L’illusione della modernità: una rivalutazione della storia interbellica del sud-est dell’Europa

Lei pare voler mostrare i tratti più peculiari e le maggiori linee d’incremento istituzionale, finanziario e sociale che contrassegnarono i così designati “Paesi balcanici” nel corso del ventennio interbellico in un panorama dissimile da quello, esclusivamente, della storia politica. Invero, il tempo storico che circoscrive i confini temporali del suo volume non può essere vagliata soltanto come un intervallo di sosta, per lo più inoperosa, della Seconda guerra mondiale e delle dittature comuniste imposte dall’Urss. Mi sembra che si sia trattato, anzi, di una fase certamente straziata ma similmente indubbiamente marcata da stimolanti fermenti culturali, da spinte di crescita economica, da sforzi di mettere in atto cambiamenti sociali di più ampio respiro rispetto al passato, avvii ad edificare realtà urbane e rurali differenti: più dinamiche ed attuali. Tra i tanti molteplici esperimenti compiuti per innovare l’area ed allacciarla più intimamente all’Europa occidentale può esemplificarne qualcuno?

La vulgata vuole che questi Paesi siano arretrati, ripiegati in una situazione lontana dalle dinamiche che percorrono l’Europa occidentale. In realtà, le mie estese ricerche d’archivio dimostrano che queste società palesavano una enorme ansia di modernizzazione e di legarsi all’Occidente. Quindi, ho inteso sfatare il tabù secondo cui la prima modernizzazione dell’Europa balcanica e, più ampiamente orientale, fu successiva al 1945 con l’instaurazione dei regimi comunisti, stalinisti; invece, la mia prospettiva è differente: la modernizzazione dell’Europa balcanica si avvia alla fine della Prima Guerra mondiale e nasce da spinte politiche, sociali, economiche, culturali. Si pensi allo spazio attribuito all’istruzione. Vengono costruite migliaia di scuole. Il difetto era la preponderanza delle materie umanistiche, lasciando scarso spazio alle tecniche. Era un’educazione dal forte accento nazionalista con l’esaltazione di un passato glorioso. Fu compiuto un considerevole sforzo di debellare l’analfabetismo che in talune zone raggiungeva l’80% della popolazione. Si pensi ancora alla sanità. Erano Paesi segnati da un’altissima mortalità infantile e da malattie croniche fortemente condizionanti: tubercolosi, malaria, pellagra, sifilide, segno di una promiscuità sessuale pronunciata. Sono anni in cui in Romania, Bulgaria, Jugoslavia si cominciano ad aprire gabinetti medici; vengono sviluppate campagne di sensibilizzazione verso la salubrità di case e pozzi; viene estesa l’assistenza sanitaria; si investe nell’istruzione scientifica, guardando soprattutto all’Italia per vincere la malaria. Il rovescio della medaglia è la circolazione delle teorie eugenetiche da non confondersi con le teoriche eugenetiche naziste, poiché si trattò di una sorta di eugenetica “di difesa”, nascente dall’assunto di voler migliorare popoli tarati da malattie croniche. In Bulgaria, ad esempio, le coppie, prima di contrarre matrimonio, presentavano un certificato medico ad attestare uno stato di sana costituzione al fine di generare figli sani. Il punto è che sono sforzi impressi dall’alto, da élite cittadine, scostate dalla popolazione. Ciò rende gli sforzi artificiosi ed incomprensibili nella loro interezza. Tra l’altro, tali programmi di ammodernamento erano scarsamente finanziati. Indubbiamente, però, segnali di riforma si notano. Si considerino le prime donne laureate in  Jugoslavia e Romania. Nell’incedere di questo progresso sopraggiunge la crisi del ’29 che getta questi Paesi nella totale devastazione economica. Se in un periodo di crisi un prodotto industriale perde il 50% del proprio valore, un prodotto agricolo può perdere sino all’80% del proprio valore. Trattandosi di Paesi con un’economia fondata sull’agricoltura, ovviamente vengono fiaccati e prostrati. Ciò toglie le energie residue che avrebbero potuto condurre a più consistenti avanzamenti.

Serbia, Croazia, Slovenia, Bulgaria, Romania, Albania e Grecia: quali sono gli animi e le individualità che cooperarono a suggestionare in profondità la storia dell’epoca?

