Videor ergo sum!

Videor ergo sum: sono visto, dunque, sono. E’ necessaria la mediazione esterna, è indispensabile un pubblico, per rassicurarsi in merito alla propria identità?
La faccenda è ben più grave: non è in gioco l’identità, ovvero la capacità di rispondere alla domanda “chi sono?”; bensì la possibilità di rispondere ad una domanda assai più radicale: “ci sono?”. Detto in altri termini: la posta in gioco non è sapere “chi” si è, bensì sentire di esserci. La macchina cenestesica s’indebolisce e, simultaneamente, la macchina ottica del sé si rafforza. In che misura il selfie può essere ascritto nella cornice d’una mutazione antropologica?
Spieghiamo cos’è la macchina cenestesica: è quel dispositivo che ci fa sentire di esserci in quanto carne inerente al mondo. È un dispositivo che dovrebbe funzionare implicitamente, restando sullo sfondo della coscienza: la carne è la cenestesi che la garantisce, sono tanto più efficace quanto meno emergono esplicitamente alla coscienza. La loro efficacia consiste appunto nel farci sentire radicati in noi stessi, nel nostro Se’, nelle nostre relazioni con gli altri e con il mondo. Il selfie è il sintomo dell’indebolimento della macchina cenestesica, cioè del nostro radicamento nella carne - ovvero nelle emozioni, nelle sensazioni, nei desideri, nelle abitudini che hanno luogo nella nostra carne. Ora per capire bene di cosa stiamo parlando dobbiamo distinguere la carne dal corpo: mentre la carne è invisibile e può essere solo sentita il corpo e la carne quando si rende visibile. In fondo, potremmo dire che la carne è quello che sentiamo quando chiudiamo gli occhi. Invece il corpo è quello che gli altri vedono di noi quando ci guardano; oppure ciò che noi vediamo di noi stessi quando ci vediamo attraverso lo sguardo degli altri. Il selfie è esattamente il sintomo della crisi della proporzione fra sentirsi carne e vedersi, o vedersi visti, come corpo. Sempre di più noi siamo corpi visibili e sempre meno carne sensibile. Il selfie è il dispositivo, la macchina protesica, la tecnica che utilizziamo per sentire noi stessi quando ci sentiamo visti dagli altri rappresentati  nell’immagine che inviamo nella rete.
Il selfie si configura come un dispositivo protesico testimone della dissolvenza della carne. Sono in relazione i selfie e pratiche quali l’anoressia o il digiuno?
Esattamente. La necessità di scattare selfie e di inviarli nella rete e la testimonianza della dissolvenza della carne. Tuttavia il selfie rappresenta un sintomo sostanzialmente innocua non un fenomeno psicopatologico al confronto della epidemia di disturbi alimentari che caratterizza il nostro tempo. Nei cosiddetti “disturbi alimentari” è in gioco la medesima sproporzione tra carne e corpo: le persone affette da questi disturbi cercano di recuperare una certa consistenza e stabilità della propria carne sentendosi guardate dagli altri. Come aveva preconizzato Jean-Paul Sartre, noi possiamo fare esperienza del nostro corpo in tre modi: sentendolo (e questa è la carne), vedendolo come un oggetto fuori (e questo è il corpo), e infine sentendolo quando è un oggetto visto dagli altri. Questa terza dimensione esperienziale della corporeità e del nostro Sé è esattamente ciò che è in gioco nel selfie (in forma non psicopatologica) e nella anoressia in forma psicopatologica. Il digiuno è un altro dispositivo che le persone anoressiche mettono in atto per poter sentire il proprio corpo. Un altro dispositivo e ciò che chiamiamo digitizzazione, cioè ridurre il corpo a una serie di numeri come il peso, la taglia, oppure le calorie ingerite, il numero dei chilometri effettuati in un giorno, ecc.
Lei asserisce che il selfie sia la crittografia della fame d’esserci. L’istantaneità del selfie è accostabile alla temporalità disperata della bulimia?
Proprio in questo senso il selfie è emblematico della fame di esserci al tempo della dissolvenza della carne. Se la carne è il fondamento del nostro sentirci radicati in noi stessi e nel mondo, E viviamo un tempo in cui la carne va dissolvendosi; allora tutto ciò genera una fame di “esserci” Che qualcuno può tentare di saziare attraverso la pratica del selfie. Il paragone con la bulimia va oltre: come nella bulimia la persona bulimica mangia come se non ci fosse un domani, cioè la sua temporaneità ridotta alla istantaneità; la pratica del selfie non sembra rappresentare una base su cui ricostruire il proprio contatto con la carne attraverso un paziente lavoro di ascolto delle proprie emozioni. Quindi il selfie può dare una risposta nell’immediato alla fame d’esserci ma non rappresenta una educazione adeguata, un esercizio da ripetere con costanza, per tornare in rapporto con noi stessi tramite la carne.
Quale differenza ravvede tra autoritratto e selfie?
Il selfie è una forma di autoritratto ma laddove l’autoritratto a fondamentalmente uno scopo estetico e in fondo autocelebrativo il selfie invece è la semplice testimonianza del bisogno che si sappia che io sono in quel determinato luogo. Tuttavia sia nell’autoritratto sia nel selfie si rivela un inconscio ottico: vale a dire riguardando l’uno e l’altro possiamo decifrare aspetti di noi stessi rivelati dalle nostre pause e dei nostri atteggiamenti che non avremo modo di scoprire altrimenti.
Giovanni Stanghellini psichiatra e psicoterapeuta, è professore ordinario di Psicologia dinamica all’Università “D’Annunzio” di Chieti e dirige la Scuola di “Psicoterapia fenomenologico-dinamica” di Firenze. È autore di più di 20 libri e circa 200 pubblicazioni. Tra i suoi contributi più recenti: Noi siamo un dialogo (Cortina, 2017), L’amore che cura (Feltrinelli, 2018) e l’Oxford Handbook of Phenomenological Psychopathology (Oxford University Press, 2019). Di prossima pubblicazione Storia della fenomenologia clinica (con Aurelio Molaro, UTET). 

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