Real Mars: connubio di fantascienza e sociologia, voyeurismo cosmico, emozione, sense of wonder

“Real Mars” è un romanzo di fantascienza con obiettivi sociologici. Perché ha scelto d’indagare il meccanismo di funzionamento del reality show “con le sue oltre ventimila ore di trasmissione previste” tra le righe della storia del viaggio verso Marte dell’Europe 1?

Per Real Mars il punto di partenza è stata la motivazione per cui, a dispetto dell’innumerevole quantità di progetti per una missione umana su Marte sviluppati fin dai primi anni ’50, nessuno di essi fino a oggi sia mai andato in porto. L’osservazione principale è, inevitabilmente, quella legata alla spinta in grado di catalizzare su un simile progetto, costosissimo e rischiosissimo, le ingenti risorse economiche necessarie per almeno un decennio, probabilmente anche oltre. Perché l’obiezione ricorrente è sempre quella del “ritorno” pratico di una missione del genere. Perché dunque spingersi lassù? Qual è il vantaggio? Perché spendere soldi e rischiare vite umane per piantare una bandiera e lasciare qualche orma su un deserto sterile? In realtà di ragioni ce ne sarebbero molte, ma anche quelle forse più importanti, quelle scientifiche, una su tutte la ricerca di tracce biologiche presenti o passate sul Pianeta Rosso, che potrebbero, da sole, ben giustificare il senso di una missione su Marte, spariscono innanzitutto di fronte allo sforzo finanziario richiesto. Come si potrebbe dunque risolvere questo stallo? Quale soggetto potrebbe avere la convenienza a fare un simile investimento? La risposta è stata immediata, quasi ovvia. L’industria dello spettacolo. Chi, infatti, se non lo show business, avrebbe le disponibilità finanziarie e la giustificazione economica nell’allestire intorno alla missione uno show globale, naturalmente a pagamento?

L’indagine dei meccanismi legati al nostro rapporto con i media e con l’intrattenimento nasce quindi come diretta conseguenza di questa prima osservazione e mi ha permesso di affrontare il racconto di una storia con una prospettiva totalmente originale, entusiasmandomi subito per le sue potenzialità non solo narrative, ma anche appunto fortemente critiche nei confronti di una società – e quindi di noi come individui all’interno di essa – ormai totalmente dipendente dai media e dalla trasformazione in intrattenimento di qualsiasi argomento dell’esistenza (ormai c’è una trasmissione tv per ogni cosa, no?).

Lei inaugura il voyeurismo cosmico a beneficio dell’emozione. Cos’è l’“emozione” ed in che modo un viaggio nello spazio, osservato da un divano di casa, può offrirne?

Se andiamo a ripercorrere ciò che accadde nel luglio del 1969 ai tempi dell’Apollo 11 e dello sbarco sulla Luna e di come venne raccontato dai media dell’epoca, si percepisce potente l’emozione popolare che l’evento suscitò, un’emozione che non era solo propria degli statunitensi, che videro la loro bandiera piantata sulla superficie lunare, ma che, a dispetto degli innegabili aspetti politici e nazionalistici, fu condivisa globalmente, su tutto il pianeta, perfino dai loro diretti concorrenti, i sovietici. La portata epocale e globale di un evento storico come la prima missione umana su Marte, unita all’eroismo dei suoi protagonisti, proporzionato al rischio per la vita che un viaggio del genere comporterebbe per loro, costituiscono i catalizzatori perfetti per suscitare un’emozione straordinaria nei potenziali “spettatori”, come tutti noi ovviamente saremmo, rimanendo sulla Terra. In fondo se l’industria dell’intrattenimento riesce a spettacolarizzare situazioni molto meno “emozionanti” come una tribuna politica o una ristrutturazione casalinga, credo che l’avventura insita in una simile impresa sia capace di suscitare emozione per sua stessa natura come ben poche altre cose al mondo.

Leggere le sue pagine produce un effetto straniante (tra l’altro, la narrazione al tempo presente) tale per cui pare di essere uno spettatore della vicenda; il linguaggio ironico, satirico; le descrizioni irriverenti: tutto devia dal canone del romanzo di fantascienza e da aspirazioni di divulgazione scientifica. In che misura, invece, il suo romanzo recupera il sense of wonder della fantascienza classica?

