Il running: un possibile termometro della salute esistenziale!

Disciplina e sacrificio, volontà e sfida, fatica e dedizione sono termini consueti e, frequentemente, adottati da chiunque pratichi un’attività sportiva; d’altronde, si tratta altresì di parole usate per affrontare la quotidianità.

La corsa, nella fattispecie, quale metafora della vita?

Per molti lo sport rappresenta una efficace metafora della vita. Per raggiungere risultati significativi – nello sport come nella vita – c’è bisogno tanto di umiltà quanto di coraggio; è importante saper imparare dai propri errori, mettere a frutto i propri talenti, saper scorgere anche nell’avversario un potenziale alleato capace di farci esprimere al meglio.

Nella corsa di resistenza, in particolare, si allena la capacità di perseverare, di tener duro, di non lasciarsi scoraggiare dalle difficoltà e, alla fin fine, si impara ad apprezzare i risultati faticosamente sudati. Ma ciò che vale lungo la linea del bene può essere rintracciato anche lungo la linea del male: lo sport, infatti, è anche luogo di inganni, di prepotenza, di cinismo; come nella vita d’ogni giorno, del resto.

Se vogliamo pensare all’attività sportiva come ad una scuola di vita, dobbiamo allora essere consapevoli che la lezione ch’essa propone non è detto sia quella che un genitore vorrebbe per i propri figli. Ecco perché c’è bisogno di consapevolezza rispetto al ruolo formativo dello sport e di coerenza tra finalità dichiarate e prassi quotidiana.

Lei ritiene che correre sia essere soli con il proprio io, “un momento in cui a parlare sono solo i pensieri, un modo per entrare nel nostro profondo”. 

Potrebbe spiegarci come il running consente di calarsi nell’animo umano?

La corsa, se lo si desidera, ci può offrire l’opportunità di stare da soli con noi stessi, mettendoci in ascolto di ciò che ci passa dento. Non è detto debba essere sempre così, né che tutti vivano la corsa come momento di introspezione. Ciò che nel libro provo a suggerire è solo la possibilità di vivere anche in questo modo l’esperienza del correre, cogliendo l’opportunità di riprendere il contatto con noi stessi sia a livello fisico (chi inizia a correre dopo tanti anni di inattività “riscopre” il proprio corpo con una immediatezza talvolta sorprendente), sia a livello interiore.

Capita spesso che si vada a correre ricercano uno spazio di evasione dalle preoccupazioni che appesantiscono le nostre giornate; eppure, proprio quando si cerca di “non pensare”, il nostro mondo interiore si mobilita e viene visitato dai pensieri più vari. Pensieri che si rincorrono e ci strattonano verso lidi imprevedibili.

Così come è bello lasciar andare le gambe, può esserlo anche lasciar andare i pensieri e godersi il viaggio.

Nel libro si parla molto di giustizia, offrendo una ricognizione delle sue diverse “forme”.

Cosa si intende per giustizia in riferimento al mondo dello sport?

Per gli antichi la giustizia rappresenta una delle quattro virtù cardinali, ossia una delle principali eccellenze interiori attorno alle quali ruota la vita morale della persona (le altre, come ricordo nel libro, sono la prudenza, la fortezza e la temperanza).

La virtù della giustizia consiste nella capacità di dare a ciascuno il suo; ma noi sappiamo bene quanto sia difficile mettere a fuoco quale sia il proprio che spetta a ciascuno. Questo capita anche nello sport. Bisogna capire, innanzi tutto, qual è il contributo che ciascuno deve portare alla comunità di cui è parte: cosa è giusto dare al mondo dello sport per fare davvero la propria parte? Cosa significa essere realmente responsabili della qualità del gioco?

In seconda battuta la giustizia ha a che fare con il riconoscimento del merito, ma qui si aprono problemi spinosi: quando è giusto che i meno dotati siedano in panchina? È giusto premiare tutti? Come tenere assieme inclusione e valorizzazione delle differenze? Infine, c’è tutto il tema legato all’amministrazione della giustizia: in base a quale logica deve muoversi la giustizia sportiva?

