Il niente ineludibile

Nel suo saggio, ripercorrendo le origini della filosofia occidentale, in una comparazione con il pensiero presocratico, in particolare quello di Parmenide, transitando per Platone, Aristotele e la mistica, e, poi, Leopardi sino a raggiungere la filosofia contemporanea, lei pare voler delineare un’idea nuova di “niente”. Quale?

Per rispondere a questa domanda, vorrei fare una premessa che ritengo necessaria. Nella quotidianità – ma non di rado anche in ambito strettamente filosofico – il concetto di niente viene fatto coincidere con quello di nulla. Ad esso viene dato un valore in linea con la concezione del «non essere assoluto» di matrice parmenidea, ovvero dell’«assenza totale dell’essere» in ogni sua forma e/o espressione. Il filosofo di Elea, infatti, affermava che il non essere fosse impensabile e inesprimibile. La diretta conseguenza di questo ragionamento è che il niente/nulla, fuori dalla speculazione eleatica, diviene l’elemento dell’annullamento/annichilimento dell’essere e/o dell’ente (sappiamo che in filosofia essere ed ente sono due concetti ben distinti) o, se volessimo imprimere una certa dinamicità alla questione, potremmo dire che il niente/nulla creerebbe la condizione attuante il processo inverso rispetto a quello presente nel Convivio platonico, ovvero: «far passare qualsiasi cosa dall’essere al non essere». Ma se, come vedremo più avanti, intenderemo che niente e nulla sono due concetti ben distinti, sapremo altresì che il primo non ha le stesse caratteristiche del secondo. Dunque, una delle prime novità rispetto alla tradizionale concezione del niente è la sua «separazione» fondativa, linguistica e genealogica dal nulla. Da qui prende le mosse una ricerca che attraversa non solo la storia della filosofia ma va ad intersecare, in alcuni punti, anche la matematica e la fisica (discipline, peraltro, più vicine all’ambito filosofico di quanto si possa pensare, non solo per la presenza di alcuni pensatori come Talete, Pitagora, Descartes, Leibniz, etc., che si trovavano a proprio agio nei diversi campi del sapere, ma anche per gli oggetti stessi della ricerca). Si tratta di un cammino non certo facile e men che meno risolutivo rispetto alla questione posta. Tuttavia, ho cercato di aprire una breccia, una falla nel pensiero che tende a unificare/uniformare il concetto di niente con/ad altri concetti del negativo, tentando di insinuare un dubbio circa la sua genesi e il suo sviluppo. Ciò che posso dire, cautamente, è che il niente, così come è presentato nel mio saggio, non ha gli attributi dell’assolutezza; ciò che lo caratterizza, dunque, è il suo essere relativo. È qualcosa che già Platone aveva intuito: difatti, nel Sofista, il grande filosofo, confutando l’idea del non essere assoluto di Parmenide, aveva posto le basi per un nuovo modo di pensare l’essere e il non essere, l’ente e il non-ente, introducendo il concetto di «differenza». La mia idea del niente fa tesoro dell’intuizione platonica, ma la rilegge attraverso la logica aristotelica, la riflessione mistica, la profondità della visione leopardiana, la sintassi heideggeriana, l’insieme matematico. L’approccio al tema è olistico, come ha ben sottolineato Adriana Gloria Marigo nella sua nota al saggio. Attraverso questa serie di passaggi, da un lato il concetto di niente riconferma il proprio «non essere relativo» preconizzato da Platone, perdendo, dunque, quello del «non essere assoluto», dall’altro il niente, superando l’impasse riguardante la sua esistenza – difatti, affermare che il «niente è» non rappresenta un’aporia – partecipa dell’essere a pieno titolo; di più, riprendendo parzialmente Heidegger, ne diventa il fondamento (Grund) – posizione, questa, vicina a parte della mistica, per cui l’abisso (Abgrund) e il fondamento (Grund) coincidono; o, se vogliamo dirlo altrimenti: Dio e il Nulla sono la stessa cosa (tema ripreso dal Leopardi). Infine, se è possibile pensare al niente come a un non essere relativo o, potremmo dire, a un «essere altrimenti» che è fondamento dell’essere, possiamo considerare che ente e niente rappresentino i due segni – opposti ma co-esistenti – di uno stesso piano ostensivo, e che entrambi possano essere collocati all’interno dell’orizzonte dell’apparire (qui inteso in senso severiniano).

Il nulla e il niente sono due termini riducibili?

