Intimità ed oscenità

Lei articola ed approfondisce teoricamente due categorie ermeneutiche pressoché sconosciute al panorama filosofico contemporaneo: “intimità” ed “oscenità”. Ritiene che esse siano circoscritte al cosiddetto mondo dello spettacolo o vadano estese al più ampio dibattito antropologico odierno?

Per come le ho intese e sviluppate, le due categorie sono in grado di leggere l’esperienza umana in tutte le sue dimensioni fondamentali – senza avanzare, ovviamente, la pretesa di esaurire alcunché. Nel libro infatti, dopo una sezione introduttiva in cui articolo i due paradigmi da un punto di vista teoretico-concettuale, procedo a testarne la fecondità in diversi ambiti. Il mondo dello spettacolo, la cui logica è per definizione attraversata da una vocazione a esibire, mostrare, inscenare l’agire e il patire, drammatizzando ogni situazione, è senz’altro uno dei luoghi privilegiati dell’intimo e dell’osceno. Tuttavia, dal momento in cui definisco “intima” o “oscena” ogni azione umana, indipendentemente dalla sua collocazione in ambito pubblico o privato, la bipartizione concettuale si presta a interpretare, giusto per fare alcuni esempi, la sfera delle relazioni affettive e sessuali; l’alimentazione e la cura del corpo; l’agire pubblico e in particolare quel sorprendente dispositivo identitario che è il lavoro – da non confondere con la professione. Ne ho testato la praticabilità anche in ambito di critica letteraria e cinematografica e il mio ultimo saggio indaga il mondo della pornografia industriale e amatoriale.

Intimità ed oscenità si risolvono in rapporto all’ambito pubblico o al medesimo esercizio sperimentale del soggetto nel dipanarsi della sfera privata?

Si tratta, in entrambi i casi, di considerare non tanto la collocazione in ambito pubblico o privato dell’agire, quanto l’assetto fondamentale del soggetto all’interno della scena dell’esperienza. Ognuno di noi è chiamato a prendere posizione rispetto alla finitezza della propria esistenza. Siamo finiti e mortali, effimeri, e il limite posto dal tempo che scorre e, diciamo così, dal fatto che abbiamo tutto sommato poche carte nel nostro mazzo e dobbiamo dunque giocarcele bene e con serietà, ci costringe a decidere, scegliere, scartare e prediligere. La scena del mondo nella quale siamo posti ci rende esposti, aperti, a metà tra un cielo che ci attira e una terra che ci reclama. Siamo fatti per l’uno o per l’altra? Questo è uno dei più grandi e affascinanti misteri dell’universo, su cui non smetteremo mai di interrogarci e accapigliarci. C’è chi dice che “è tutto li”, puntando sulla trascendenza disprezzando la materia. C’è chi, invece, dichiara illusoria ogni alterità spirituale e propone di rimanere “fedeli alla terra”, per dirla con Nietzsche. A mio giudizio si tratta, in entrambi i casi, di posizioni “oscene”, incapaci cioè di considerare in chiave non esclusiva le due dimensioni della nostra eccentrica condizione – Pascal è stato in questo senso un gigante. “intima” è allora la collocazione adeguata, un prendere posizione tenendo conto del fatto che non è tutto qui (osceno materialismo) e che non è tutto lì (osceno spiritualismo). Esseri “anfibi”, liminali, segmenti con la vocazione di una retta, per agire intimamente dobbiamo tenere conto della struttura bipartita della scena: ritagliare senza mutilare, aprire senza sfondare, concentrare senza idolatrare, amare senza stuprare, evitando per quanto possibile di lasciarci irretire da uno dei due “totalitarismi esistenziali” possibili. Più facile a dirsi che a farsi, ma è proprio in questo vertiginoso equilibrio tra “qui” e “altrove” che si gioca la grandezza, il fascino, l’imprevedibilità della nostra storia, unica e irripetibile. Poiché ognuno è chiamato alla creatività, abitando la struttura bipartita della scena, che ci coinvolge tutti, declinandola però nella forma della singolarità personale, assecondando la propria “felice stortura”, l’unica vera ricchezza dell’umano. Fuori da questa prospettiva c’è solo la serialità oscena del conformismo e la violenza del potere.

