“Stato di famiglia”: intervista all’autore

I protagonisti dei suoi racconti hanno un conto aperto con un destino malevolo, essi si trovano a dover affrontare il Male sia ambientale che mentale. Lei pare aver desiderato porre il lettore di fronte all’ineluttabilità, del tutto naturale, dell’ingiusto, dello sconveniente, dell’immorale, del disonesto. Quale fine ha perseguito?

Ho cercato di far andare il lettore oltre il fatto di cronaca in sé, oltre le banali sentenze da articolo di giornale. Partendo dall’omicidio e tornando qualche ora indietro, ho voluto che il lettore si calasse nella realtà di quella famiglia, dentro ai meccanismi logorati, nei loro rapporti sconnessi, e che sperasse o cercasse una via di fuga che non fosse l’omicidio. Il fine ultimo era quello di avvertire che in ogni famiglia normale si cela, non il Male, ma il Malessere, e non sempre le persone sono in grado di affrontarlo; e a volte soccombono.

Anna, Achille, Elena, Roberto, Federica, Lorenzo e Lucio sono accomunati dall’identità di carnefici; come eroi ed eroine desunti dalle tragedie greche, con fare agghiacciante, decidono di servirsi del sangue per concludere, terminare, pervenire ad una definizione di relazioni che vieta la relazione ed il confronto. Che idea intende veicolare rispetto alla “famiglia”?

Che quelle che descrivo nei racconti non sono diverse da tutte le altre famiglie italiane. Solo che in questi casi sono saltati dei paletti, dei confini di comportamento, di ragionamento, di sopportazione. Qui non si parla di banalità del male, ma di malessere senza via d’uscita, che offusca le menti e non dà scampo. Non hanno chiesto aiuto a nessuno, hanno macerato dentro il virus fino a quando è esploso in tutta la sua violenza, per loro liberatoria, come fosse l’unica via perseguibile. Da molti anni la percentuale dei morti per mano di familiari è molto più alta di quella di mafia o criminalità organizzata. La famiglia, l’icona della vita protetta e accudita, si trasforma troppo spesso in una tomba. La famiglia, quindi la casa, è diventata il luogo più pericoloso dove vivere.

Per sette volte di seguito, in modo intenso ed appassionante, è adoperato il meccanismo del flash back in una struttura narrativa speculare a quella cinematografica. Ritiene di avere un debito di riconoscenza verso le forme ed i modi della cinematografia, quanto a ritmo, montaggio e sintassi?

Nel caso di questi racconti, assolutamente sì. Ho ripreso pari pari il montaggio della storia da un film del 2002 del regista argentino Gaspar Noé, “Irreversible”, che all’epoca mi destabilizzò e fece nascere la voglia di provare a fare quel tipo di costruzione anche in letteratura. Ammetto che ne sono molto soddisfatto, e credo aiuti il lettore a entrare di più nella storia, nella psicologia dei personaggi, nella scelleratezza delle scelte.

La sua scrittura è stata definita “chirurgica” dalla giuria del Premio Festival Giallo Garda; effettivamente, come su un paziente, steso su un tavolo operatorio, Lei mette in atto operazioni cruente prive di fine terapeutico; forse, catartico?

Catartico? Può essere. Di certo voglio far vedere come stanno le cose e lasciare un segno nel lettore; senza mentire e senza usare tranelli, senza prenderlo in giro. E riportare fedelmente la realtà, credo, sia la cosa migliore per raggiungere questo scopo.

Lo spannung è spesso annunciato da un elemento precursore, come il Tu-tump nel racconto di Anna. Ci si può fermare un istante prima di dar sfogo all’istinto?

Bè, mi auguro di sì ma, numeri alla mano, troppe persone non ci riescono.

Alessandro Zannoni esordisce con lo pseudonimo di Michelangelo Merisi; inaugura la nuova collana SideKar dell’editore Arkadia con Stato di famiglia, pubblica con Perdisa tre romanzi: Biondo 901 (2008), Imperfetto (2009) e Le cose di cui sono capace (2011); con A&B editore Nel dolore (2016). È anche sceneggiatore e nel 2020 inizieranno le riprese del suo primo film.

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