La presunta riducibilità dei due termini, che nel mio saggio ho cercato di confutare, è uno dei temi centrali che sottendono l’intera ricerca in questione, è il nucleo pulsante dal quale si dipartono i sentieri argomentativi percorsi nel libro. La mia risposta alla sua domanda è secca: no, i due termini non sono riducibili. Essi si differenziano non solo dal punto di vista etimologico e linguistico ma anche fondativo. Se dovessimo semplificare al massimo il discorso – con gli ovvi inconvenienti derivanti da tale riduzione – potremmo sostenere che il nulla è ciò che gli antichi chiamavano «nessuna cosa», un non essere assoluto di stampo parmenideo (che noi, però, al contrario di Parmenide, possiamo pensare, ad esempio con il Leopardi), qualcosa che si contrappone in modo antitetico all’essere e che spinge verso un aut aut incontrovertibile: o l’essere o il nulla; il niente, di contro, è un non-ente che tuttavia non ha le caratteristiche dell’assolutezza bensì della relatività. Qualcosa che si avvicina all’«essere diverso» o «essere altrimenti» di cui già Platone aveva posto le basi, con l’ormai mitico parricidio di Parmenide, ovvero attraverso il ripudio del padre dell’arcinota posizione secondo la quale «l’essere è e non può non essere, il non essere non è e non può essere». Per Platone, infatti, l’errore parmenideo consisteva nell’aver inteso il non essere in senso assoluto, non lasciando spazio al concetto di «differenza», mirabilmente trattato nel Sofista. In questo dialogo, Platone deve risolvere delle questioni fondamentali: chiarire come sia possibile l’esistenza di più idee e con quale modalità tali idee entrano in relazione fra loro. La risposta del filosofo consiste nell’elaborazione della teoria dei «generi sommi», ovvero degli attributi basilari delle idee. Platone ne individua cinque: l’essere, l’identico, il diverso, la quiete e il movimento. L’idea, in quanto esistente, appartiene al genere dell’essere. Nondimeno, l’idea è identica a sè stessa, di conseguenza appartiene anche nel genere dell’identico. Platone, quindi, distinguendo tra «essere» ed «essere identico», attesta che l’idea appartiene anche al genere del «diverso», poiché, se vi sono tante idee e ognuna di esse è identica a se stessa, le idee devono necessariamente essere diverse le une dalle altre. Fatto questo lungo ma indispensabile ragionamento, possiamo affermare che per Platone, l’errore parmenideo è stato quello di far coincidere il diverso con il nulla. Difatti, Platone sostiene che se, ad esempio, diciamo che «A non è B», non ci stiamo confrontando con il nulla assoluto, ma con la diversità, stiamo dicendo, per l’appunto che «A è diverso da B», ovvero al niente relativo. Nel Sofista vi è già la concettualizzazione di una via, che sarà percorsa da altri pensatori, per la quale il niente diverrà «partecipe dell’essere». In questo senso, è chiaro che il confronto con Platone deve essere attualizzato, tenendo conto di un nuovo processo di «individuazione» dell’ente e del non-ente di carattere logico-matematico e analitico che, da Aristotele in poi, non può non essere preso in considerazione. In altre parole, il nulla e il niente non sono più oggetti di studio soltanto della metafisica e dell’ontologia ma divengono materia di discussione anche per altri campi di ricerca come, ad esempio, la matematica e la fisica.

Lei asserisce che “il concetto di nulla/niente ha rappresentato l’incontro dell’umano con la dimensione del tragico”. Ebbene, quanto incide la sua impermanenza?

