La metà del cielo

La sua presenza nello scenario della letteratura contemporanea è congiunta particolarmente ad opere di cifra documentaria, tra l’inchiesta ed il reportage, con un interesse peculiare per il mondo del lavoro.Ne “La metà del cielo” (Mondadori) il tema funebre è preponderante. Quali sono le ragioni che l’hanno indotta ad allontanarsi dalle caratteristiche della sua opera?

Prima ancora di scrivere reportage ho pubblicato libri di narrativa sempre con una forte componente autobiografica, soprattutto collocati nella provincia italiana, marchigiana di Fermo, e in questo ultimo romanzo ho cercato di mettere insieme queste due nature della mia letteratura, intrecciandole, qualcosa che prima o poi dovevo fare per tornare alla scrittura romanzesca. E’ come se avessi innestato il reportage nell’autobiografia, raccontando la mia vita anche servendomi dei punti di vista degli altri, per poi moltiplicarli, un po’ come faccio con le inchieste giornalistiche. Quindi, direi che in realtà non mi sono allontanato, ma semmai ho fatto un innesto, una ulteriore ibridazione di generi tra reportage, scrittura tout court, autobiografia e storia collettiva.

Lei fa intravedere l’abisso di una voragine interiore che lascia annichiliti. La perdita di una persona con cui si è condivisa la parte più importante della propria esistenza è anche perdita di parte di sé?

La mia vita è divisa in due, di quella vissuta che racconto nel libro resta il ricordo, ma la perdita, tutto quello che ne consegue in termini di crescita, di rinascita, è già entrato in un’altra esistenza, quella della maturità, più della saggezza e della serenità, insomma quella che sto vivendo adesso. E comunque della vita vissuta resta quello che la memoria ci consente di ricordare, ma la memoria mente, inventa, la memoria più forte è quella che cancella, rimuove. La perdita porta via invece la persona, porta via il suo corpo, le sue parole, la possibilità di ascoltarla, porta via la persona che a un certo punto sparisce dalla tua vita e diventa un fantasma. Il libro racconta anche questo, soprattutto questo. E’ anche un libro sulla perdita, quindi, ma pure sul dopo, sulla rinascita, e soprattutto sui fallimenti, personali e di una generazione che voleva la luna, che ha sfidato la società borghese, quella perbenista, ipocrita, anche di sinistra, l’ultima generazione ribelle della storia italiana. E’ come se la morte, la perdita, dessero alla vita prima un valore ancora più forte.

“Ogni volta che ascoltavo quella canzone, era come se venisse a galla un pezzo della mia vita, e con lui il mio disperato tentativo di riacciuffarla, farla tornare indietro.” María Zambrano scrive “All’origine della memoria c’è la ricerca di qualcosa di perduto e di irrinunciabile (…) qualcosa che esige di essere nuovamente guardato”. Il senso di perdita può essere vinto dalla memoria?

Vinto credo di no, ma la memoria può arginarlo, darci la consolazione di qualcosa che c’è stato, bellissimo, struggente, quando tutto era oro, nascevano i figli, l’amore, cominciava la vita adulta, il lavoro, le grandi amicizie, i viaggi. Perché questa è un po’ una autobiografia collettiva, la vita di tutti. Ed è vero quello che scrive la Zambrano, un’autrice che amo molto, e per me guardare quel passato ha significato ricostruirlo nella scrittura del libro, e nel troppo pieno della memoria lasciare solo le cose davvero significative, che sono quelle che ti ricordi di più, quelle che hanno impresso un ricordo più forte.

La sua narrazione procede su piani temporali alternati cosicché lei, “ragazzo degli anni Settanta”, desume la possibilità di rivivere differenti periodi della storia italiana. Quale interesse ha perseguito nel rispolverare eventi sociali, politici ed economici?

Per noi ragazzi degli anni ’70 il pubblico era privato, e il privato era pubblico, così dicevamo allora, cioè tutto diventava politico, soprattutto il comportamento di persone, la coerenza rispetto a determinate idee. Sono rimasto sempre fedele a quegli anni, ai miei anni giovani, quindi non mi interessava raccontare solo la mia storia privata, la nostra storia, mia e di Patrizia, senza appunto una dimensione storica e collettiva. Noi non saremmo stati quello che siamo stati senza, quindi coerentemente il libro doveva per forza di cose svilupparsi così.