Quello che nel libro provo a suggerire è l’opportunità di porsi in ascolto di un approccio riparativo alla giustizia, capace di rinunciare ad una logica della vendetta per farsi artefice di una paziente opera di rammendo delle relazioni lacerate dai comportamenti scorretti. Una bella sfida, senza dubbio.

Il concetto di “fallimento” è certamente dipanato. Non centrare un obiettivo, non tagliare il traguardo, fermarsi di fronte ad una salita, cadere.

Qual è la sua ricetta per la risalita?

Nello sport la sconfitta rappresenta un’esperienza ordinaria. Lo è nei giochi di squadra, dove vittorie e sconfitte si alternano con una certa facilità; lo è nei giochi individuali, dove può capitare che il podio sia un’eccezione, più che la regola. Al di là del risultato, poi, la sconfitta può assumere diversi volti: la giornata storta, nella quale non facciamo ciò che avremmo voluto, la prestazione al di sotto delle aspettative, l’incapacità di rispondere al meglio ad una difficoltà.

Fallire, sbagliare, perdere sono elementi del gioco agonistico coi quali si deve imparare a fare i conti. L’importante è capire che noi non ci identifichiamo completamente con i risultati delle nostre azioni: anche se falliamo non siamo dei falliti. Ciò che conta davvero è la nostra capacità di rispondere alle difficoltà, rialzandoci e riprovando con maggior lena.

Chiaramente perdere non piace a nessuno, ma se siamo capaci di imparare qualcosa anche dalle sconfitte arriveremo più preparati alla sfida successiva; credo che questa sia una lezione preziosa che lo sport aiuta ad apprendere. E poi non dimentichiamoci che lo sport è e dovrebbe rimanere un gioco; per cui anche ai suoi esiti, nel bene e nel male, dovremmo evitare di attribuire un valore eccessivo.

La gara non è esclusivamente una prova agonistica, costituisce, soprattutto, un’occasione di incontro e di condivisione. 

Quanto di social nell’era dei social può scorgersi in una corsa al parco?

Si corre per motivi diversi e, tra questi, la voglia di stare assieme rappresenta un collante formidabile. Molti amano la corsa proprio per la sua dimensione sociale: che sia il gruppo storico degli “amici di corsa”, che sia il compagno occasionale conosciuto al parco o lungo il percorso di gara, molti apprezzano proprio la piacevolezza del sentirsi parte di una stessa famiglia sportiva. Questo emerge chiaramente dalla facilità con la quale, tra runner, ci si saluta anche senza conoscersi; soprattutto dalla facilità con la quale si entra in confidenza non appena si scopre di far parte dello stesso “popolo in corsa”. E poi, anche nella corsa, c’è molto di “social” propriamente detto, perché ciò che di bello si sperimenta al parco spesso lo si condivide on line. Nulla di male, sia chiaro, ma talvolta il rischio è quello di lasciarsi prendere la mano e di scivolare nel narcisismo; per questo è sempre utile chiedersi se ciò che ci muove è il desiderio di condividere il bello che si fa o se, al contrario, facciamo qualcosa solo per avere del materiale da condividere.

Luca Grion è Professore associato di Filosofia morale presso l’Università degli Studi di Udine, presidente dell’Istituto Jacques Maritain e direttore di “Anthropologica. Annuario di studi filosofici”. Tra i suoi interessi di studio spicca l’attenzione per l’etica dello sport, esplorata soprattutto in chiave formativa. Podista amatore – e apprendista maratoneta – è tra i collaboratori del blog La Repubblica dei runner. Tra le sue pubblicazioni ricordiamo: La sfida postumanista. Colloqui sul significato della tecnica (il Mulino, 2012); L’arte dell’equilibrista. La pratica sportiva come allenamento del corpo e formazione del carattere (Edizioni Meudon, 2012), La Filosofia del running spiegata a passo di corsa (Mimesis, 2019), Sport e felicità. Filosofia per agonisti responsali (in P. Crepaz, All we need is sport. Agonismo sociale e felicità inclusiva, Erickson 2019).

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