Possiamo dire che l’umanità ha avuto coscienza ed esperienza della sua impermanenza fin dai suoi albori o, almeno, dacché ne abbiamo testimonianza. Le idee di affezione, decadenza e morte hanno accompagnato l’essere umano da sempre e hanno segnato profondamente la sua relazione con la propria sfera interiore e con il mondo esterno. L’epilogo della fisicità, la corruzione della materia fino al totale annientamento, ha suscitato in ogni tempo e in ogni luogo delle riflessioni, dapprima elementari e poi via via più articolate, sulle cause e sul senso di questo andare – o ritornare – nel nulla, qui inteso come un luogo/non-luogo immemoriale, antecedente a qualsiasi forma d’esistenza. Dai proto-apparati apotropaici della preistoria alle forme più evolute di religiosità e spiritualità sviluppatesi nel corso dei secoli, l’essere umano ha cercato un confronto con la dimensione dell’«estrema alterità», e questo ha dato luogo a molteplici espressioni derivanti proprio da un tale approccio. Con l’idea del nulla-morte si è originata un’antitesi permanente, così che il razionale e l’irrazionale, lo sgomento per la fine della vita terrena e la speranza di una continuità ultramondana, hanno incrociato sovente la strada dell’umanità. Finanche la nascita della filosofia, come ha ben sottolineato Emanuele Severino, è da attribuirsi al thauma, che non va inteso – il grande filosofo bresciano l’ha più volte ribadito – come un’indefinita meraviglia, bensì come l’«angosciato terrore» che proviamo di fronte alla morte, al male, all’ignoto. Il thauma, quindi, come profondo disagio/scoramento legato inscindibilmente all’impermanenza dell’essere umano, di cui costituisce un carattere sostanziale. La sfida era non solo quella di esorcizzare la morte, l’annientamento, ma di trovare delle basi filosofiche che consentissero di affrontare il nulla/niente da un punto di vista non più mitico-religioso ma razionale. Tuttavia, anche se ciò potrebbe apparire in contraddizione con quanto detto poc’anzi, per conseguire un tale obiettivo occorreva individuare qualcosa che non soggiacesse alla potenza nullificatrice della morte: l’anima. Con gli orfico-pitagorici, l’anima non solo diviene immortale ma deve anche contrapporsi al corpo (elemento che degenera e perisce): sarà solo quest’ultimo, infatti, ad essere legato al disfacimento, all’azione nullificatrice del nulla. Da qui si apre una «strada metafisica» che da Platone in poi attraverserà, con alterne fortune, tutto il pensiero occidentale. Certo, il discorso è lontanissimo dall’essere concluso: dovremmo fare i conti con il neoplatonismo, con la mistica, con autori fondamentali come Leopardi, Nietzsche, Sartre, Heidegger, Gentile, solo per citarne alcuni. Se dovessi sceglierne uno, per ovvie questioni di spazio, direi che nessuno – a parte, forse, Gentile –riguardo al concetto di nulla/niente ha toccato la profondità del genio di Recanati. Il grande poeta e filosofo, autore, tra le altre meraviglie, dello Zibaldone, ha raggiunto un apice difficilmente eguagliabile. Egli, infatti, arrivò a scrivere: «In somma il principio delle cose, e di Dio stesso, è il nulla. Giacché nessuna cosa è assolutamente necessaria, cioè non v’è ragione assoluta perch’ella non possa non essere, o non essere in quel tal modo». Si tratta di una concettualizzazione che incontra la mistica e alcune intuizioni heideggeriane.

“Nulla” e “Niente” sono termini adoperati, oggi, prevalentemente, in accezione negativa. Ci aiuta a decodificarne senso e significato?

Il senso che oggi comunemente diamo ai due termini  e che, come lei ha ben evidenziato, ha un’accezione spiccatamente negativa, è il retaggio della tradizione occidentale o, forse sarebbe meglio dire, delle tradizioni occidentali. Questo perché tale negatività è il frutto di un pensiero complesso, che ha assorbito, nel corso di secoli, idee religiose, filosofiche, letterarie, artistiche e folcloriche. Nella nota introduttiva al mio saggio ho accennato a qualche espressione di uso comune come, ad esempio, «Non siamo nulla» oppure «Su questa terra siamo niente». Ho sentito pronunciare queste frasi tante volte nel corso della mia vita. In occasione di un lutto personale, di una tragedia collettiva, di una catastrofe naturale. Qui entrano in gioco le emozioni, i sentimenti, le sensazioni di malessere e di sconforto che caratterizzano situazioni spiacevoli e/o dolorose che puntualmente, prima o poi, si presentano nelle nostre vite. In tali frangenti, le idee di niente e di nulla – qui utilizzati come sinonimi – sono associate a quelle di «assenza», «vuoto», «desolazione». Dietro quelle frasi così popolari e genuine, dietro il constatare che «Non siamo nulla» si nasconde una volontà, tutt’altro che ingenua o sprovveduta, di marcare la condizione di impermanenza dell’umanità, di dichiarare il fatto, incontrovertibile, che siamo degli esseri transeunti, finiti, perituri. D’altronde, già nelle Sacre Scritture troviamo degli esempi di questa tendenza alla manifestazione della nostra «nullità». L’arcinota locuzione del Genesi, «Memento, homo, quia pulvis es, et in pulverem reverteris», altro non è che l’ammonimento sul nostro futuro ineludibile: ritorneremo nel nulla. In altre parole, il nostro immaginario di uomini e donne occidentali è permeato dall’idea di niente/nulla legata al negativo, anzi, al sommo grado del negativo, la morte. Tuttavia, se al pensiero comune è permesso identificare il niente e il nulla con la negatività tout court (peraltro livellando i due concetti), all’ambito filosofico e, più in generale, alla storia delle idee, questa agilità non dovrebbe essere concessa. In primo luogo perché vi è l’errore di fondo legato all’etimologia dei due termini – e al senso storico-sociale che hanno via via acquisito – in secondo luogo perché la negatività dei due concetti, intesa come contrapposizione a qualcosa di positivo (vita-morte, pieno-vuoto, rigogliosità-desolazione, etc.) è stata superata già a partire dalla tradizione mistica, portata alle estreme conseguenze da Giacomo Leopardi, per la quale il «fondamento» e il «non-fondamento», non solo compartecipano dell’essere ma ne costituiscono i caratteri essenziali.

