Futuri contingenti

Lei applica differenti prospettive ad altrettante corrispettive esperienze che l’uomo con le sue attitudini, peculiarità e tessuti relazionali, che gli sono caratteristici, si trova ad affrontare. Ritiene che il verso possegga la potenza per scarnificare l’uomo nella sua complessità e totalità?

A mio avviso no, anche per il motivo che non credo consista in questo il fine o il valore della poesia.

È naturalmente la mia visione, ma ritengo abbiamo già a disposizione i vari approcci della riflessione filosofica contemporanea, le scienze della natura, le scienze sociali per provare a spiegare, addirittura comprendere aspetti diversi della complessità nostra o di ciò che ci circonda, con strumenti molto più sicuri di quelli propri della letteratura; perlomeno questi sono gli obiettivi che tali discipline perseguono.

Più che una “scarnificazione” dell’uomo o di qualsiasi altra cosa ne venga fatta oggetto di discorso, credo che la poesia possa consentire un avvicinamento per “approssimazione”, un contatto con una opzione di senso della realtà trattata. Un senso che l’oggetto in qualche modo esprime in sé o che può essere su di esso proiettato, che si può esaurire nello spazio privilegiato e soggettivo del rapporto autore-lettore o che rivendica una validità più generale, che può sovrapporsi all’evidenza della ‘verità effettuale’ (anche variamente mistificandola) o rimanere più aderente ad essa: è in ogni caso un significato possibile. Ecco perché, più che ad una forma di conoscenza, penso che la poesia si possa ricondurre ad una disposizione conoscitiva, con cui si allestisce una sorta di zona franca rispetto agli ambiti d’indagine delle discipline che si propongono di fornire risposte più o meno definitive ed esaustive. È il grande vantaggio dello scrittore rispetto al filosofo ed allo scienziato quello di non dover dimostrare, piuttosto di suggerire una lettura possibile delle cose.

Il presupposto di questa operazione resta comunque un atto di fede nel potere della parola e, nel contempo, un’assunzione di responsabilità rispetto a questo.

Lei definisce il Male “una folaga con l’ala rotta” nel defluire degli accadimenti terreni, pertanto non serve spendere “tristezze tracciate ove arrotolarsi tipo un gatto”. Quale misura ravvisa nella sofferenza del singolo individuo?

È vero, la sofferenza individuale emerge come un dato del “gioco” dell’esistenza, e non mi riferisco necessariamente solo a quella umana. Un occhio che guardasse alla natura da un punto di vista non esclusivamente fisico o biologico, coglierebbe certamente anche altre forme della sofferenza; intendo dire, andando oltre l’individuazione di potenziali correlativi oggettivi per la poesia.

Purtroppo il dato consiste nel fatto che «la vita di questo universo è un perpetuo circuito di produzione e distruzione, collegate ambedue tra sé di maniera, che ciascheduna serve continuamente all’altra, ed alla conservazione del mondo”; e che queste quote di male sembrano distribuite secondo un criterio non ben decifrabile, o addirittura in maniera del tutto casuale.

Lei anela a sigillare le «camere del cuore» mediante l’eternarsi nella natura, attraverso la relazione fra gli enti, grazie alla circolarità del tempo e del ricordo in un panorama olistico. Il suo pensiero possiede un afflato teologico?

Collocherei questo sentimento della natura in una dimensione non religiosa o al limite pre-religiosa, come stato emotivo di prossimità o condizione di disponibilità della coscienza, del pensiero – a seconda dei casi – a mettersi in ascolto. In questo modo certamente vengono a galla delle questioni che sono anche argomenti di riflessione teologica, come il problema del male, i concetti di libertà e necessità, ma io penso di fermarmi un attimo prima, senza peraltro affermare né escludere, diciamo che ci si muove su un piano diverso.

“Uno slalom vite/gelso vite/gelso vite/gelso”, un caleidoscopio di colori e profumi,

il rovesciamento gerarchico uomo-animale in una cosmogonia anomala. Il filo rosso è la celebrazione della natura. La natura è esclusivamente fisica? Inoltre, qual è il rapporto con l’Io?

Come dicevamo prima, anche se in altre parole, la poesia mi sembra un ottimo modo per porre degli interrogativi, ma trovo sia meno indicata per il reperimento delle risposte, senza per questo che risulti in alcun momento sospesa la sua forma essenziale di indagine.

Così possiamo affermare che la nostra esperienza ci offre il riscontro della natura come realtà fisica e la nostra percezione è già un livello di relazione con essa. Nello spazio della poesia si può procedere ulteriormente, il rapporto risulta modulabile, esprime qualcosa, trova l’opportunità di tradursi in voce che dice qualcosa.

Lei alterna una versificazione criptica ed ombrosa ad una diretta ed immediata. Intende offrirci suggerimenti rispetto alla lettura della realtà?

Sono scelte che hanno a che fare con la specificità della parola poetica, (in cui si colloca anche la gamma di modalità con cui ci si può rapportare alla tradizione), il suo essere una nella molteplicità dei significati attivabili: per cui sì, dicevamo, suggerimenti di letture possibili.

Gianluca Costanzo Zammataro è nato nel 1978 a Borgo Valsugana, in provincia di Trento. Nel 1997 si è trasferito a Milano, dove si è laureato in Lettere all’Università Cattolica con una tesi sulle rime di Cesare Gonzaga. Vive attualmente tra Milano e il paese di origine, e lavora in ambito pubblicitario. È presente con testi o contributi su diversi siti e riviste (tra cui Atelier, Ecoo, I poeti sono vivi, L’immaginazione). Ha pubblicato la raccolta poetica Futuri contingenti (prefazione di Vincenzo Guarracino, 2020, Manni).

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