E’ possibile ravvisare nell’atto creativo un momento catartico, purificatorio, volto a mondare il corpo e l’anima da ogni contaminazione

I suoi scritti propongono soventemente un legame tra arte, antropologia e filosofia. Può esplicitare i nessi formali e sostanziali?

I campi del sapere sono artificiosi, la partecipazione alla vita richiede una mente dai mille colori. La filosofia greca diventa dialogica solo con Socrate, ma la sua radice è spirituale, poetica. Un filosofo presocratico comunica con immagini elementari, è un veggente che attinge alla facoltà creativa. La sua esperienza è immersa nel mondo, sacro e materia sono sinonimi, e “filosofia” indica un processo in cui si vive in armonia con la realtà. Difatti ogni popolo ha una sua “filosofia”, anche se non la chiama così. In Giappone fino a due secoli fa neanche esisteva il termine. L’antropologia fa la stessa cosa. Studiare una cultura vuol dire studiare i modi in cui l’uomo naviga la sua relazione con il mondo e le altre comunità di viventi. Si tratta di un processo che si rinnova sempre. Ingold racconta di come un capo indigeno ascoltasse il linguaggio di alcune pietre, quando rotolavano e si scontravano. Le pietre si muovono, perciò sono animate. Dopo aver riflettuto, il capo concluse che solo alcune erano animate. È esattamente la stessa cosa che facevano i presocratici. È da qui che nasce l’arte. L’arte incorpora il flusso vitale e l’esigenza di orientarsi. L’opera d’arte nasce dalla necessità di fare mondo. Martino Nicoletti ha esplorato l’arte contemporanea e i suoi legami con gli sciamani nepalesi. Durante il rito della seduta, lo sciamano disegna il cosmo con un gesso, e poi lo cancella alla fine del rito. La rappresentazione del cosmo non è fatta per durare, altrimenti il suo significato simbolico ristagnerebbe e non avrebbe più effetto. L’arte non nasce con lo scopo di perdurare. Per questo l’arte occidentale è fatta di resti. Quando entriamo in un museo, siamo un po’ necrofagi.

E’ possibile ravvisare un momento catartico, purificatorio, volto a mondare il corpo e l’anima da ogni contaminazione nell’atto creativo?

Sì, è l’attimo in cui l’opera sta per esprimersi e ci si prepara a compierla. Si tratta dell’uscita dal mondo, di aprirsi ad altre esistenze, dimenticare se stessi. Purificarsi vuol dire obliarsi, morire. I taoisti lo intendono alla lettera, metti il tuo cuore in un sarcofago. La presenza va mondata, altrimenti incancrenisce. La stasi è innaturale, non è creativa. Memento mori. Non è necessario diventare altro, si può restare immersi nella nudità, spogli, e qualcosa sorgerà sempre. Forse sarà una delle tigri di Antonio Ligabue. Di solito sono le abluzioni o i fuochi sacrificali a purificare, o si chiede agli animali di fare la muta con loro. È il motivo per cui indossiamo le loro pelli e le loro piume. Non per adornarci, ma per poterle cambiare. Desideriamo una pelle che perda le squame, i capelli e le barbe non bastano. Allora veneriamo gli alberi, il fuoco, le cicatrici, ci dipingiamo la pelle. Alcuni sciamani si tagliano con un coltello per far scorrere sangue. Si lasciano scorrere nel mondo per annullarsi, un’estasi corporea al pari delle ascensioni mistiche. Il motivo per cui i salassi sono stati considerati una cura medica per secoli si trova nel digiuno del Ramadan e nell’icona del Buddha emaciato. Quando non ci sei, è il sacro a parlare. Come ricordano Kafka e i sufi, la porta è sempre aperta.

La pandemia da Covid-19 può essere esaminata secondo una prospettiva antropologica, quindi al di là dei settorialismi tipici del sapere?

