L’estetizzazione del reale. L’estetica come paradigma interdisciplinare.

Che cos’è l’estetica quotidiana

“Everyday Aesthetics”: tale locuzione ossimorica nell’attuale dibattito filosofico angloamericano sta assumendo una tale consistenza teorica da profilarsi come disciplina. Lei presenta, per la prima volta in lingua italiana, questo recente campo di indagine. Può fornircene uno schizzo?

L’Everyday Aesthetics appare come un ossimoro se si considera che l’estetica è stata tradizionalmente intesa come la teoria dell’arte e del bello, due sfere agli antipodi rispetto alla vita ordinaria. Tuttavia nella seconda metà del Novecento molti filosofi hanno cominciato ad occuparsi della quotidianità sia in Europa sia negli Stati Uniti.  Nel 2007 escono due libri che si intitolano Everyday Aesthetics (Katya Mandoky, Everyday aesthetics: prosaics, the play of culture and social identities, Ashgate, Aldershot; Yuriko Saito, Everyday aesthetics, Oxford University Press, Oxford). Si tratta di una coincidenza che ha ripercussioni sugli studi relativi all’estetica del quotidiano perché da questo momento gli studiosi interessati a tali tematiche cominciano a chiamare questo filone di indagine Everyday Aesthetics.

Lei intreccia le ricerche angloamericane sull’”Everyday Aesthetics” e quelle europee sull’estetizzazione del reale, recuperando la distinzione tra la ricerca estetologica continentale e quella angloamericana. Dall’analisi appare evidente che l’estetica è ormai diventata un “paradigma transdisciplinare”, aperto alle pratiche della vita di ogni giorno (cura del corpo, cibo, moda, design); pertanto, ritiene che può utilmente orientare le persone nella quotidianità e nel migliore approccio ad essa?

Il merito del mio libro consiste in una messa a punto teorica che include sia gli studi europei sulla pervasività del bello nella vita di tutti i giorni (la cosiddetta estetizzazione del reale) sia le ricerche angloamericana sull’Everyday Aesthetics. Queste ultime in parte circoscrivono l’indagine agli eventi ripetitivi e ordinari (ad es. Yuriko Saito o Kevin Melchionne) in parte includono lo straordinario nell’ordinario (Thomas Leddy). Nel suo recente libro Aesthetics of familiar, Yuriko Saito ha cercato di conciliare le due anime dell’Everyday Aesthetics. Nella sua indagine è presente una componente etica e pragmatica che manca nelle ricerche europee. Dalla ricognizione che ho sviluppato nel mio libro appare evidente che, nonostante i differenti approcci teorici, l’estetica sia ormai diventata un paradigma interdisciplinare e una chiave interpretativa utile in ogni campo della quotidianità. Per questo motivo ritengo che l’estetica (in particolare l’estetica quotidiana) possa fornire degli strumenti di orientamento nella vita contemporanea, improntata spesso a una bellezza vacua e superficiale, nel tentativo di riscoprire il nesso tra etica ed estetica che era proprio della filosofia greca.

Nel libro è ricostruita l’iter dell’estetica dal suo fondatore Alexander G. Baumgarten. Il padre dell’estetica, intesa come disciplina accademica, recupera l’etimologia della parola greca aísthesis e ad essa riconduce l’estetica, definendola scientia cognitionis sensitivae. Può sintetizzarci le caratteristiche che le questioni estetiche hanno assunto a seconda del momento storico, delle aree geografiche e delle tradizioni culturali?

L’estetica nasce come disciplina filosofica accademica nel Settecento grazie al filosofo tedesco Alexander G. Baumgarten che in pieno illuminismo recupera il valore conoscitivo della sensibilità. In realtà questa chiave di lettura viene abbandonata già Kant e soprattutto dai filosofi romantici Schelling ed Hegel che preferiscono considerare l’estetica una filosofia dell’arte (bella). Nel Novecento l’estetica torna ad essere nuovamente una teoria della sensibilità grazie al contributo di numerosi filosofi, di cui ricordo in particolare l’italiano Emilio Garroni. Ma la fenomenologia francese (Merleau-Ponty) e quella tedesca (Martin Seel e Gernot Böhme) vanno verso la stessa direzione. Inoltre la crisi del moderno sistema delle arti e la scissione del nesso arte-bellezza, avvenuti tra la fine dell’Ottocento e la prima metà del Novecento, hanno contribuito a fare slittare il campo d’indagine dell’estetica (almeno in Europa) dalla sfera dell’arte bella a quello della quotidianità.