Quanto risponde ad una sua precisa volontà la contaminazione dei linguaggi? Faccio allusione ai riferimenti musicali.

La musica, certe canzoni, sono un po’ la colonna sonora di una generazione, mentre la mia è una scrittura volutamente “semplice” in senso espressivo, scarnificata al massimo, priva volutamente di contaminazioni, a cominciare da quelle linguistiche, dall’uso di vocaboli di lingue straniere, della televisione o delle tecnologie. In questo credo di essere un assoluto conservatore.

Angelo Ferracuti ha esordito nel 1993 con la raccolta di racconti Norvegia (Transeuropa, con una nota di Giorgio van Straten). Sono seguiti i romanzi Attenti al cane (Guanda, 1999), finalista ai Premi “Mastronardi” e “Zarrilli Marimò – New York University”, Nafta (Guanda, 2000) e Un poco di buono (Rizzoli, 2002), i reportage narrativi Le risorse umane (Feltrinelli, 2006), tradotto in Spagna da Meettok, con il quale ha vinto il Premio Sandro Onofri, Viaggi da Fermo (Laterza, 2009), Il mondo in una regione, storie di migranti nelle Marche (Ediesse, 2009), Il costo della vita. Storia di una tragedia operaia (Einaudi, 2013) sul disastro della motonave Elisabetta Montanari, con un inserto fotografico di Mario Dondero, per il quale gli è stato assegnato il Premio “Lo straniero”, la raccolta di reportage I tempi che corrono (Alegre, 2013), e Andare, camminare, lavorare – L’Italia raccontata dai portalettere (Feltrinelli, 2015), Addio – il romanzo della fine del lavoro (Chiarelettere, 2016), “Gli spaesati” – con Giovanni Marrozzini – (Ediesse-Liberetà, 2018). Con il memoir La metà del cielo (Mondadori, 2019) è tornato dopo molti anni a scrivere narrativa. E inoltre il racconto “Come pesci d’acqua dolce” (Studio bibliografico Volpato, 2011). Ha curato il saggio a più voci Paesaggi italiani, percorsi della nuova narrativa italiana (Transeuropa, 1995), Donderoad (Cattedrale 2008), per Ediesse la raccolta di racconti (con Stefano Iucci) Consiglio di classe (2009), quella degli scrittori migranti Permesso di soggiorno (2010), e per Minimum fax (con Marco Filoni) “Giovani Leoni” (2017). Ha pubblicato anche il libro di storie Il ragazzo tigre (Abramo, 2006), con Luigi Di Ruscio 50/80 (Transeuropa, 2010), e per il teatro Non avere paura del buio (Editoria & Spettacolo, con una nota di Marco Baliani), e Comunista! (Effigie, 2008). Intensa la collaborazione con il fotografo Mario Dondero, con il quale ha pubblicato Strade di Cartoceto (Leader arte 2006), Di Vittorio a memoria (Edit Coop, 2007), e firmato diversi reportage, soprattutto per la rivista “Diario”. Suoi racconti sono presenti in numerose antologie, tra le quali Patrie impure (Rizzoli 2003), Laboriosi oroscopi (Ediesse 2006, Sorci verdi (Alegre, 2011), Lavoro vivo (Alegre, 2012), Nessuno ci ridurrà al silenzio (Edizioni CentoAutori, 2015), Il racconto onesto– a cura di Goffredo Fofi (Contrasto, 2015). Per il disegnatore Mauro Cicarè ha sceneggiato il fumetto L’angelo nero, uscito a puntate su “Alias” e nel libro collettivo “Gang bang” (Edizioni BD, a cura di Andrea Voglino che è anche un libro che raccoglie tutti gli episodi (Barbera, 2015)). Collabora con il quotidiano “il manifesto“, “Venerdì” di Repubblica, “La lettura” del Corriere della Sera, “Millennium” del Fatto quotidiano, “Left”, “L’Indice dei libri”. Ha scritto il documentario “La neve nera. Un italiano all’inferno”, con la regia di Paolo Marzoni, sulla vita dello scrittore Luigi Di Ruscio e ambientato ad Oslo, in Norvegia. Con il fotografo Giovanni Marrozzini ha dato vita a Fermo all’Associazione culturale “Jack London” per la promozione della letteratura e la fotografia.

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