Un’amabile chiacchierata, in un tempo diluito, certo non fuggito, pensando a quesiti teogonici, esistenziali, antropogonici, cosmogonici, religiosi

Il Maestro Signorini, con gentilezza, ha risposto a qualche mia curiosità, ritagliandosi qui e lì un cantuccio per me. L’intervista, nel tempo, è divenuta una riflessione accorata e mite.

“Il discorso delle mele” è un romanzo filosofico che pare rispondere a quesiti teogonici, esistenziali, antropogonici, cosmogonici, religiosi mediante uno strumento atavico quale il mito; mi riferisco, nella fattispecie, al ricordo di suo padre ed al suo discorso delle mele. Una maniera affatto semplicistica ancorchè semplice per illustrare ad un bambino la sorte dell’uomo dopo la morte. Lei scrive “Per me l’aldilà è molto più rivoluzionario della ragione”. Perché, Maestro?

“Vorrei che tu mi parlassi del tuo viaggio”, probabilmente, è il focus intorno a cui si dipanano le sue riflessioni. Il viaggio di Stefano, per morire; il viaggio di Hamid per vivere. La morte, scelta con lucida e stringente consapevolezza, può essere decodificata come un atto di hýbris, riportando l’uomo contemporaneo a protagonista d’una tragedia sofoclea?

Lei dichiara di voleraccudire i personaggi”. La mia impressione è che desideri altresì interessarsi ai suoi lettori: con essi discute, tesse dialoghi, ne carpisce l’umore, ne scioglie i dubbi. Può spiegarmi la ragione per la quale pare, come nella tradizione del teatro di Menandro, Plauto, Terenzio, Brecht o Ionesco ha inteso annullare la “quarta parete”?

L’ultima parte del romanzo s’intitola “Titoli di coda”: una raccolta di testi poetici, filosofici, fonti, modelli, citazioni, che fungono da controcanto alla storia raccontata. Non teme di creare smagliature nell’incedere della lettura?

La sua vicenda umana e professionale vede il connubio di libri e musica. Quali sono le relazioni, le analogie, le differenze?

Senza mezzi termini Ortega dice, in un suo saggio, come sia deludente sentir parlare un pittore di un proprio quadro. Non è compito suo, non è nelle corde del pittore descrivere, analizzare la propria opera. Credo che anche per uno scrittore non sia semplice descrivere in modo chiaro ciò che ha scritto.  Temi esistenziali, etici, religiosi sono presenti ne “Il discorso delle mele”, ma lo sono in una forma d’arte narrativa che cerca di creare una suggestione, di trascinare in una particolare tinta umorale il lettore. È questo lo scopo del mio libro, comunicare uno stato d’animo e stimolare una riflessione attraversando alcuni temi importanti; se dovessi riassumerli tutti in una frase direi che “il coraggio della sopravvivenza” è il nocciolo di tutto il discorso.

Coraggio per vivere, più di quanto ne serva per morire, due viaggi e due motivazioni si incontrano in un punto. Alla fine, morire è facile solo se non si ha nessuno intorno. Per morire si deve rifiutare lo scambio, la condivisione, la propria permeabilità, la propria capacità di accogliere e farsi accogliere, rifiuto che pure causa dolore, così come è doloroso vivere e accettare gli altri e sé stessi. Si deve scegliere a quale tragedia andare incontro.

Aldilà e ragione: il libro non è un saggio filosofico, non ne avrei le capacità; il libro è una discutibilissima opera d’arte nella quale mi metto di traverso rispetto alle posizioni antireligiose. Credo, e qui non parlo da scrittore ma da cittadino che vive il proprio tempo, che troppi siano gli attacchi alla Chiesa, troppa sia la sufficienza nel giudicare religioni e religiosi. Certamente l’universo, per quel che ne sappiamo, è una sorta di mostruosità in espansione senza senso e senza scopo: sentir dire da un uomo di fede che la vita senza Dio è un inferno mi ristora l’anima, mi aiuta ad andare avanti. Mi tuffo in questi pensieri e poi, nel mio libro, mi oppongo a una razionalità che escluda la vita ultraterrena, mi oppongo al conformismo del baratro. La ragione, intesa come illuminismo che scuote i dogmi religiosi, che anzi ne ispira diffidenza, mi annoia. Vi è sempre stata peraltro una ragione tesa a dimostrare razionalmente l’esistenza di Dio. Ma il mio entrare in questi temi è assimilabile a quello di un bambino, oppure di un artista, quell’artista descritto da Nietzsche che “va perdonato se non si trova nei ranghi più avanzati, tra coloro che illuminano e virilizzano progressivamente l’umanità; per tutta la vita egli è rimasto un fanciullo, un adolescente, fermo al punto in cui il suo impulso artistico lo sopraffece”. Questo in “Umano, troppo umano”, il libro disprezzato da un Wagner a sua volta disprezzato da Nietzsche. Potrei dire che Nietzsche ha ragione. E che non posso privarmi di Wagner.

