di sette volumi per capire che il nucleo del suo romanzo è il romanzo stesso che nel frattempo ha scritto, è la ricerca, appunto, lo scavo nel passato, la vita tratta e ricondotta alla luce. La scrittura è il mezzo, certo, ma nel caso del genere autobiografico è anche il fine. Molte delle cose che si leggono ne Luomo che trema le ho scritte il giorno dopo averle vissute. L’averle scritte però non appartiene a un altro tempo della mia vita, non c’è tra i due momenti uno stacco, l’una è la conseguenza dell’altra; scrivere di un fatto accaduto è dare termine a quel fatto. A volte ho la sensazione che le cose che vivo, se non scaturiscono in una qualche forma di scrittura, non abbiano avuto la loro naturale conclusione. La letteratura è in questo senso la sola vita vissuta, è la dimora in cui si sedimentano i fatti, le esperienze, il tempo stesso, la noia, il dolore, l’amore, tutti i sentimenti che abbiamo via via provato.

I tumulti della malattia coinvolgono in maniera diretta non solo lei, ma anche i suoi affetti familiari. Qual è l’idea dei rapporti interpersonali che ha maturato nel corso del suo barcamenarsi tra angoscia, delusione, frantumazione di certezze e disordine incessante? Penso soprattutto al ruolo svolto da sua moglie nei momenti di difficoltà.

La depressione può assumere molte forme, ma tutte queste forme sono accomunate da un unico fattore: il depresso si sente solo. E non può essere altrimenti. Del resto è immerso in un’esperienza sensoriale così estrema da non poter rendere partecipi neppure le persone con cui condivide gli spazi più intimi della propria vita. Quelle persone sono al di là dello specchio. Il depresso può comunicare con loro solo battendo forte la mano sulla superficie dello specchio. In ogni caso la sua voce arriverà come un tonfo incomprensibile. A quel punto solo i gesti possono innescare una comunicazione, e quindi alimentare un discorso di comprensione.

Lei pare essere consapevole che più si è depressi “più le cose si fissano nell’attesa di farsi ghiaccio”, come scriveva sempre Cioran, mettendo in gioco il senso del tutto. È riuscito a intravedere un barlume di senso, nel fondo della sua vicenda esistenziale?

Più che del senso, sono alla ricerca della complessità. Il senso è una riduzione, una sintesi. Se c’è qualcosa che mi ha insegnato questa esperienza è che noi umani tendiamo a schematizzare, a riepilogare, perché abbiamo bisogno di avere il controllo sulle cose. Il senso è una forma estrema di ricapitolazione, è un’invenzione puramente umana che serve a consolarci, è una scorciatoia alla comprensione profonda. La realtà in cui siamo immersi è molto più articolata. Trovo che ci sia un’immensa bellezza nell’infinita complessità delle cose.

La sua narrazione è impreziosita da stimolanti riferimenti che spaziano dal cinema alla letteratura. Penso, ad esempio, alle passeggiate che compie nei luoghi di Giuseppe Berto, autore de “Il male oscuro”. Che ruolo ha, in generale, l’arte di fronte al “male di vivere”?

Il pittore austriaco Egon Schiele era solito dire che l’arte è la malattia dell’uomo come la perla lo è dell’ostrica. Ogni forma di bellezza ha sempre qualcosa che ferisce. L’arte in fondo cerca la perla, l’osso della malattia umana che chiamiamo vita.

Andrea Pomella scrive su “Il Fatto Quotidiano” on line, sulle pagine culturali dell’“Unione Sarda”, su “Doppiozero” e su “minima&moralia”. Ha pubblicato vari libri d’arte, tra cui I Musei Vaticani (Editrice Musei Vaticani, 2007) e Caravaggio. Un artista per immagini, prefazione di Maurizio Calvesi (ATS Italia, 2005). Ha pubblicato inoltre i romanzi Il soldato bianco (Aracne, 2008), La misura del danno(Fernandel, 2013), Anni luce (Add, 2018) e L’uomo che trema (Einaudi, 2018).

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