Proprietà degenerative della materia ed altre catastrofi

Le sue righe esibiscono una straordinaria ricchezza di dettagli sensoriali contenenti elementi magici e sovrannaturali accettati e mai posti in discussione come realisti. Esiste una logica in siffatta inversione del comune sentire?

Ho iniziato a scrivere undici anni fa, ma anche se fosse da cento non mi sentirei di stabilire una regola su cosa e come scrivere, posso però ammettere senza vergogna che ho commesso una quantità oscena di errori dai quali però ho imparato che ogni storia immaginata sembra avere già nel suo DNA il “taglio”, il carattere, il modo di essere raccontata; un po’ come se fosse un frutto metafisico già maturo che chiede solo di essere colto. Nel caso di “Proprietà…”, come ormai chiamo paternamente il mio romanzo, l’ho scritto in modo che già dalle prime battute il lettore si immedesimasse nel protagonista attraverso l’habitat profondamente sensoriale con cui egli percepisce la realtà. Questa empatia innesca gradualmente una spontanea accettazione da parte dello spett(attore) delle circostanze surreali che Palmiro, il protagonista appunto, si troverà ad affrontare. Il sovrannaturale, elemento profondamente simbolico e mai decorativo o riempitivo, è rappresentato da sfere magiche e in seguito altri oggetti speciali capaci di curare qualsiasi male e assumono già dalla loro prima comparsa sulla scena credibilità e concretezza proprio in funzione del meccanismo paradossale in cui si trova incastrato il nostro eroe. Oltre a ciò, questi elementi magici hanno la funzione ancora più importante di suscitare nel lettore un lungo momento di riflessione, quindi un “perché” con un grosso punto interrogativo, che in definitiva rimane l’obiettivo che mi prefiggo quando allungo il braccio verso quel frutto favoloso.

Distorsioni temporali, inversioni, ciclicità o assenza stessa di temporalità. Pare che il tempo collassi, in modo da creare un’ambientazione in cui il presente si ripete o richiama il passato, in cui si riflettono piani astrali e fisici. A quale necessità obbedisce l’atemporalità che sembra pervadere situazioni e vicende?

E’ ovvio che la gestione del tempo narrativo in una storia riveste una grande importanza perché detta i tempi del suo sviluppo. Scegliere di distorcerlo, fermarlo, o comunque manipolarlo può risponde a tante diverse esigenze. Nel mio caso non vuol essere né un virtuosismo stilistico, che non cerco quasi mai, né un tentativo di movimentare la narrazione nei momenti di stanca, piuttosto vuole essere un momento di dialogo col lettore, e ora lo spiego meglio con un esempio: nell’incipit del mio romanzo Palmiro si sveglia nel proprio letto e si accorge di avere qualcosa che non va. Questo momento molto lungo e quasi congelato nel tempo, oltre a far sì che ci si immedesimarsi in lui, offre al lettore molti spunti di riflessione che i movimenti di Palmiro sulla scena non permetterebbero perché lo spettatore sarebbe distratto da cosa sta facendo. Ciò non toglie che anche nei frangenti in cui c’è azione non si possa eseguire questo tipo di operazione esclusivamente astratta. È il caso di una sequenza che si svolge poco dopo l’inizio della storia: Palmiro sta camminando in strada e a terra trova qualcosa che non dovrebbe trovarsi lì, essendo una fase cruciale del racconto dovevo porre un accento molto forte, così l’ho rallentato in modo che il lettore avesse tempo di assimilarlo sia a livello razionale che nell’inconscio.

Lei sembra voler porre l’uomo di fronte ai suoi dubbi, ai suoi pregiudizi, alle sue ossessioni fino alla nudità della sua desolante e comica meschinità. E’ ravvisabile un contrappeso dei sentimenti?

Attraverso le vicissitudini di Palmiroraccontate contriste ironia ma anche con punte di velata comicità, ho voluto far emergere tutti i conflitti che tormentano l’uomo da sempre. Quindi i dubbi, i pregiudizi, le ossessioni, di Palmiro, anche se in apparenza possono risultare esagerate, ad una analisi più profonda e ad un onesto confronto con se stessi, troveranno corrispondenze nella coscienza di ogni lettore. Non esiste un essere perfetto e nessuno è esentato dallo sconforto della condizione umana che, sebbene ci costi ammetterlo a causa del nostro orgoglio, è profondamente desolante nella sua meschinità. Accettare questo, tuttavia, ci permette di percorrere un sentiero interiore che ci rende sempre più umani perché quando assumiamo i nostri limiti, i nostri difetti e i nostri cedimenti siamo pronti a comprendere e perdonare quelli degli altri. Questa trasformazione che oggi farebbe gradare al miracolo, accadrà anche a Palmiro proprio perché è una rappresentazione della meschinità umana e in lui, alla fine, riconosceremo noi stessi.

