Paolina Leopardi: gridi dell’anima!

Casa Leopardi non ebbe quale inquilino solo il genio de “Sempre caro mi fu quest’ermo colle”; infatti, ospitò anche Paolina, adorata sorella nonché prima copista del Poeta. Lei ha desiderato evitare che subisse un destino di dimenticanza ed oblio.

Qual è la ragione per la quale questa intellettuale, fine traduttrice, merita d’uscire dal cono d’ombra e, soprattutto, non essere considerata solo “in relazione a” o “la sorella di”?

I primi studi su Paolina Leopardi risalgono a un ventennio fa  allo scopo di illuminarne la vita e soprattutto per slegarla dalla “sudditanza” con il fratello Giacomo. Paolina troppe volte è stata considerata marginalmente perché paragonata, misurata, soppesata al fine di ricercare quei contatti “segreti” e meno conosciuti con il celebre fratello che abitava il suo cuore, in una «sempiterna stanza». Ed è proprio il cognome importante l’elemento che fa comprendere come in vita e in morte sia stata relegata in una dimora d’ombra, non potendo essere altro che la sorella di… se non la figlia di…, poiché anche il padre, pur se si tende a dimenticarlo, fu un erudito prolifico scrittore, ma destinato anch’esso al medesimo destino della figlia. Dobbiamo dunque al legame con il celebre fratello la conservazione del suo nome che venne preservato così da un destino di seppellimento delle sue pagine in archivi privati, quando non dallo smarrimento. Ma poiché ritengo che Paolina, intellettuale finissima pur non scrittrice, meriti di essere conosciuta, ho provato a percorrere una via nuova: a rileggere la sua vicenda attraverso la storia delle donne allo scopo di mettere in evidenza la sua personalità intellettuale ma anche il suo volto di donna.

Non esistono opere originali di Paolina; si può disporre di traduzioni dalla lingua francese e di lettere; anzi, tanti manoscritti, come diari e carteggi risultano smarriti, inediti o riservati, blindatissimi dai discendenti della famiglia Leopardi; eppure, i suoi testi sono indiscutibilmente acuti e le sue osservazioni interessanti.

Perché Paolina, donna certo presente in un periodo che pur ha rappresentato l’aurora dei movimenti femminili, colta, moderna, non riuscì a fuggire dal “paterno ostello”?

Per rispondere a questa domanda è importante riuscire a proiettarsi in quella famiglia, in quel particolare periodo storico e soprattutto nello Stato pontificio, luogo arretrato e grigio dove solo la Biblioteca di Monaldo spiccava come un faro e si offriva ai pochi letterati e studiosi che vi erano ammessi. Un periodo, una famiglia, in cui la donna aveva davanti a sé due strade: il matrimonio o la monacazione. Scartata la seconda, possiamo dire che ben poco Paolina poteva sperare dalla prima, dal momento che la dote a lei assegnata (fattore importantissimo per ogni contratto di matrimonio) era scarsa così come scarsa era la sua avvenenza. Si pensa addirittura che anche la sua vasta cultura spaventasse eventuali pretendenti. Il “rispetto” nei confronti dei genitori (proverbiale all’epoca) e il carattere mite e melanconico mantennero Paolina legata alla famiglia, in totale sudditanza, fino alla morte dei genitori che la chiamavano significativamente “tutta di tutti”. Mai ella si sarebbe ribellata fuggendo! Per questo le sue lettere alle amiche di penna sono “gridi dell’anima”, unico sfogo del suo cuore, anelito alla libertà senza aver né la possibilità, né la capacità di afferrarla: «tutto fuori di me, entro di me è agghiacciato, sangue anima, mente, e quasi direi anche il cuore, se non sentissi che batte straordinariamente al sentire il tuo nome, al vedere i tuoi cari caratteri» (lettera a Marianna Brighenti, 1832).

Molte osservazioni di Paolina riconducono allo Zibaldone, essendo davvero simili sia nel contenuto che nella forma.

