La parola apriporta di canto dell’interiore canto proteso alla radice del silenzio per così avvicinarsi alla guancia dell’incontro che si offre a viso aperto nello spazio privilegiato e reale dell’esistere sociale

La sua versificazione appare sensibilmente refrattaria al rispetto ovvio ed ossequioso delle norme grammaticali, compromettendo irrimediabilmente la logica connessione lettura-comprensione. Le sue parole puntano all’incantesimo, al mistero, alla fascinazione, alla malìa? Qual è la chiave d’accesso per discriminare i suoi intenti comunicativi?

Le parole, per loro vocazione naturale, sono incantesimo. Precorrono e fremono di suono e senso quel vento che libra nell’aria lo sguardo del pensiero, sguardo sempre in tensione verso la propria e altrui voce quale apriporta di canto dell’interiore canto proteso alla radice del silenzio per così avvicinarsi alla guancia dell’incontro che si offre a viso aperto nello spazio privilegiato e reale dell’esistere sociale. Nessun intento, quindi, se non del posarsi in ascolto, unico modus operandi della riva comunicativa.

“Nutrica” è il titolo della sua silloge ancorchè una variante dialettale di “mammella che dà latte” oltre che di “neonata”. Quali sono i riverberi emozionali di un lessema che rinvia all’utero, alla cuna, al nido, all’intimità più sanguigna?

Essere nutrita, nutrirsi, nutrire. Appena fuori dal nido caldo d’acqua materna ci si trova impreparati al turbamento del primo strappo, la prima ferita. Ferita della separazione che fende la luce per riportare alla luce l’intimo dondolio che sana, o che dovrebbe sanare, dal tempo e nel tempo, la fame d’amore. “nutrica” è bambina ed è donna che si ripercorre cadendo, sbagliando e ancora cadendo, pur anche per sottrazione, nell’imperfetto del suo più nascosto tratto negato, poi violato, per imparare ad allattare di vita la vita onnicomprensiva di tutte quelle minute cose che semina e che l’avvolge.

“Il bambino ha una/ seggiola e la voce/ sul cappotto della/ madre lieve canta/ ai vetri la pioggia”. Si possono udire, serbando un incontrovertibile ed apprezzabile afflato sperimentalista, echi postsimbolisti di pascoliana memoria?

Un quadro, o per meglio ancora, un ritratto disegnato in versi, questo testo. Ha genesi dentro la luce del tramonto, la pioggia fuori. Ciro, il bambino, in prospettiva sul petto della madre. Un istante privato, esclusivo, nutrito dall’amore. Due corpi tornati nell’uno che li riposa. Necessità di sostenermi in quell’attimo per commozione, per l’abbaglio di una maternità quotidiana che s’eleva a meraviglia del creato. E se è vero che il simbolismo pascoliano sottende a nodi di matrice puramente psicologica, sì! circolo nella domanda essendo il vissuto del non essere biologicamente madre un nastro mancato che preme sul principio del seno.

Lei adotta segni grafici, come le parentesi quadre, indubbiamente inconsueti ed inusuali; cassa la punteggiatura, salvo attribuire un significato quasi schematico ai due punti ed al punto e virgola. Sembra allestire un labirintico impianto scenografico mediante cui stimolare incessantemente a svincolarsi dalla regola. A quali funzioni assolvono i suoi esperimenti diagrammatici?

Punteggiatura, parentesi, impostazione tipografica sono impalcatura visuale di un teatro interiore. Ciascuna parte si compone quale telaio scenografico di una figurazione intensa e reale allestita sul palcoscenico della gola, sede vocale per eccellenza, che osserva, sente, ascolta l’ordito della trama. In questa disposizione vedo tutto scorrere e farsi corpo di scrittura, ogni più piccolo passaggio, paesaggio, segno, cadenza spazio-temporale. Non svincolo dalla regola seguo la mia di regola, altro modo non saprei per non tradire, tradirmi, e per tentare di combaciare, o il più possibile avvicinarmi, alla verità, mia, dell’altro, del dramma che si compenetra nella grafia dell’azione.

Ardito uso del prosimetro ed egregia commistione di italiano e dialetto. Cosa non le basta della lingua?

Credo che la lingua non basti mai, se così non fosse si smetterebbe di scrivere, di parlare. Si smetterebbe di ricercare il modo per dire quello che non si è riusciti, per paradosso, ancora a dire. Si è sempre incompleti davanti all’immensità delle parole, mai finite, sempre da raschiare per andare al fondo, nel profondo, nel campo della gioia e del dolore. Si smetterebbe, forse, di provare a capire e curare la ferita che per nascita è un sempre che ci interpone. Si smetterebbe di credere a quel fiore che racconta la responsabilità dell’amore e che per responsabilità di questo amore il mondo si muove.

Daìta Martinez, palermitana, presente in diverse raccolte antologiche, ha pubblicato con LietoColle (dietro l’una), 2011, segnalata alla V Edizione del Premio Nazionale di Poesia “Maria Marino”, e nel 2013 la bottega di via alloro. Vincitrice – sezione dialetto – del 7° Concorso Nazionale di Poesia Città di Chiaramonte Gulfi, è stata finalista – sezione dialetto – della 44° edizione del Premio Internazionale di Poesia Città di Marineo. Inserita nell’Almanacco di poesia italiana al femminile “Secolo Donna 2018”, edizioni Macabor, nel 2019 ha pubblicato la finestra dei mirtilli, suite poetica stilata con il poeta comisano Fernando Lena, Edizioni Salarchi Immagini, il rumore del latte, Spazio Cultura Edizioni, e nutrica, LietoColle. È vincitrice del Premio Macabor 2019 – sezione silloge inedita di poesia – con pubblicazione, ‘a varca di zagara in dialetto siciliano.

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