Il semplicismo di un genitore non credente che, ad un bambino che chiede cosa accada agli uomini vecchissimi, mostra uno scenario privo di aldilà, non va certo condannato: lo condanno io (con un po’ di ironia, con molta nostalgia) nel monologo iniziale, ma leggendo non può sfuggire il tratto di dolcezza e di amore che permea tutta quella riflessione sull’aldilà, come non può sfuggire il profondo sentimento d’amore per i genitori, con i quali dialogo in sogno – come forse tutti o molti di noi. Se nel libro faccio assurgere a realtà autentica e tangibile la loro presenza attraverso il sogno se ne può ridere, ci si può commuovere, si può condividere il convincimento: ognuno senta come crede.

Chi è nato negli anni Venti ha ovviamente vissuto azioni, ambienti, pensieri, ideologie, schemi linguistici e comportamentali diversi dagli attuali; tante persone in Italia, come i miei genitori, che subirono la guerra e la fame, si allontanarono dalla fede, videro anzi nella Chiesa un nemico. Oggi è diverso e comunque meno che mai abbiamo punti fermi, a parte i quotidiani scempi tra i quali la tragedia dei migranti, i lager libici, l’iniquità della non accoglienza e del neo schiavismo – e di quest’ultimo patiscono non solo i migranti. Propongo una riflessione di Kafka a proposito del negativo del proprio tempo: l’unico tema che uno scrittore possa svolgere.

Prenda l’annullamento della quarta parete come uno stratagemma stilistico

teso a favorire complicità con il lettore. È sì un monologo, quello iniziale, ma è come se guardassimo la televisione insieme e insieme commentassimo il crollo del ponte di Genova, i migranti bloccati su una nave, esprimendo le considerazioni più disparate che questi fatti suscitano, allontanandosi e avvicinandosi all’attualità, facendosi venire alla mente la possibilità di simboleggiare questi drammi in qualche modo, sviluppandoli in una forma d’arte. Guardando la televisione, in quella tragica estate del 2018 che descrivo nelle prime pagine del libro, il pensiero della morte si faceva potente, gli scenari erano cupi, ingiusti. Il crollo del ponte e la tragedia dei migranti, ossia un viaggio che si interrompe prematuramente e uno che procede in un inferno senza fine, riassumono il senso di una precarietà esistenziale, di un procedere su questa Terra come se si camminasse bendati in un campo minato, aspettando e sperando. Eppure, alla fine un bagliore d’umanità si intravede sempre, anche in un mondo così precario. Pensiamo, parlando di filosofi, a Emil Cioran, sferzante e duro nei confronti della vita, decantante il suicidio: mi commuove sapere che nel momento in cui una persona disperata gli esprime il proprio desiderio di suicidarsi – una persona che si rivolge a lui perché ha letto i suoi libri – Cioran riesca a farlo desistere da tal proposito. Senza rinnegare il senso logico dell’atto, anzi rispettandolo, comprendendolo e giustificandolo appieno, riesce a farlo desistere. Argomentando e ascoltando: facendo ciò che ci rende umani, ciò che ci rende artisti. Non possiamo evitarla, la morte, ma possiamo cantarla: “Ecco un artista!” dice Tosca, che ne ammira (impotente e ignara della crudelissima realtà) la rappresentazione.

Con i libri ho un rapporto intenso, pur con i forti limiti imposti dal mio lavoro. Leggere è un modo per sfuggire alla routine, è un combattimento corpo a corpo col tempo, con il pericolo di farsi stritolare dalla musica. È un modo per restare con i piedi per terra, per informarsi, per non finire nell’imbuto di uno specialismo e credere che l’universo nasca e finisca lì. È un modo per relativizzarsi.