L’”oscenità” va riscontrata esclusivamente nel materialismo? Non ritiene che anche lo spiritualismo, soventemente, sia ridotto ad esibizionistica merce di consumo?

Ne sono più che convinto. Penso in particolare al fenomeno delle apparizioni mariane a Medjugorie. Si tratta della facile mistica di un rapporto con il divino vissuto tramite comparizioni fulminee, contatti improvvisi, immediate esperienze. Una simile dinamica può essere perfettamente catalogata come oscena o addirittura pornografica. Instagod, un Dio che si presenta qui e ora con la mediazione della Madre. Ricevuti da attendibili mediatori (sorta di Amazon celeste) messaggi di pace, inviti alla preghiera e alla conversione, il credente-pornografo riposa nella sicurezza di essere oggetto d’amore, cura e protezione dell’alto/altro, in una logica di relazione speciale, cuore a cuore, un privé religioso alternativo a quello offerto dai locali alla moda, considerati luoghi di perdizione e mondanità. Corone di rosari al posto di eyeglasses D&G, gonne lunghe e sguardi pii e contriti in loco di minigonne vertiginose e occhiate assassine, pupille dilatate dei veggenti nella frenesia dell’enthusiasmos. Un fast food religioso (naturalmente a pagamento), una variante dell’osceno spiritualismo: l’eccesso di presenza e contatto, il reale ricercato sotto la pelle del visibile, la pace dell’esser posseduti da ciò che s’intende possedere per placare l’angoscia dell’esistere.

Reputa pensabile un agire intimo in pubblico?

Lo ritengo non solo pensabile ma anche necessario. L’uomo è un animale sociale e gli altri, come diceva Gaber, sono dentro di noi anche quando ci rifugiamo nella solitudine più claustrale ed eremitica. L’alterità è la stoffa stessa delle nostre esistenze. In un’epoca nella quale rischiamo di ridurre l’altro a spunto, stimolo, occasione per innescare autistiche sessioni di godimento narcisistico e solipsistico, è vitale recuperare una dimensione condivisa, comunitaria, comune dell’esperienza. Senza demonizzarli, gli schermi che ci circondano contribuiscono alla sedimentazione di questa predisposizione asociale e impolitica. Poiché social non equivale a sociale, il contatto non è la relazione, l’Instagram story non è la storia, se t’invio un messaggio non significa necessariamente che stiamo comunicando, la chat di gruppo non è equiparabile a una cena tra amici e così via. Lo ripeto, non dobbiamo cadere nella trappola di un velleitario “neo-luddismo tecnologico”, criticando indiscriminatamente le nuove tecnologie, quando invece queste ultime ci offrono moltissimi vantaggi. Dobbiamo tuttavia prestare attenzione al fatto che è con gli altri – nella loro presenza fisica e carnale – che si gioca la sfida più decisiva, e quest’alterità, per quanto sempre presente anche nell’intimità delle nostre case (il primo altro è la moglie, il marito, i figli, i genitori, il compagno o la compagna etc), è anzitutto un affare che ci coinvolge nel momento in cui mettiamo un piede fuori dalla porta. Si parlava più sopra della possibilità di applicare alla sfera della sessualità le categorie d’intimità e oscenita. A questo proposito, la scena umana, costitutivamente relazionale, è per ciò stesso inevitabilmente conflittuale. Il sesso è conflittuale. Ed è l’atto politico per eccellenza. Perché in un rapporto sessuale vissuto bene tra due soggetti avviene l’impensabile, l’innaturale: nel momento in cui sono tutto preso dal mio godimento posso relazionarmi all’altro prendendomi cura anche del suo. Il miracolo che l’umano aggiunge all’essere è la possibilità della reciprocità. Siamo capaci di dire “io”, senza così affermare “sempre e solo mio”. In questo senso, quello che faccio in camera da letto nell’intimità della relazione con il mio/la mia partner assume un valore pubblico e sociale. E parimenti, ogni gesto, intimo o osceno che sia, che realizzo in pubblico ha una ricaduta inevitabile nel privato. Ma forse dovremmo iniziare a pensare di tirarci fuori da questa logora dicotomia, tipica della modernità occidentale: l’esperienza umana è unitaria e siamo sempre responsabili di ciò che decidiamo di affermare, distruggere, coltivare e custodire o annientare con il nostro agire, che si giochi di fronte a migliaia di persone o nella solitudine (in realtà sempre abitata dall’altro) delle nostre stanze.

