L’amore prima della fine del mondo

Il suo è un romanzo che gratta il fondo buio della sfera affettiva; vaglia meticolosamente i sentimenti, le emozioni, le attrazioni, le ossessioni, le passioni per poi scaraventarli, di nuovo, al tappeto senza sterili edulcorazioni. Quale idea delle relazioni umane voleva che emergesse?

In realtà non sono partito da un’idea, da un prototipo di relazione umana, ma da una storia. Avevo voglia di raccontare una storia e sapevo che avrei raccontato alcune cose che riguardavano Vanni, il protagonista del romanzo. Sapevo che si sarebbe trovato impelagato in piccole e grandi questioni che riguardavano il suo desiderio di fuggire, cambiare vita, di non legarsi a un posto a una persona, e ho provato a seguirlo. L’estate in cui si svolge il romanzo, quella del 2001, si è conclusa con un evento storico epocale e, a un certo punto, ho capito che il desiderio di Vanni si rispecchiava in quell’evento: il desiderio di distruggere tutto ciò a cui siamo legati, con effetti domino imprevedibili. È un desiderio nevrotico, non meditato, che, soprattutto in alcune fasi della vita, riguarda tutti, credo.

Il suo pare profilarsi come un resoconto d’insieme sull’amore, visto anche come crudele ed egoista; un’immersione nella contemporaneità spietata e disillusa. Reputa che il sesso, pratica su cui i suoi personaggi indugiano, possa costituire un balsamo, un farmaco per lenire l’amara ruvidezza della realtà?

Questa è una domanda difficile. Credo che, in alcuni casi, possa rispecchiare il desiderio nevrotico di cui parlavo prima. La nostra vita sessuale, che può anche essere ‘predatoria’ – nel senso che va alla ricerca di costanti conferme che non riguardano la nostra relazione con l’altra persona – a volte diventa un modo per sentirci vivi. Vanni, in quella spaccatura, viene guidato dal desiderio di avere, di conquistare, di godere, ma lo scacco è spesso dietro l’angolo.

Il suo tange il romanzo di formazione; in che misura diverge dal genere codificato? Penso all’incipit nella fattispecie.

Sì, in effetti, alla fine credo possa essere definito un romanzo di formazione. Non sono partito con l’idea di scrivere una storia di formazione, che racconta cioè la fase decisiva nella crescita di un personaggio, ma il risultato è effettivamente quello. La mia intenzione era appunto quella di raccontare la storia di Vanni in un frangente decisivo della sua vita, nel corso di una estate che si conclude con un evento che ha impresso una svolta globale devastante agli ultimi 20 anni, ma non avevo pianificato di farlo diventare un romanzo di formazione. È accaduto e forse era inevitabile.

Franzen e Doctorow: lei ne annusa il sentiero, entrando in contatto con il mondo mediante la texture pura ed incontaminata della storia e l’ineludibile elemento della memoria. Quale valore vi attribuisce?

Hai citato due scrittori enormi, mi vergogno un po’. Be’, quella della memoria è una bella questione. Nel senso che il mio romanzo parte da alcuni fatti realmente accaduti, anche da alcuni spunti autobiografici, e prova a usare la memoria – di fatti personali e storici – per dare un senso alle cose. Una volta, rispondendo alla domanda di un giornalista tedesco, Luigi Malerba disse che lui scriveva per capire cosa pensava. In un certo senso, è la stessa cosa che è accaduta a me. Quell’estate del 2001, con tutto ciò che ha comportato la sua fine, mi ronzava in testa da tanto tempo. L’idea di poter intrecciare la follia dei due matti che compaiono nel libro con una forma di follia enorme e planetaria, mi affascinava, ma non sapevo cosa farmene. Così ho iniziato a scrivere il romanzo e, lentamente, mentre andavo avanti, ho capito cosa avrei voluto scrivere, dove volevo andare a parare. La memoria è stata il fertilizzante che ha fatto germogliare la pianta, ecco.

Incertezza, precarietà, fragilità, inquietudine, indefinibilità paiono costituire il filo rosso della vita. Qual è la chiave per placare la febbrile ricerca del senso dell’esistenza?

Onestamente non lo so. A me sembra che, ad un certo punto, sia necessario prendere atto che è così. Che fragilità, precarietà, incertezza e tutto il resto sono elementi costitutivi della nostra vita sul pianeta. Che le cose cambiano di continuo e possiamo governarne una minima parte. Possiamo soprattutto provare a fare del nostro meglio per non peggiorarle e poterci guardare ogni mattina allo specchio senza vergognarci.

Jacopo Masini è nato a Parma nel 1974, ha collaborato per diversi anni con la Scuola Holden di Torino, scritto spettacoli teatrali, audioguide, fumetti, un romanzo intitolato L’amore prima della fine del mondo e altri libri: Il terribile caso di Bone, Polpette, Ziofà, Lo stagionale.

Tiene laboratori di scrittura da 15 anni ed è responsabile della comunicazione di saldaPress.

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