In Real Mars è stata una scelta strutturale e stilistica ben precisa fare sì che leggere il libro fosse come “vedere” la trasmissione, per cui ogni accorgimento è orientato a mettere il lettore nei panni dello spettatore. Mi chiedo tuttavia quale possa – o debba – essere il “canone” di un genere che, nelle sue migliori espressioni, dovrebbe proprio uscire dai canoni, sperimentare, immaginare cose nuove. A proposito, poi, del rapporto con la scienza, non credo che il romanzo di fantascienza debba fare divulgazione, bensì si debba servire della scienza e della tecnologia come strumenti per ottenere la massima verosimiglianza e quindi credibilità (come nel caso di Real Mars) e/o per sollecitare una speculazione sul suo ruolo e le conseguenze delle sue applicazioni, o delle sue implicazioni. Quest’ultimo aspetto non è però il caso di Real Mars, che si sofferma sulla componente sociologica e non scientifico/tecnologica, che pur esiste, ma a sostegno della vicenda. Quanto, infine, in merito al sense of wonder credo che Real Mars lo recuperi nella misura dell’idea del viaggio spaziale, di quell’ideale che in fondo ci anima un po’ tutti, che è quello dell’Ulisse dantesco, dell’esplorazione dell’ignoto, dello spingersi dove nessun essere umano è mai giunto prima.

Il linguaggio eccessivo, grottesco, a tratti orrifico dello spettacolo e l’enormità dell’universo. Il suo sguardo ha implicazioni morali?

La situazione in cui metto gli astronauti all’interno del romanzo ha davvero del paradossale. Da una parte l’ideale assoluto che tutti quanti in qualche modo sentiamo, perfetto, dell’esplorazione spaziale, qualcosa che fa parte dell’intima essenza della natura umana e del nostro ruolo nel cosmo, e dall’altra la trivialità del mezzo televisivo, di tutti i suoi contorni e di tutti i suoi artifici. È possibile conciliare queste due istanze così opposte e così apparentemente distanti? E soprattutto saremmo disposti a conciliarle, a raggiungere un compromesso con la rozzezza e la grossolanità dello spettacolo, pur di fare forse l’ultima grande impresa che attende la Storia umana? A un certo punto del libro il comandante della missione, che sta subendo il circo mediatico, si fa proprio questa domanda. Ma non c’è una risposta. Questo per dire che ogni sguardo letterario degno di considerazione ha sempre un’implicazione morale, è importante che lo abbia e che, nel contempo, non diventi moralista. Tuttavia io mi limito a suggerire al lettore la direzione verso cui guardare, punto un dito, gli illustro il panorama nei minimi dettagli, mentre per il resto lascio a lui trarre le conclusioni.

Lei indaga le relazioni tra uomo e comunicazione, tra uomo e spazio e tra uomo e denaro. Quali sono le risultanze dei suoi focus attentivi?

Credo che, per certi aspetti, Real Mars, costituisca anche metafora ed esempio di quello che intendo il lavoro della scrittura e il suo scopo, ovvero l’esplorazione del mondo nel senso più lato del termine e dell’uomo come attore (ma anche spettatore) all’interno di esso. L’autore prova solo a tracciare mappe, a fornire istantanee che spesso sono anche specchi, ma senza attribuire nomi o imporre itinerari, bensì solo esprimendo idee in grado di catalizzare altre idee, assemblando strumenti intellettuali per orientarsi nei territori di una realtà assai più complessa di quello che sembra, di volta in volta sconcertante, misteriosa, spaventosa, ingannevole. Per questo non credo tanto nelle risultanze, bensì in un percorso di pensiero, riflessione e analisi che non termina davvero mai, e che, per me, trova nella fantascienza il suo cannocchiale e la sua bussola. Credo infatti che mai come oggi sia la fantascienza ad avere in mano le chiavi per provare a scardinare le complessità della realtà che viviamo, una realtà che costantemente ci pone di fronte a scenari globali, come l’intelligenza artificiale, il cambiamento climatico e la pandemia, temi con cui nessuna letteratura mainstream è mai riuscita davvero a confrontarsi, un genere unico non destinato a fare previsioni o a darci soluzioni, ma a offrirci ogni volta un nuovo modo di guardare il mondo.

Alessandro Vietti, ingegnere, vive e lavora a Genova nel settore dell’energia. Autore di svariati racconti apparsi in diverse antologie, tra cui il recente Urania Millemondi Strani Mondi, ha pubblicato i romanzi Cyberworld, Il codice dell’invasore, Real Mars, che si è aggiudicato il Premio Italia 2017 come miglior romanzo italiano di fantascienza e che potrebbe diventare presto un film o una serie tv, e Il Potere.

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