Certo, tutta la nostra vita è scandita dalla crisi della presenza di cui parlava Ernesto de Martino. La vita non ragiona per categorie. La presenza umana è flebile, chimerica, un indigeno poteva benissimo uccidersi perché non riusciva a smettere di imitarne un altro. L’inizio della percezione temporale è il tentativo da parte dell’uomo di ancorare la sua presenza, in quelle che chiamo cronosfere. Intendo ancorare letteralmente, il tempo è una presenza ierofisica. De Martino riporta di uno sciamano che teneva diversi ganci appesi in casa sua per evitare che il suo spirito volasse via. Essere presenti a se stessi, essere coscienti del mondo, poter dire “Io sono” (Ego eimi) è una rarità nella storia umana. Il mondo non è mai umano, noi stessi siamo degli ibridi neanderthaliani, e anche le classificazioni scientifiche sono processi immaginari per salvaguardare la presenza. Il Covid-19 è uno di quegli eventi naturali che chiamo “echi di Pan”: al pari di un terremoto e di un’eruzione, è un evento che mette in crisi la nostra presenza, il nostro orizzonte temporale. Invade lo spaziotempo immunizzante della civiltà che l’uomo si è ritagliato per ancorare la sua presenza, dinamiche di purezza e pericolo descritte da Mary Douglas. Aver visto le città vuote è un segno molto chiaro: la purezza è il prodotto di nuove miscele.

E’ così arduo convivere con la Natura in assenza di un Mito che ci accompagni nelle scelte?

Sì, perché il mito è l’esistenza stessa. Quando si parla di mito, lo si descrive filosoficamente come fosse una narrazione, una storia che lega diversi archetipi tra loro e spiega il perché dell’esistenza. Oggi si fa molta leva sulle storie e sui loro simboli, parlando di serie tv, fake news e di immaginario, ma leggere il mito come narrazione è riduttivo. È la prospettiva di una società disillusa che guarda le cosmogonie dall’esterno, che concepisce il mondo come un palcoscenico. Uno sciamano come Davi Kopenawa non parlerebbe mai di narrazione, di mito o di archetipi, perché il mito è la foresta in cui sono immersi e che gli scorre attraverso, tutto ciò che vivono nell’immediato. Infatti Kopenawa specifica che parla per tutti, la sua bocca è quella di tutta l’umanità. Un fiume è un dio e sui monti danzano gli spiriti, diceva il Buddha che tutto il mondo è in fiamme: queste asserzioni sono fattuali, non semplici allegorie. Le storie possono essere metafore quando vengono costruite artificiosamente, ma il mito non nasce mai come metafora. Lo diventa quando vive troppo a lungo. Le città in cui abitiamo per esempio non sono pensate per convivere con la natura. Questo perché il mito urbano delle prime città nasce per aggregare la nostra presenza attorno a un centro. Era un mito di fondazione, di difesa e di creazione. Oggi siamo già fondati, allora ci serve un mito di trasformazione, di ibridazione e convivenza.

Lei è anche un poeta. Quali sono le ragioni che l’hanno indotta a scegliere la Poesia come codice comunicativo?

Come per tutti i poeti immaginali, nasco visionario e poi annaspo per campare. Se adopero il verso è solo perché è il suono più vicino all’indeterminato, che mi viene spontaneo. Sono nato cavo e faccio sparire la lingua quanto basta a far sgorgare la nudità. La prosa è il mezzo meno prediletto, quello più nuovo nella storia dell’umanità. Ciò che vuole venire alla luce ci dice come vuole sorgere, e di solito non sceglie mai la prosa. Qui la parola si ferma. La mia poesia, come le mie proposte filosofiche, sono tutte conversioni da visioni esperite nel tempo del sogno. Quando compongo mi stanco subito della parola, allora disegno. Se anche il disegno mi stanca, straccio qualche foglio, mi ammutolisco. Ogni visione spossa tutto il corpo. Per non soccombere qualche volta metto il cuore nel sarcofago.

Alessandro Mazzi è filosofo, poeta e traduttore editoriale. Collabora con diverse testate, tra cui L’Indiscreto, Quaderni d’Altri Tempi, Il Tascabile e Il Foglio. Sue poesie sono apparse tra gli altri su Anterem e Inverso.

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