Quale atteggiamento propone di adottare affinché l’uomo realizzi autenticamente la sua vita personale, evitando di chinarsi all’imperativo della prestazione da podio?

L’unico atteggiamento che mi pare praticabile passa dalla riappropriazione di alcune dimensioni dell’esistere che il micidiale diktat performativo ha bandito categoricamente dalle nostre vite. Perdere tempo passeggiando senza meta; contemplare senza fretta un tramonto, un paesaggio, i nostri cari mentre si muovono condividendo i nostri spazi; praticare sport per il puro gusto di sentirsi bene senza lasciarsi mordere alla gola dall’ansia di perdere massa grassa e metterne su di magra perché l’estate è vicina; leggere un libro su una panchina ascoltando i rumori della città e dimenticandosi, almeno per un po’, delle urgenze quotidiane. Tutte cose assolutamente inutili, improduttive, inefficaci e non monetizzabili. Immersi nell’agonismo performativo (forma di agonia perpetua e distruttiva) non siamo più abituati a lasciare la presa, perderci un po’, agire senza calcolare costi e benefici, misurare la produttività delle nostre attività. È il totalitarismo dell’efficienza che dobbiamo contrastare con una rivoluzione gentile, magari iniziando a cancellare dal nostro vocabolario espressioni oscene e degradanti quali “eccellenza”, “risorse umane”, “essere i migliori”. Le parole disegnano mondi: aprono, chiudono, ampliano o riducono. Queste, a mio avviso, contribuiscono a ridurre ognuno di noi a impersonale terminale di competenze, interscambiabile tassello di un gigantesco ingranaggio che stritola ogni eccedenza, deviazione, stortura, differenza. Altra parola micidiale e oscena è “sicurezza”. Ulteriore rischio che corriamo è quello di crescere giovani cui viene fatta una promessa che non può essere mantenuta, poiché nessuno è mai davvero “al sicuro”. Educhiamo giovani che crescono con l’airbag al posto del cuore, atterriti e ossessionati da ferite, cadute e fallimenti a causa di angosce e paure che gli trasmettiamo attraverso sguardi, raccomandazioni, discorsi. Invece noi dobbiamo educarli ad amare pazzamente e senza cinture di sicurezza o paracadute, a farsi male e lacerare confini e orizzonti, hungry and foolish: unica condizione per la maturazione del soggetto è la pericolosa esposizione all’esperienza. Dire “umanità” equivale a dire “apertura”, invece spesso preferiamo vivacchiare con il casco omologato. Devi esporti: è questo uno degli insegnamenti più importanti che possiamo consegnare, testimoniandone la convenienza, a chi prenderà il nostro posto. Abbiamo bisogno dei vulcani, attivi, terribili e pericolosi: la vita è un tragitto su percorsi insidiosi e per questo promettenti. Tutti moriremo: e a fronte di queso destino, è assolutamente indispensabile che la morte ci trovi vivi, come ricordava il grande M. Marchesi.

Davide Navarria ha approfondito e si occupa di società dei consumi e new media, antropologia dei social network e pornografia, cinema horror e serie tv. Tra le sue pubblicazioni ricordiamo La scena chiusa. L’idolo come pervertimento del dramma umano, in M. Doni (a cura di), Disgusto e desiderio. Enciclopedia dell’osceno (Milano 2015); Il sapore del sangue. La serietà dell’orrore, in N. Gruppi, G. Giannini (a cura di), Buffy non deve morire. Adolescenti, Mito e Fantastico nei Nuovi Media (Reggio Calabria 2020). Per Mimesis ha pubblicato L’anima tigrata. I plurali di Psyché di G. Durand (Milano 2017) e, dello stesso autore, Campi dell’immaginario (Milano 2018). È in corso di pubblicazione per Rogas edizioni un saggio dedicato all’homo pornographicus contemporaneo.

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