Non si uccide per amore

Macchinazioni, intrighi, segreti, misteri, verità sapientemente celate, insabbiamenti, enigmi: sono ingredienti essenziali del giallo. Il suo romanzo in che misura diverge dal genere codificato? Penso agli incipit nella fattispecie.
Devo confessarle che come scrittrice (e ancora prima come lettrice) sono istintiva, più che sistematica. Non riesco a leggere un libro smontandolo nei suoi snodi di trama, né a scrivere attenendomi a regole codificate ("tot colpi di scena ogni tot pagine"), mi lascio trascinare dalla storia. Non ho mai distinto le mie letture per genere (anzi, sono una lettrice onnivora e disordinata) e non sono nemmeno sicura che i miei romanzi siano davvero gialli. Forse si tratta di commedie gialle? Di noir psicologici come ha scritto una blogger, visto che ruotano intorno a una singolare famiglia di donne sole? Non lo so. So che tutti gli elementi che lei ha citato (intrighi, macchinazioni, enigmi) sono presenti nei romanzi cosiddetti "feuilletton" che ho amato fin da ragazzina e che sono entrati a far parte, inevitabilmente, del mio patrimonio di scrittrice. Non so pensare a una storia senza mettervi al centro un segreto.
Il percorso della protagonista si dipana anche a ritroso nel tempo; si serve di ricordi ingialliti e via via emergenti. La sua personale indagine adopera flashback che compongono un puzzle di notevole suspense. Quale valore attribuisce all’elemento della “memoria” nella sua produzione? Si possono davvero chiudere i conti con il passato?
Penso che il passato non si possa mai definire davvero passato, finché non si riesce a farci pace e che non si può farci pace finché non si è scoperta la verità. Succede anche a Libera, la protagonista di questo romanzo e degli altri della serie della "Fioraia del Giambellino". Libera è una donna affascinante, matura e sensibile, ma è piena di dubbi e paure. Non ha fiducia in se stessa. Solo il successo delle sue prime strampalate indagini da detective dilettante, in cui aiuta le sue clienti a risolvere dolorosi enigmi di famiglia, le dà la forza di affrontare i propri fantasmi. In questo caso, la morte del marito, un poliziotto ucciso oltre vent'anni prima all'apparenza in un agguato di stampo malavitoso. Un delitto che non ha mai ottenuto giustizia e quindi un lutto che Libera non è mai riuscita davvero ad elaborare.
La sua scrittura, scorrevole ed incisiva, diretta e frizzante, pare rinviare al linguaggio delle serie TV. Quanto risponde ad una sua precisa volontà la contaminazione dei linguaggi?
Ho lavorato per dieci anni in un quotidiano che assomiglia molto a "La Città" il giornale dei miei romanzi. Poi, oltre vent'anni fa, sono passata alla televisione. La mia lingua è per forza debitrice al giornalismo, che rappresenta da così tanto tempo il mio mestiere. Ma anche qui io non faccio sperimentazione e tengo separati i due ambiti. Durante l'anno, lavoro al mio programma e racconto storie di cronaca basandomi su interviste e documenti. Solo d'estate e durante le vacanze mi concedo lo spazio di libertà creativa in cui nascono i miei romanzi. Cambia l'atteggiamento mentale (più rigoroso nel lavoro, più libero quando scrivo libri) ma non la lingua che è il frutto delle mie esperienze umane e professionali e delle mie letture appassionate. Si tratta sempre e comunque di un esercizio di cesello: io scrivo e riscrivo ogni singola parola, ogni frase, finché non assume la metrica che cercavo. La lingua è musica, per me.
Le sue investigatrici sono genuine, strampalate, eccentriche ed originali, di certo fortemente caratterizzate; i luoghi riconoscibili ed amabili: pensa ad una trasposizione televisiva di questo romanzo?
Ammetto che la cosa mi farebbe molto piacere, ma non sono in condizione di determinarla. Mesi fa ho rifiutato l'offerta di una fiction tratta dai miei romanzi perché gli sceneggiatori volevano stravolgere completamente i rapporti di forza tra le protagoniste. Le mie sono storie che ruotano attorno a una famiglia atipica di donne (mamma, nonna e figlia) che vivono in un vecchio casello ferroviario di Milano. Sono le relazioni tra loro e gli altri protagonisti dei libri che mi interessano, più dell'intreccio giallo. Comunque, tornando alla fiction, spero che ci possa essere un'altra occasione, più seria e rispettosa della precedente, perché - se è vero che ogni media ha il suo linguaggio -  lo spirito di una storia non deve essere tradito.
Pensando alla sua peculiare attività giornalistica, mi riferisco al suo impegno nella “cronaca nera”, reputa che il bisogno di verità possa sempre costituire un motore potente che spinge all’azione?
Lo è di sicuro per Libera, la mia protagonista, e per alcuni di noi. Molte persone che ho conosciuto nel corso della mia attività professionale (familiari di scomparsi o di vittime di delitti) non si sono dati pace finché non hanno scoperto la verità su quello che era realmente accaduto ai loro cari. Ma non si tratta di una legge matematica. C'è anche chi si rassegna a non sapere, addirittura chi preferisce non sapere, chi non riesce neppure ad ammetterla con se stesso la verità, figuriamoci pretenderla dagli altri. Per Libera, però, c'è una convinzione che la sostiene in tutte le sue avventure, un mantra ereditato da nonno Spartaco: "La verità, quando arriva, può essere crudele, ma è più crudele non conoscere la verità."



Rosa Teruzzi (1965) vive e lavora a Milano. Esperta di cronaca nera, è caporedattore della trasmissione televisiva Quarto grado (Retequattro). Oltre ai libri che compongono la serie I delitti del casello edita da Sonzogno (La sposa scomparsa, La fioraia del Giambellino, Non si uccide per amore, Ultimo tango all'ortica e La memoria del lago, quest'ultimo in uscita nei prossimi mesi), ha pubblicato diversi racconti e tre romanzi.

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