Paolina provocatoria antesignana del plagio? 

Una tesi che è stata assunta, pur se in controluce, da qualche studioso e che si legge nell’affermazione di una possibile “invidia” o anche “rivalità” nei confronti del fratello (eppure sembra così naturale riconoscerle invece il desiderio delle esperienze che lui viveva quando si allontanò da casa). Non sono assolutamente d’accordo. Se si pensa che ella trascorse l’infanzia e la prima adolescenza accanto al fratello – con il quale viveva quel rapporto di confidenza che lega anime simili e che ho chiamato “colloquio d’anime” – mi pare che si dovrebbe piuttosto parlare di “affinità”. Per tracciarne un ritratto veritiero è però importante conoscere la sua “storia” anche dopo la morte del fratello. In questo modo ella appare nella sua singolarità, non solo in virtù della sua femminilità ma anche per carattere e pensiero.

 “E poi egli non conosce la letteratura e io dovrei passare la vita con uno, cui non potrei dir mai nulla.” Paolina tenta svariati matrimoni d’interesse, tuttavia preferirà non contrarre mai matrimonio. I suoi carteggi aprono una finestra su usi, abitudini, consuetudini, percezione dei diritti umani, della famiglia e delle convenzioni.

Qual è il quadro che ne emerge?

Il luogo e i tempi in cui visse Paolina, esclusa la monacazione, vedevano la donna nobile dedicarsi per lo più ai classici lavori femminili in preparazione a quello che era considerato l’ovvio destino e/o scopo delle signore dell’epoca: il matrimonio. Gli studi e la dotta conversazione erano quasi sempre riservati al genere maschile mentre esse si dedicavano a quelle occupazioni “naturali” per le quali si voleva fossero nate. Ma la condizione della coltissima Paolina (educata esattamente come i fratelli) fu senza dubbio peggiore di quella delle donne colte dell’epoca perché condannata  ad una specie di clausura dalla rigidità del sistema familiare assurdo che già conosciamo dalla biografia di Leopardi. L’esistenza incatenata, trascorsa per la maggior parte all’interno del cupo palazzo di Recanati, ci presenta quel dato inoppugnabile che l’avvicina al fratello Giacomo in un modo forse ancora più accentuato. Mi riferisco al binomio ragione-cuore che vive in lei perennemente in conflitto. Il suo ritratto non ci mostra la tanto osannata immagine della donna con l’ago in mano o con i ferri da calza con la quale alcuni esponenti della Scapigliatura democratica lombarda, sottolineavano ciò che sostenevano essere il ruolo del femminile e la loro contrarietà verso la donna letterata. Ci mostra invece una donna che con il suo comportamento, pur “costretto” dalle consuetudini e dalla famiglia, offre un’immagine coraggiosa di pre-femminismo, che preferisce la scrivania al salotto chiacchiericcio («Io sono così affamata di libri, che non puoi credere, e qui non si leggono che quei che si comprano, figurati quanti possono essere») e il nubilato a un matrimonio con qualcuno non all’altezza della propria cultura (lei, infatti,  ha ricordato proprio questa citazione illuminante: «Prima di tutto, la sua casa può stare (come si usa dire fra noi) alla mia per suola di scarpa... Poi egli non conosce letteratura affatto, ed io dovrei passar la vita con uno, cui non potrei mai dir nulla, di quelle poche cose che so io» (lettera a Marianna Brighenti, 1832)

La vicenda umana di Paolina e “A Room of One’s Own” in cui Virginia Woolf inventa un personaggio fittizio, quello di Judith “la sorella di Shakespeare”, per rivendicare la possibilità per le donne di essere ammesse ad una cultura che fino a quel momento si era rivelata di esclusivo appannaggio maschile.

Donne e letteratura: qual è, oggi, il tracciato che può fornirci, sulla scorta della sua esperienza d’intellettuale?

