IL FALLIMENTO DEI “101”. IL PCI, L’UNGHERIA E GLI INTELLETTUALI ITALIANI

Nel 1956, 101 intellettuali comunisti si dissociarono dal sostegno dato da Togliatti all'intervento sovietico a Budapest e solidarizzarono con la rivoluzione ungherese per non stare dalla parte sbagliata. Quanto questo gesto ha inciso sull’evoluzione della “sinistra” italiana?
Sull’evoluzione del più potente partito comunista d’Occidente in senso socialdemocratico influì ben poco, in realtà. Questo però non sminuisce la portata di un gesto di ribellione eclatante, inconcepibile in un partito ideologicamente e politicamente granitico come il Pci. Fu una frattura, seppure rapidamente ricomposta, che coinvolse non solo i firmatari del Manifesto, ma anche il segretario della Cgil Giuseppe Di Vittorio e deputati del calibro di Antonio Giolitti. Al di là delle conseguenze politiche di medio e lungo termine, che furono irrisorie, il dissenso di tanti intellettuali organici al partito - alla luce del rapporto di fede che questo aveva instaurato con gli uomini di cultura – costituì un precedente che non poteva essere semplicemente dimenticato. L’obbedienza cieca, la fiducia totale nel partito e nella propaganda sovietica, erano state inevitabilmente intaccate.          

Lei ricostruisce appassionatamente le storie dei protagonisti di quell’esperienza. Può indicarne qualcuna che, a suo giudizio, ha prodotto riverberi ideologici significativi?
Prese singolarmente, le storie di ognuno dei firmatari del Manifesto sono emblematiche, non fosse altro che per il percorso interiore che ciascuno di loro ha affrontato, sia che abbiano lasciato per sempre il Pci, sia che vi siano rientrati. Non c’è dubbio, tuttavia, che gli intellettuali che hanno lasciato il Partito comunista furono culturalmente molto attivi dopo il ’56; nacquero ad opera loro riviste come Passato e presente, Tempi moderni, Corrispondenza socialista, Città aperta ed altre ancora, che contribuirono notevolmente ad arricchire la riflessione e il dibattito politico e culturale dell’epoca. A molti di questi intellettuali si devono inoltre esperimenti politici e culturali a destra e a sinistra del Pci, e il contributo di personaggi come Mario Tronti o Alberto Asor Rosa all’operaismo - paradigma teorico della sinistra extraparlamentare - può certamente essere considerato un riverbero ideologico significativo. Tuttavia il percorso più interessante dal punto di vista filosofico è stato quello di Lucio Colletti, che dopo il ’56 non uscì dal Pci perché era marxista e continuò a considerarsi tale fino al 1974, quando abbandonò definitivamente il marxismo e rinnegò le sue stesse opere antecedenti quella data.       

Reputa che i “101” abbiano integralmente fallito?
No. Aver aperto una breccia di dissenso in un partito come il Pci non può essere considerato un fallimento integrale. Certamente fallirono dal punto di vista politico e molti di loro impararono a proprie spese che cosa fosse veramente il Pci e cosa significasse sfidarlo, ma per altri, come ad esempio Piero Melograni, la Rivoluzione ungherese e la fuoriuscita dal partito furono una liberazione, e gran parte della migliore produzione culturale dello stesso Melograni o di Renzo de Felice è certamente debitrice della frattura del ’56.  

Investiti da quella vicenda storica furono intellettuali del calibro di Renzo De Felice, Piero Melograni, Natalino Sapegno, Lucio Colletti, Luciano Cafagna, Antonio Maccanico. Qual è, oggi, il ruolo degli intellettuali rispetto alla politica agìta?
Guardi, il problema oggi non è tanto il ruolo che gli intellettuali potrebbero avere o meno nella politica, quanto la loro qualità. Partendo dal presupposto che nel rapporto tra intellettuali e politica in Italia c’è un problema antico e radicato che è quello della mancanza di indipendenza degli uni verso l’altra -come ben comprese Indro Montanelli che indicò nel Pci il nuovo Principe di una classe intellettuale che nei secoli di un Principe non aveva mai saputo né voluto fare a meno - io oggi non vedo molti uomini di cultura dello spessore di quelli da lei citati. Non vedo la serietà, la preparazione, lo studio e la visione del proprio ruolo all’interno della società che contraddistingueva gli intellettuali degli anni Cinquanta, a prescindere dal proprio orientamento politico. E lo stesso d’altronde vale per la classe politica. Naturalmente non mancano le eccezioni, ma la mia sensazione è che la produzione culturale media sia molto soggetta alle tendenze e agli umori del momento, e in questo senso si adatta bene alle esigenze della attuale classe dirigente. 
   
Lei ha dialogato con Lucio Colletti poco prima della morte. Quali sollecitazioni possono offrire alla nostra riflessione le sue parole?
Infinite. Perché Lucio Colletti era un intellettuale completamente fuori dalle righe e dagli schemi. Incarnava tutto ciò che alla classe intellettuale italiana in generale, per l’appunto, mancava e manca oggi. L’indipendenza di pensiero e di giudizio, innanzitutto. La sua adesione al Pci non fu mai di tipo fideistico, come fu invece per la maggior parte degli altri intellettuali comunisti. Colletti era un marxista e riteneva che la sua casa non potesse essere altra che il Partito comunista, ma rimase sufficientemente disincantato rispetto alla propaganda sovietica e non perse mai veramente il senso critico. Fu ingenuo, come lui stesso mi disse, nel tentativo di coniugare il comunismo con la democrazia, ma quando capì che questo percorso era privo di sbocchi seppe rinunciare al marxismo e rinnegare tutte le sue opere antecedenti il 1974, che nel frattempo erano state tradotte nelle lingue di mezzo mondo. Concludo facendo io una domanda a lei: Quanti intellettuali crede esistano oggi capaci di aprire le ante di una grande libreria e definire tutte le opere in essa contenute, davanti ad una giovane studentessa universitaria qualunque, “un cumulo di fregnacce”?   

Valentina Meliadò, giornalista e storica. Nel 2006 ha pubblicato Il Manifesto dei 101. Il Pci, l’Ungheria e gli intellettuali italiani, libro dedicato alla frattura tra partito comunista e intellettuali all'alba della repressione sovietica della rivoluzione ungherese del 1956, e nel 2009, per la Fondazione “Ugo Spirito e Renzo De Felice”, il saggio Ugo Spirito il rivoluzionario: dall'attualismo al comunismo, dedicato al viaggio intrapreso dal filosofo del problematicismo in Unione Sovietica nel 1956. Già redattrice della trasmissione radiofonica Rai Radioanch'io, e giornalista del quotidiano “Liberal”, collabora attualmente con il quotidiano “L’Opinione” e con la Fondazione “Ugo Spirito e Renzo De Felice”.

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