Serbia, Croazia e Slovenia erano parte dello stesso stato, ovvero il Regno dei Serbi, Croati e Sloveni che nel 1929 diventa Regno di Jugoslavia. In Bulgaria bisogna far cenno all’avvento al potere per la prima volta nella storia d’Europa di un partito contadino. Un partito che si riferiva alle campagne bulgare e che si poneva in maniera differente rispetto alle problematiche dello sviluppo sia rispetto alle ricette liberali, mediate direttamente dall’Occidente, sia da quelle comuniste che, naturalmente, risentivano dell’influenza dell’Unione Sovietica. Aleksandar Stoimenov Stamboliyski rappresenta il primo leader contadino che governa la Bulgaria dal ’19 al ’23; tenta di mutare il paradigma bulgaro che concepiva lo sviluppo secondo l’esempio dell’Europa occidentale: sviluppo urbano ed industriale. Egli cerca di puntare sull’agricoltura, cuore pulsante dell’economia: le campagne devono esser poste al centro dell’interesse dello Stato. Inizia con il trasformare i paesi in città capaci di generare valore economico e persone istruite in grado di padroneggiare il proprio destino. La campagna e le sue necessità sono al centro dello Stato. In Serbia, Croazia e Slovenia vale la pena ricordare il tentativo di costruire lo Stato degli Slavi del Sud. Per comodità la chiamiamo Jugoslavia ma diventerà Jugoslavia solo nel 1929. Una costruzione difficilissima. Si pensi che aveva due diversi alfabeti: nelle regioni serbe e del sud era in vigore l’alfabeto cirillico, nelle altre, in Croazia come Slovenia, era in vigore l’alfabeto latino; c’erano tre religioni: il Cattolicesimo, la religione ortodossa e l’Islam. Arduo era anche cucire le tradizioni: Croazia e Slovenia erano appartenute al Regno austro-ungarico, la Serbia era un Regno indipendente, la Macedonia aveva fatto parte dell’Impero ottomano fino al 1918. C’è però questa grande utopia: dare agli Slavi del sud una “casa”, uno Stato. I Croati volevano uno Stato federale, i Serbi uno Stato centralizzato. Questo scontro avvelena immediatamente il clima politico. E, poi, ci sono i “vicini”; fino a qualche anno fa si parlava degli “Stati canaglia”: il fascismo aveva finanziato alcuni tra i movimenti terroristici più sanguinari e violenti d’Europa, a cominciare dagli  ustascia croati. Nell’ottica fascista la Jugoslavia ostacolava il completo predominio dell’Italia dell’Adriatico ed andava distrutta. La Romania, dopo la Prima Guerra Mondiale, da piccolissimo Stato danubiano diventa lo Stato più popoloso di tutta l’Europa centro-orientale, fatta salva la Polonia. Essa era un importante produttore di petrolio; abolisce il latifondo. Era anche uno Stato con grandi tare; ad esempio, le tante minoranze nazionali. Il piccolo Stato romeno non era etnicamente omogeneo, era un collage di popoli: Ungheresi, Russi, Ucraini, Ebrei. Si aggiunga che l’organizzazione statale era fortemente centralizzata e poco rispettosa delle esigenze delle periferie.  In Romania nasce il movimento della Guardia di ferro o Legione dell’arcangelo Michele; un movimento costituito da giovani istruiti ancorché esprimentisi con violenza. Movimento dalla carica mistica, xenofoba, antisemita. La piccola Albania guidata da Re Zog che introduce tra mille contraddizioni elementi di rinnovamento. La Grecia, povera e tumultuosa, guidata da Metaxas, non riusciva ad affrontare le grandi questioni della modernizzazione per una fitta litigiosità interna. 

Il nazionalismo etnico, che aveva originato mortificazioni, sequestri, deportazioni e devastazioni con il risultato di alterare una cittadinanza cosmopolita e multiculturale in un blocco di rifugiati, fu ammesso dagli Stati congiuntamente al fanatismo religioso, plasmando una condizione di guerra: reputa che etnia e religioni valgano ancora quali strumenti per demonizzare l’altro, chi si percepisce come nemico?