Aggiungerei alla sua citazione il romanzo “Teresa” di Anna Zuccari (Neera) che ho trovato esemplificativo per dimostrare la condizione della donna in quel periodo storico. Anzi, le confesso che per certi versi, proprio quel libro mi ha spinto a studiare, e poi a scrivere, sulla figura di Paolina Leopardi. Preferisco rispondere alla sua domanda con questa citazione di Elsa Morante «Secondo me, in tutto il mondo, ancora oggi, esiste una specie di razzismo, evidente o larvato, nei riguardi delle donne […]. Basterebbe la distinzione – che ancora oggi si usa fare dovunque – fra scrittori e scrittrici: come se le categorie culturali fossero determinate dalle categorie fisiologiche». Se è vero che la letteratura è voce dell’identità umana sembrerebbe invece ovvio che essa non fosse priva della sua metà. Nell’Italia post-unitaria osserviamo una produzione letteraria d’autrice molto ricca: Torriani, Serao e la citata Zuccari e poi proseguendo nel Novecento: Deledda, Negri, la prima Aleramo ecc… e poetesse come Vittoria Aganoor, Ada Negri, Maria Alinda Bonacci Brunamonti ecc…Tuttavia, e per tornare alla citazione della Morante, credo che oggi si possano osservare alcuni positivi mutamenti ma che ci sia ancora molta strada da fare.

Loretta Marcon è laureata in Filosofia, in Pedagogia e magistrale in Filologia moderna collabora con il Dipartimento FiSPPA dell’Università di Padova. Ha conseguito il magistero in Scienze religiose presso l’ISSR di Padova .Nel 1992 inizia ad interessarsi di temi leopardiani e in particolare della spiritualità del poeta-filosofo di Recanati. In occasione del bicentenario leopardiano (1998) ha collaborato con il Dipartimento di Italianistica dell’Università di Padova all’allestimento della Mostra Bibliografica «Leopardi e la cultura veneta». In questa occasione si è dedicata anche alla stesura delle schede del Catalogo riguardanti i testi filosofici (Leopardi e la cultura veneta, Tip. La Garangola, 1998). Nel 2007 ottiene il prestigioso premio per la critica leopardiana «La Ginestra» con il saggio: Giobbe e Leopardi. La notte oscura dell’anima. Nel 2012 pubblica “Un giallo a Napoli. La seconda morte di Giacomo Leopardi”, ricerca storica minuziosa sui misteri della “conversione”, della morte e della sepoltura di Leopardi. La terza edizione uscirà nel giugno 2017. L’oggetto delle sue ultime ricerche è stata, ed è,  la figura di Paolina Leopardi di cui ha studiato e commentato i carteggi (Paolina Leopardi. Ritratto e carteggi di una sorella, 2018). Ha scritto una pièce teatrale sulla sua storia, basata sulle lettere della stessa Leopardi e su documenti dell’epoca dal titolo “Paolina Leopardi o la Dimora nell’ombra” pubblicata nel mese di marzo 2018. Successivamente, riallacciandosi alla monografia precedente e completando il percorso varca la soglia che si apre sull’ultimo periodo della vita di Paolina Leopardi ma non solo. Senza alcuna pretesa esaustiva per la complessità delle vicende e per la difficoltà di accedere ai tanti documenti ancora a noi sconosciuti, ha presentato nuove carte inedite su alcune vicende vissute, direttamente e indirettamente, dalla contessina negli anni precedenti e in quelli successivi la morte di suo padre Monaldo e, soprattutto, quelli che seguirono la scomparsa della madre, vera cesura nella sua esistenza (Paolina Leopardi e le cose di casa. La Causa civile, lettere e documenti inediti, 2019).  Loretta Marcon ha ottenuto la nomina a “cultore della materia” dall’Università di Padova, fa parte del Consiglio editoriale della Rivista on-line «Appunti leopardiani» e del Comitato Nazionale per la Valorizzazione dei Beni Storici, Culturali e Ambientali (Convab). Svolge lezioni e conferenze per Università e Associazioni culturali.

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