Ipocrisia dilagante, inganno dei falsi valori, isolamento e mercificazione dei sentimenti. Ha un intento paideutico, etico, morale o ambisce semplicemente ad una descrizione cruda della realtà?

Il filo conduttore del romanzo è l’avidità umana coniugata attraverso le vicende di Palmiro. Vicende che gradualmente vengono amplificate da un’ironia tagliente mettendo a nudo le conseguenze di una condotta utilitaristica, quindi l’ipocrisia, l’inganno e tante altre maledizioni, sono il pane quotidiano. Palmiro, infatti, è un uomo come tanti che dalla necessità iniziale di avere, trascende l’ossessione di possedere. Il suo è un percorso in ripida salita assolutamente cosciente, una scelta arbitraria, insomma, nonostante i pretesti che di volta in volta accampa. Tanto ne è convinto di questa folle corsa verso l’avere che sacrificherà i sentimenti, le emozioni, fino ad annullare persino la sua coscienza più profonda. Palmiro allora sarà caricatura di se stesso e come tale mostrerà con il grottesco, più che insegnare dall’alto di un pulpito, in quale pozzo nero si più precipitare quando non ci si ferma a riflettere o quando non si pensa con la propria testa. 

Lei adopera un linguaggio tagliente, ironico, dissacrante ancorchè coinvolgente ed, al contempo, straniante. L’effetto è quello di una innocente sincerità, pur scavalcando i limiti della comprensibilità. Quali elementi caratterizzano la sua scrittura?

Credo che l’ironia mi sia stata infusa insieme al primo latte perché ho sempre tentato di sdrammatizzare le sventure che mi sono capitate trovandoci perfino un lato comico. Così quando dovevo scegliere una lettura, era inevitabile che la scelta cadesse su un autore capace di stimolarla. La selezione è stata ardua ma fruttuosa. Dopo aver scoperto tanti bravissimi autori distanti sì dalla mia natura, ma da cui ho imparato molto, ho finalmente incontrato quelli che maneggiavano l’ironia, il sarcasmo e la dissacrazione con sapienza e misura diventando i miei guru e da quel momento non li ho più abbandonati. Per fare qualche nome cito Plauto, Erasmo, Voltaire, Saramago e Calvino. E quando mi metto a scrivere, ho la sensazione che le loro opere messe in primo piano sullo scaffale mi sorveglino sornione e nel mio intimo vorrei tanto non deluderli. Conoscendoli sempre meglio ho capito che questi elementi siano sottili piume capaci di perforare i muri più spessi e le corazze più dure perché di fronte ad esse cediamo senza lottare, trovandone anche piacere. Se a queste uniamo il paradosso, acquisito per endovena cartacea da Bulgakov, Gogol, Marquez e Kafka e altri, il mio stile narrativo credo sia qualcosa di insolito che a volte sconfina nel surreale, a volte nel farsesco, altre in una ingenuità caustica.

Tecnicamente, invece, questo connubio si traduce in una costruzione di una frase o di un periodo che stravolge i soliti canoni, e credo che in questo modo leggere come del resto scrivere, risulti più stimolante e divertente.    

Nasco a Roma nel 1971 da una famiglia operaia. Fin da piccolo ho sempre avuto spiccate tendenze artistiche. Mi sono cimentato nel disegno, nella pittura, nell’arte orafa e nella scultura con buoni risultati. Ma è attraverso la scrittura che ho trovato modo di esprimere tutto il mio potenziale creativo perché mi permette di inventare mondi, creature e storie fuori dalla logica e dagli schemi. Autodidatta e divoratore di libri, ho imparato dai classici della letteratura mondiale, in particolare da Saramago di cui adoro lo stile ironico, da Bulgakov di cui apprezzo il paradosso, da Kafka di cui ammiro le sue famose “situazioni”, da Camus da cui ho assimilato l’esistenzialismo. Nel dicembre del 2019 ho pubblicato “Proprietà degenerative della materie e altre catastrofi” che viene definito dal mio editore e da blogger letterari “sui generis” per la tematica affrontata, per la trama surreale e per lo stile originale e ironico con cui l’ho scritto. Nonostante sia il mio romanzo d’esordio è candidato al Campiello e al Mondello 2020. Se ispirato scrivo filastrocche, racconti paradossali e poesie in vernacolo o in un italiano arcaicomico. Nel febbraio 2020 ho vinto il concorso nazionale “Vox Animae” con una poesia in romanesco. Più che aspirare a premi, comunque bramo idee sempre nuove e originali.

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