“Il niente è ineludibile. Esso ci appartiene in quanto ‘ esseri – posti- in’.” Perché il “niente” è ineludibile?

Per rispondere a questa domanda, senza la pretesa di essere esaustivi, partiamo proprio dalla nostra condizione – come esseri umani – di contingenza. Noi siamo «esseri-posti-in». Siamo posti in uno spazio, in un tempo, in una famiglia, in una società, in una lingua, in degli idiomi. In altre parole, non siamo «esseri assoluti». Se guardiamo l’etimologia del termine «assoluto», sapremo che questo deriva da «absolutus», participio passato del verbo latino «absolvĕre», ovvero «sciogliere». Assoluto («ab-solutus») è colui che è sciolto da qualsiasi tipo di vincolo o legame. Se estremizziamo la portata di questo valore svincolante, come nel caso della divinità, possiamo affermare che assoluto è colui il quale «esiste in sé e per sé», slegato da qualsiasi relazione di necessità o immanenza. Per noi esseri umani, l’assolutezza, in quanto esseri imperfetti e mortali, non rientra tra le nostre qualità. Noi umani, dotati di un cuore e di un cervello, apparteniamo al mondo sensibile e di questo condividiamo la caducità, il cambiamento, il passaggio dall’essere al non essere o, per dirla più prosaicamente, dalla vita alla morte. Ciò che contraddistingue il nostro essere è proprio lo «stare al mondo» e «nel mondo» o, parafrasando Heidegger, il nostro «essere gettati» nel mondo. È proprio il nostro «essere-posti-in» a rendere ineludibile il niente. Il niente non può essere eluso poiché appartiene alla nostra stessa natura di esseri cangianti, perituri, contingenti. Tuttavia, come ho cercato di specificare nel mio saggio, è il niente stesso ad appartenere alla contingenza o, per usare la terminologia specifica del saggio, alla «geo-locazione». Il niente non è il nulla, non è, nell’accezione filosofica, il non essere assoluto di Parmenide e non è, nell’accezione biologica, la morte di un essere vivente. Il niente è un non-ente relativo, accostabile all’«essere diverso» concettualizzato da Platone, è ciò che nel mio saggio ho chiamato «alternanza ontica», ovverosia, semplificando in sommo grado, un «essere altrimenti», un «essere altrove», un «essere diverso da». Quando noi diciamo «il triangolo non è il quadrato», non stiamo dicendo che il triangolo «non è» in senso assoluto, non lo stiamo annientando, non lo stiamo annullando totalmente, stiamo specificando la sua «diversità», il suo non essere rispetto al quadrato, ovvero il suo «essere altrimenti», e questo ha la caratteristica dell’ineludibilità.

Gianluca Conte è nato a Galugnano (Le) nel 1972. Vive nel Salento, dove insegna Filosofia e Storia nei licei. Tiene conferenze, seminari e laboratori riguardanti la filosofia, la simbologia, la poesia e l’arte.

Ha pubblicato i saggi Nietzsche. Contro la modernità, Catartica Edizioni, 2018; Il pensiero metacreativo. Nuovi percorsi della mente, Musicaos Editore, 2015; Carmelo Bene inorganico, Musicaos Editore, 2014. Le raccolte poetiche Universo minimo, Alimede, 2016; 28 strade ancora, Magazzino di Poesia di Spagine, 2014, a cura di Mauro Marino; Danza di nervi, Lupo Editore, 2012, vincitrice del primo premio PugliaLibre 2012; Il riflesso dei numeri, Centro Studi Tindari Patti, 2010, finalista al premio “Andrea Vajola”; Insidie, Il Filo, 2008.

Il romanzo Cani acerbi, Musicaos Editore, 2014. I racconti La boutique della carne/Teste d’osso, 2014, Musicaos Editore. Altri suoi scritti sono presenti in varie antologie, tra cui “Inchiostro di Puglia”, e sul Web.  Cura il blog Linea Carsica e collabora con Cammini Filosofici, Alimede Poesia, Itinerari Metacreativi, Zona di Disagio e Frequenze Poetiche.

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