Le sue argomentazioni chiarificano il concetto di artificazione, traduzione italiana del termine inglese artification, nonché considera il riconoscimento giuridico della proprietà intellettuale e l’individualizzazione del lavoro, temi quanto mai attuali. Quali sono gli ulteriori elementi che contraddistinguono un processo di artificazione?

L’artificazione è un concetto complesso, riconducibile a differenti matrici teoriche. Oggi si parla di artificazione, per lo più, intendendo la trasformazione in opere d’arte di pratiche prima non considerate tali. Per esempio la Street Art, originariamente ritenuta illegale perché imbrattava i muri pubblici, adesso è accolta dentro gallerie ed esposizioni. Altre volte il termine artificazione è adoperato per indicare l’influenza che l’arte può avere in altri ambiti. Secondo l’etologa Ellen Dissanayake si può avere un comportamento artistico sia nel trasformare materiali e idee, creando capolavori dell’arte e della letteratura, del teatro e della danza, sia nei comportamenti giornalieri come porre il cibo nel piatto, se rendiamo speciali i gesti quotidiani rivolti alle persone o agli oggetti.

Vengono menzionate le due categorie dell’ordinario e dello straordinario, in relazione al quotidiano e alla quotidianità. Che cosa può essere considerato “quotidiano”? Quali caratteristiche ha? E in che rapporto sta con la dialettica ordinario/straordinario? 

Il quotidiano, dal latino cotidie (ogni giorno), indica ciò che è ripetitivo, ordinario e quindi poco interessante, banale. Per questo motivo la filosofia per lungo tempo si è disinteressata alla quotidianità. Tuttavia fanno eccezione alcuni filosofi (Freud, Heidegger) che hanno compreso come la vita consiste nell’alternanza di momenti ordinari e straordinari. Particolarmente interessante, a mio parere, è il sociologo francese Henri Lefebvre, uno dei primi a conciliare le contrapposizioni (materia/spirito, autentico/inautentico) che connotavano i precedenti approcci filosofici all’interno di un processo ciclico in cui il tempo ordinario e il tempo straordinario si compenetrano. Lefebvre segna una svolta nel modo di considerare la quotidianità e introduce alcune originali chiavi di lettura (come il concetto di ritmo) che, a mio parere, possono essere valide anche all’interno dell’estetica quotidiana, superando l’impasse in cui si arenano teorici come Yuriko Saito e Thomas Leddy, nel momento in cui non riescono a tenere insieme i momenti speciali con l’apprezzamento estetico della vita nella sua ordinarietà.

L’estetica quotidiana si fonda sul tempo ciclico che consente di apprezzare tanto la rassicurante ripetitività e il piacere delle piccole cose, quanto i momenti straordinari (matrimoni, nascite, festività) poiché la vita si basa su questa alternanza che conferisce ricchezza di significato ad ogni momento.

Elisabetta Di Stefano (elisabetta.distefano@unipa.it) è professore associato presso l’Università di Palermo dove insegna estetica nei corsi di Lettere e Disegno industriale. Le sue ricerche si incentrano sulla teoria delle arti nel Rinascimento, sulla teoria dell’ornamento e più recentemente sull’estetica della vita quotidiana con particolare riferimento all’architettura e al design. Tra le sue principali pubblicazioni: L’altro sapere. Bello, Arte, Immagine in Leon Battista Alberti, Palermo, 2000; Estetiche dell’ornamento, Milano, 2006; Ornamento e architettura. L’estetica funzionalistica di Louis H. Sullivan, Palermo, 2010; Iperestetica. Arte, natura, vita quotidiana e nuove tecnologie, Palermo, 2012.

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