Sì, purtroppo. E’ un grave problema il non riuscire a superare gli egoismi. Oggi, la scarsa empatia e la sfiducia non è più tra Stati europei ma si è trasferita verso Stati extraeuropei. Si pensi a quanto velocemente è mutato l’atteggiamento verso lo straniero in Inghilterra che pareva una culla dell’amalgama tra i popoli. Si pensi alla svolta dell’India in tempi attuali. Pertanto, si tratta di problematiche permanenti.

Lei afferma: “Si può davvero dire che la fine della Seconda guerra mondiale rappresentò per l’intero Sud-est dell’Europa (fatta salva l’eccezione ellenica) una cesura netta. Al di là della trasformazione politica, economica e sociale simboleggiata dall’eliminazione fisica del modello politico ed economico sovietico, quale unico orizzonte di riferimento, il dato forse più importante fu espresso dalla radicale estirpazione di contatti e legami con la parte occidentale del continente e con l’avvio di un processo di modernizzazione tanto forzato quanto distorto e fondamentalmente alieno a quelle realtà”. Oggi, l’Unione europea può ritenersi un’illusione di modernità?

L’Europa ha scoperto solo recentemente i suoi parenti poveri, degli straccioni con un tenore di vita basso. La propaganda comunista affermava che fossero “popoli fratelli”, nascondendo i coltelli. Amalgamare Paesi che avevano avuto una politica sociale completamente differente ed alternativa al modello occidentale era arduo. Il risultato è giunto o a costo di grandi sacrifici o si è bloccato nella modernità. Nell’uno e nell’altro caso si è creato una sorta di risentimento verso la parte ricca dell’Europa. Risentimento sfruttato abilmente dai populisti. L’Europa è vista come un corpo avulso, che impone regole, che colpisce le tradizioni. Così, è iniziata la grande migrazione, con le eccezioni della Repubblica ceca e della Polonia: una politica percepita come immobile ha indotto la parte più laboriosa della popolazione a migrare. Corruzione, salari bassi, deboli infrastrutture hanno acuito sentimenti malevoli verso l’Europa. Occorreva dopo il 1989 un passo decisivo verso il boom che l’Italia conobbe negli anni ’60. Per la Spagna, il Portogallo e la Grecia, ad esempio, l’ingresso nell’Unione Europea ha segnato l’inserimento di una marcia in avanti.

Quali modelli sociali, economici e politici regolari hanno tributato alla cultura del presente una ricorrente illusione?

La modernizzazione delle strutture economiche, sociali, politiche, del tessuto urbano e contadino cessa e viene sostituita da un processo di atrofizzazione politica, di distruzione della democrazia verso la ricerca dell’”uomo forte”. “Illusione” perché quel processo di rinnovamento che sembrava a portata di mano, a partire dal ’29, viene bloccato, segnando addirittura una regressione.

Alberto Basciani è professore associato di Storia dell’Europa orientale presso il Dipartimento di Scienze politiche dell’Università Roma Tre dove insegna Storia dei Balcani in età contemporanea e Storia dell’Unione sovietica e della Russia post-comunista. Basciani è segretario e responsabile scientifico del sito dell’Associazione Italiana Studi di Storia dell’Europa Centrale e Orientale (aisseco.org).  I suoi interessi di ricerca convergono sulle questioni etniche e nazionali nel Sud-est dell’Europa, in particolare nel periodo tra le due guerre mondiali, sull’espansionismo fascista nell’area balcanica e sul comunismo romeno. Oltre a numerosi saggi pubblicati in Italia e all’estero e diverse curatele (l’ultima in collaborazione con V. Sommella e A. Macchia: Il Patto Ribbentrop-Molotov l’Italia e l’Europa (1939-1941), Roma, 2013)  è autore dei seguenti volumi: Un conflitto balcanico. La contesa fra Bulgaria e Romania in Dobrugia del sud 1918-1940, Cosenza 2001 (Vincitore nel 2003 del premio d’onore nel concorso internazionale Wacław Felczak – Henryk Wereszycki indetto dalla Società degli storici polacchi e dalla Facoltà di Storia dell’Università Jagellonica di Cracovia) e La difficile unione. La Bessarabia e la Grande Romania (1919-1940), Roma 2007.

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