La lotta che si fa leggendo è lotta contro lo specialismo. Viviamo nella frammentazione del sapere. Leggere è un modo per difendersi da ciò che qualcuno definì “la barbarie dello specialismo”, anche se sulla lettura si fa molta retorica: leggere è anche osservare il ritmo di un colonnato, piuttosto che le movenze di un musicista di strada, o le pareti scrostate di un edificio fatiscente, o l’espressione di un volto. L’importante è non credere che dal piedistallo della propria specializzazione, ammesso poi che se ne abbia davvero una, si possa comprendere e soprattutto giudicare il mondo. Nei social, e spesso ad imitazione dei politici d’oggi (generalizzando), tutti procediamo per assiomi; abbiamo una gran voglia di dare giudizi e li diamo, a raffica, senza coglierne la sommarietà. È un pericolo.

I “Titoli di coda” sono altrui riflessioni che mi sono servite per scrivere

questo libro. Nessuno ha preteso da me una struttura piana, nessuno mi ha

imposto uno schema: me ne sono approfittato, creando questo quarto

capitolo. Il mio libro non è altro che un disegno, lo si può leggere più o

meno benevolmente, nutrendosi di ciò che si vuol cogliere; che questo

quarto capitolo sia inteso come un tratto di pennello in più su una tela:

potrà evocare qualcosa di positivo in qualcuno, nulla in qualcun altro,

come è giusto che sia.

LUCA SIGNORINI è violoncellista, compositore e scrittore. Con le orchestre di Santa Cecilia, Scarlatti di Napoli, Maggio Musicale Fiorentino, San Carlo di Napoli, e in importanti sale concertistiche giapponesi, tra cui la prestigiosa “Casals Hall” di Tokyo, ha eseguito con grande successo brani del repertorio solistico per violoncello, sotto la direzione, tra gli altri, di Carlo Maria Giulini, Daniele Gatti, Jeffrey Tate. Nell’ambito della musica d’insieme ha partecipato a complessi di varia formazione, dal Duo con pianoforte al Sestetto, collaborando con Uto Ughi, Ruggiero Ricci, Bruno Canino, Wolfang Christ, Felix Ayo, Franco Petracchi. Ha inciso una considerevole parte del repertorio, dal ’700 ai contemporanei. È stato Primo Violoncello dell’Orchestra Sinfonica della Rai, dell’Orchestra Sinfonica dell’Accademia di Santa Cecilia, dell’Orchestra del Teatro dell’Opera di Roma. Il Teatro di San Carlo di Napoli gli ha offerto, per “chiara fama”, il posto di Primo Violoncello. Ha collaborato con la Cattedra di Musicologia della Facoltà di Lettere dell’Università di Napoli “Federico II”, dove, presso il Corso di Laurea in Lettere Moderne, ha tenuto seminari e conferenze su vari argomenti musicali. Ha pubblicato ne L’offerta musicale 2 («Quaderni del Dipartimento di Discipline Storiche») un articolo dal titolo Comunicazione errata in cui si affrontano tematiche connesse all’esecuzione musicale. Con lo stesso titolo un trittico di suoi spettacoli, per i quali ha composto i testi da lui stesso recitati, è stato presentato nella stagione concertistica dell’Associazione “Centro di musica antica Pietà de’ Turchini” di Napoli. Portano la sua firma anche Bach&Bach, Le donne di Spoon River e Variazioni sul tram rappresentati con grande successo negli ultimi anni. È ideatore del progetto Decamerone in musica rappresentato al Museo Madre di Napoli. Ha recentemente inciso, a beneficio di Amnesty International, l’integrale delle suites di Johann Sebastian Bach per violoncello solo in compact disc. Per violoncello solo è anche il titolo del suo romanzo pubblicato da Aracne Editrice. Per la stessa casa editrice è uscito recentemente un altro suo lavoro dal titolo “Appunti per una resurrezione”. Collabora con il Corriere del Mezzogiorno con articoli d’opinione. È stato dal 1982 al 2002 titolare della cattedra di Violoncello presso il Conservatorio San Pietro a Majella.  Suona un prezioso violoncello Carlo Tononi del 1740. Attualmente è docente di violoncello presso il Conservatorio statale di musica “Nicola Sala” di Benevento.

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