Non sono sessista, ma…Il sessismo nel linguaggio contemporaneo.

Lei esamina ed analizza le forme del linguaggio sessista. Da dove hanno tratto origine e quali mutamenti può cogliere il suo studio tanto foriero di esempi concreti e pregnanti?

L’origine delle forme linguistiche – parole, espressioni, modi di dire – è multiforme e si perde nel tempo, ma non è la stessa del sessismo. Questo è uno strumento di potere discriminante messo in atto da una cultura patriarcale; la quale ha usato più spesso alcune espressioni proprio per diffondere ed esprimere quel potere, e queste espressioni noi oggi possiamo riconoscerle come “espressioni sessiste”. Come ci insegna la linguistica però, il significato lo fanno i parlanti nel loro uso quotidiano; quando da questo uso quotidiano saremo capaci di non usare il sessismo – così come siamo stati capaci in molti casi di abbandonare le espressioni razziste o antisemite – allora quelle stesse espressioni spariranno o passeranno a significare altro.

Proprio ponendo il focus attentivo sui femminismi, sono state condotte significative lotte per la parità. Ritiene che la lingua e le parole di cui ci si avvale nella comunicazione quotidiana, sia in maniera conscia che ingenua, racchiudano elementi di sessismo?

Sì, molte espressioni quotidiane sono sessismi. Questo, indipendentemente dalla volontà del singolo, perché la lingua conserva la storia della cultura che la usa; se la cultura italiana è profondamente sessista – e lo è, al di là di ogni ragionevole dubbio, come quelle lotte cui accennava hanno ampiamente dimostrato – queste caratteristiche non spariscono da un giorno all’altro, con l’emanazione di una legge. I tempi della cultura sono molto lenti, e servono azioni lunghe nel tempo per modificarla.

Quali metodi suggerisce per sviluppare la consapevolezza del funzionamento della cultura patriarcale e, dunque, quali antidoti consiglia?

Ascoltare cos’hanno da dire i tanti femminismi che lottano per la parità, e invece di opporsi a loro in maniera pregiudiziale, provare sulla propria pelle e nella propria esperienza quelle oppressioni patriarcali che denunciano. Facendo tesoro di queste acquisizioni, si sarà molto più responsabili delle proprie parole, dei propri gesti.

La polisemia di accezioni (genere linguistico, biologico e sociale) che sviluppa, dimostra quanto la dimensione linguistica emani riecheggiamenti nella maniera in cui si avverte la realtà, si erige l’identità e si calcificano i preconcetti. Reputa che modi di dire, proverbi e battute possano costituire l’anticamera di forme di violenza?

Più che l’anticamera, le espressioni sessiste ne sono l’impalcatura. Come la metafora dell’iceberg spiega bene, la violenza fisica è la cima visibile della montagna di ghiaccio che si vede fuori dall’acqua, e di cui tutti si accorgono. Ma quello che la tiene a galla, quello che distrugge le navi, è l’enorme mole di ghiaccio sommersa, che è formata appunto da battute, proverbi, gesti considerati “goliardici”, e così via.

Lei scrive: “[…] la storia si disinteressa dei modelli astratti e inesistenti quali sono le ‘persone’: le differenze di sesso, genere e orientamento hanno da sempre tracciato precise linee di potere, dominio, sofferenza e ingiustizia che non sono mai state indifferenti al corpo di chi le agisce e di chi le subisce. Annullare le differenze, storiche e attuali, in nome di una ‘giustizia’ uguale per tutti e tutte è la prima palese ingiustizia da evitare, la prima colossale e ipocrita mancanza di responsabilità sociale e storica”. Le differenze tra generi debbono, orbene, essere rafforzate?

Beh, più che rafforzarle o indebolirle, direi che sarebbe ora di considerarle. Nascondersi dietro un dito e fare finta che non ci siano e che non siano importanti è già una forma di discriminazione. Non si può più tacere l’evidenza che un corpo diverso sente, vede, percepisce e rielabora la realtà in modo diverso. Non si tratta di capacità maggiori o minori, di forza o di “razionalità”: si tratta di caratteristiche diverse che non possono più essere taciute, e alle quali va data la giusta importanza proprio per abbandonare definitivamente quei pregiudizi (la forza fisica, l’umore cangiante…) che da sempre hanno relegato i generi diversi dal maschile etero in una posizione subordinata.

Lorenzo Gasparrini nasce a Roma nel 1972. Durante gli studi di filosofia e una breve carriera accademica in diverse università del centro Italia incontra testi e protagoniste dei femminismi, decidendo così, dopo aver iniziato un percorso di profonda critica personale, di dedicarsi alla diffusione e divulgazione di argomenti riguardo gli studi di genere, soprattutto rivolti a un pubblico maschile. Conduce seminari, workshop e laboratori in università, centri sociali, aziende, scuole, sindacati, ordini professionali, gruppi autorganizzati; pubblica costantemente su riviste specializzate e non, sia online che stampate. E’ autore di “NO. Del rifiuto e del suo essere un problema maschile.” (Effequ, 2019), “Non sono sessista, ma… Il sessismo nel linguaggio contemporaneo” (TLON, 2019) e “Diventare uomini. Relazioni maschili senza oppressioni” (Settenove).

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