La danza come la più inconfutabile ed eterna delle teodicee.

La danza è con palese evidenza un’arte che vive, si nutre, si esplica attraverso il corpo: ritiene che ciò le conferisca lo statuto di un’attività che si esaurisce nella costituzione corporea?

In un certo senso, il corpo è l’unica dimensione della danza, perché non esiste qualcosa come una danza pensata, un concetto di danza che prescinda dalla sua realizzazione corporea. Il grande coreografo novecentesco Maurice Béjart affermava in proposito di non aver mai visto un’arabesque (la posa in cui il danzatore alza una gamba dietro di sé), ma solo la sua esecuzione da parte di ballerini concreti, di corpi reali. La straordinaria dinamica che si produce nello studio e nella pratica della danza consiste proprio in questo progressivo abbandono del mondo astratto in direzione di un recupero del proprio corpo: ci si scopre e ci si impara come corpo, ritrovando qui una forza, un rigore e un pensiero capaci di dar vita, letteralmente dar corpo, alla danza. Credo che sia una di quelle discipline che meglio consentono di fare esperienza del proprio corpo non come di qualcosa di riduttivo, ma come di un potenziale di cui raramente siamo consapevoli.

Può porre la danza nell’evoluzione dell’arte e nella sua relazione col pensiero?

La storia della danza, come quella dell’arte, coincide con la storia dell’uomo. In ogni sua forma e funzione, l’espressione artistica ha sempre avuto un ruolo cruciale nella vita sociale umana. Tracciare una panoramica sintetica dell’evoluzione della danza nel corso dei millenni è pertanto operazione immane, almeno in questa sede. Sono tuttavia numerosi gli studi autorevoli in merito, molti dei quali hanno anche il pregio di essere letture godibili e del tutto adeguate all’eleganza del loro oggetto. Meno lineare è il rapporto della danza con il pensiero, in particolare con la riflessione filosofica. Limitandoci alla storia occidentale, mi sembra si possano ravvisare tre diverse modalità fondamentali con cui queste due discipline sono entrate in rapporto. Alla prima possono essere ricondotte tutte le opere di filosofia che contengano un riferimento alla danza, senza farne oggetto privilegiato della propria indagine: da Platone a Nietzsche gli esempi sono numerosissimi. Accanto alla riflessione che concerne anche la danza esiste però, in secondo luogo, il pensiero che sia centrato sulla danza, come elemento cardine del proprio sviluppo o come interlocutore privilegiato del filosofare – penso ai lavori di Paul Valéry, ma anche allo sviluppo di una certa estetica contemporanea. Infine, esiste un pensiero che nasce dalla pratica della danza, della coreografia, dell’insegnamento, e che, pur non servendosi di strumenti filosofici, giunge a toccare questioni cruciali per la comprensione della danza anche da parte della filosofia di professione, così come accade, per citarne uno su tutti, nei testi firmati da Maurice Béjart.

Jodorowsky ha asserito che occorre imparare a danzare con la realtà. Danzare è interagire con gli altri?

Sin dal primo momento in cui si impara a danzare lo si fa in presenza di altri. Anche in una lezione individuale, infatti, è l’insegnante a trasmettere la pratica della disciplina ed è a partire dalla relazione che riesco ad instaurare tra il mio movimento e il suo che, soltanto, può darsi apprendimento della danza. Nella maggior parte dei casi, inoltre, le classi di danza sono spesso condivise con altri alunni e nelle dinamiche di confronto, di supporto, di condivisione e di sana competizione che si creano si gioca la possibilità di un’evoluzione non idiosincratica della propria danza. Impariamo dai compagni, non solo dai maestri. Infine, in un senso più forte, danzare è danzare con gli altri perché non si danza mai da soli. Questo non solo perché ogni danza è già pensata per avere un pubblico, fosse pure immaginario, ma anche perché si danza sempre con gli altri, in sala e sul palco. Anche quando si danzi da soli, si deve comunque costruire una relazione con la musica, con lo spazio, con il tempo, con tutto ciò in cui, grazie al gesto danzato, ci si trova immersi.

La danza potrebbe essere considerata come la più inconfutabile ed eterna di tutte le teodicee?

Nella Nascita della tragedia il filosofo Friedrich Nietzsche sviluppa l’idea per cui solo come fenomeno estetico l’esistenza e il mondo possano essere giustificati. Credo che se una qualche giustificazione si può ritrovare nella danza è alla dimensione dell’immanenza che debba essere anzitutto ricondotta. In altre parole, la pratica della danza giustifica la mia realtà come corpo e questo mio corpo come parte della realtà, nella misura in cui permette di recuperarne la concretezza e, con questa, la bellezza.

Emma Goldman ha sostenuto che una rivoluzione che non le consenta di danzare non è degna di essere combattuta. La danza è politica?

Il legame che la danza intrattiene con la dimensione della politica è almeno tanto sfaccettato quanto il significato di quest’ultima. Sarebbe cioè possibile tracciare una storia politica della danza che prenda in considerazione il contesto storico, sociale, economico e governativo in cui alcune sue forme sono nate e si sono evolute. Basti pensare alla strettissima relazione che intercorre tra la fondazione della danza classica accademica e l’assolutismo francese, ma anche, in tempi più recenti, tra lo sviluppo coreografico russo e l’epoca sovietica. In un altro senso, la danza è politica perché è sociale, appartiene dunque a quell’insieme di pratiche che animano la vita comune degli esseri umani, costruendo tradizioni, usanze, rituali, riferimenti, mode. La danza è inoltre una forma espressiva, un vero e proprio linguaggio, dotato di vocabolario, stile, forme, scritture, e ha pertanto un ruolo cruciale nella costruzione dello spazio politico come spazio di interazione tra simili. Infine, in un senso più sottile ma più pervasivo, la danza è una vera e propria educazione politica, nella misura in cui è costruzione di una pratica collettiva e condivisa che passa per la consapevolezza di sé e degli altri e che si realizza, da capo, ogni volta che si entra in una nuova classe.

SELENA PASTORINO (Genova, 1986) è Dottore di ricerca in Filosofia. Si occupa del pensiero nietzscheano, con particolare riferimento alla questione dell’interpretazione e del prospettivismo, cui ha dedicato una monografia edita da ETS (Prospettive dell’interpretazione. Nietzsche, l’ermeneutica e la scrittura in Al di là del bene e del male). Per i tipi del Melangolo ha curato Per la dottrina dello stile e Da quali stelle siamo caduti? e per Mimesis ha pubblicato Black Mirror. Narrazioni filosofiche, con Fausto Lammoglia. Dal 2015 è docente liceale di Filosofia e Storia. All’attività di ricerca e insegnamento affianca lo studio costante della danza classica, arricchito da incontri di formazione con maestri di chiara fama e dalla sperimentazione di altre tecniche. Come Zarathustra, considera perduto ogni giorno nel quale non si sia danzato almeno una volta.

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