Potere alle parole!

La copertina di “Potere alle parole” contiene una citazione di Tullio De Mauro: “La lingua è una cassetta degli attrezzi.” Può commentare siffatta osservazione?

Credo che l’immagine sia molto chiara, molto vivida: nasciamo con una dotazione “standard” di attrezzi linguistici; con il tempo, possiamo far crescere quella cassetta aggiungendo altri utensili, praticamente all’infinito. E come tutti coloro che hanno una cassetta degli attrezzi in casa sanno, quasi sicuramente ci mancherà sempre una certa brugola per svolgere un certo lavoro. La lingua è un po’ così: non riusciamo mai ad arrivare al punto di avere tutto ciò che ci serve; viceversa, ci sarà sempre spazio per un utensile in più.

“Padroneggiare gli strumenti linguistici (…) vuol dire essere capaci di scegliere, in ogni situazione, il registro linguistico più consono a essa”. Quanto è significativo il contesto comunicativo rispetto alla rigida osservazione delle norme grammaticali da grammarnazi?

Essere grammarnazi è espressione di un disagio, esattamente come non essere in grado di elevarsi sopra un registro basso. Il grammarnazi, cioè  quello fissato con le regole e le loro formulazioni apodittiche, appare più colto della persona che “non ha studiato”; in realtà, è altrettanto prigioniero di una monovarietà linguistica che gli impedisce di essere elastico e adattarsi ai vari contesti comunicativi. Riuscire a passare da un registro all’altro in realtà è la chiave di volta della “felicità linguistica”. Ovviamente, nasce da una salda conoscenza delle regole, perché solo chi conosce le regole può trasgredirle. Ma una salda conoscenza delle regole implica anche sapere che le regole “schematizzano” una realtà linguistica che è sempre infinitamente più complessa e piena di zone grigie.

Nel suo piacevole vademecum lei evidenzia un atteggiamento verso l’italiano di pigrizia o timore che ne comporta un uso monco e parziale. Può individuarne le motivazioni?

Parlare e scrivere bene – come del resto far bene qualsiasi attività – comporta uno sforzo, cognitivo e anche pratico. Credo che la risposta alla domanda sia tutta qui: occorre avere voglia di fare quello sforzo in più, quell’impegno aggiuntivo per comunicare al meglio delle proprie competenze e possibilità. Certo, nella maggior parte dei casi è molto più semplice lamentarsi dei comportamenti altrui… E se invece iniziassimo a pensare a ciò che può fare, nel suo piccolo, ognuno di noi, per migliorare la “bolla comunicativa” attorno a sé?

“Ricordando che la vera libertà di una persona passa dalla conquista delle parole: più siamo competenti nel padroneggiarle, scegliendo quelle adatte al contesto in cui ci troviamo, più sarà completa e soddisfacente la nostra partecipazione alla società della comunicazione.” Lei ripercorre la quotidianità linguistica: abitudini, consuetudini, situazioni in cui tutti possono identificarsi, aprendo una riflessione sulla libertà che conferisce un uso pregno e consapevole della lingua. La Parola possiede un potere civico?

Direi proprio di sì. La democrazia implica che il popolo, cioè noi, eserciti il suo potere, che si esprime attraverso la cosiddetta “cittadinanza attiva”. Altrimenti saremmo sudditi pedissequi di un potere così lontano da noi da essere inarrivabile e anche incomprensibile. Invece, dobbiamo essere in grado di comprendere non solo la realtà che viviamo, la società nella quale siamo immersi, ma anche le indicazioni che ci arrivano dai nostri governanti. Nel solco del pensiero di Tullio De Mauro, l’unico modo per essere cittadini consapevoli del presente passa dal saper leggere/comprendere e scrivere/parlare bene. Altrimenti, rischiamo davvero di essere vittime di manipolazioni di ogni genere.

Nel suo libro c’è il racconto di molte parole di cui facciamo un uso improprio, perché non ne conosciamo l’etimologia, il vero significato. Può fornirci qualche esempio?

Io penso che conoscere la storia delle parole sia essenziale in primo luogo per scriverle e pronunciarle bene (dato che le grafie e le pronunce sono frutto di lunghe avventure che si dipanano, magari, nel corso dei secoli), ma anche per capirne tutte le complessità di significato. Invece, la reazione tipica di molte persone davanti a una parola sconosciuta è di pensare che sia nuova. E siccome molti sono irritati dai neologismi (un sacco di gente dice “perché inventare parole nuove, quando ce ne sono già a bizzeffe?”; nel libro spiego perché questo atteggiamento, da un punto di vista di “salute linguistica”, è del tutto errato), l’irritazione viene spesso rivolta anche a parole antichissime, il cui significato viene frainteso. Mi viene in mente il caso di gelicidio, accusato a torto di essere un neologismo costruito magari come femminicidio; invece risale al 1360 e ha in sé il verbo cădere ‘cadere’ (cfr. stillicidio), non cāedere, ‘abbattere’, dal quale invece si formano tutti i termini che hanno a che fare con omicidio.

Vera Gheno, sociolinguista specializzata in comunicazione digitale e traduttrice dall’ungherese, ha collaborato per vent’anni con l’Accademia della Crusca lavorando nella redazione della consulenza linguistica e gestendo l’account Twitter dell’istituzione. Attualmente collabora con la casa editrice Zanichelli. Insegna all’Università di Firenze, dove tiene da molti anni il Laboratorio di italiano scritto per Scienze Umanistiche per la Comunicazione. Precedentemente ha pubblicato: Guida pratica all’italiano scritto (senza diventare grammarnazi) (2016), Social-linguistica. Italiano e italiani dei social network (2017, entrambi per Franco Cesati), Tienilo acceso. Posta, commenta, condividi senza spegnere il cervello (con Bruno Mastroianni, 2018, Longanesi). Nel 2019, oltre a Potere alle parole, ha pubblicato Prima l’italiano. Come scrivere bene, parlare meglio e non fare brutte figure (Newton Compton), La tesi di laurea. Ricerca, scrittura e revisione per chiudere in bellezza (Zanichelli) e Femminili singolari. Il femminismo è nelle parole (EffeQu).

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