Il labirinto narrativo

Nella retorica classica la narrazione costituisce la parte dell’orazione che seguiva all’esordio e serviva all’esposizione obiettiva del fatto. Nella contemporaneità come può essere definita?

Nella contemporaneità, la narrazione può essere definita come performance (in senso molto lato) che, attraverso un insieme di artifici retorico-visuali/altri definiti dal medium scelto, espone una catenaria di eventi che sono tra loro collegati in senso cronologico e per la presenza di almeno un ente del quale, nel corso del tempo, almeno un tratto distintivo muta.

Questa, almeno, la definizione che possiamo trarre dagli studi di narratologia e critica letteraria.

Tuttavia, questa definizione presenta almeno tre problemi. Anzitutto, essa è estremamente macchinosa; in secondo luogo, non tiene conto del fatto che il narrare è un tipo di discorso che viene pronunciato in un certo contesto per realizzare un determinato scopo (si narra mirando all’intrattenimento, ma anche alla persuasione, all’edificazione o ad altre finalità); infine, essa potrebbe non essere condivisa dalle culture non occidentali.

Il fenomeno della narrazione è oggi tra i più dibattuti e studiati. Purtroppo, però, a causa dell’endemica e conflittuale separazione tra le discipline, nonché dello straordinario successo che questo concetto ha avuto nel secolo scorso, risulta alquanto difficile definire la narrazione in maniera univoca e non di rado essa viene definita in modo diverso a seconda della disciplina all’interno della quale essa viene studiata.

Per ovviare a questo problema, nel mio libro provo a proporre diverse definizioni in luce degli studi narratologici e letterari, filosofici, psicologici, sociologici e antropologici del narrare. Ciò non mi permette di arrivare a una definizione univoca – che, del resto, non mi ero proposta in prima istanza – bensì di indagare a fondo la precomprensione che ha del narrare l’esperienza comune come di quel discorso che, messo in opera da uno o più narratori con uno scopo, espone un susseguirsi temporale di eventi che vedono coinvolti, insieme a luoghi e personaggi, valori, credenze e visioni del mondo, talvolta in modo così profondo da rimetterli in discussione per un individuo o per la collettività.

La narrazione ha un valore stimabile? Essa è incidente rispetto alla soggettività?

Se con “stimabile” intende “precisamente quantificabile”, direi di no: per realizzare questo scopo, infatti, sarebbe necessario poter sottoporre l’immaginario individuale e collettivo a un’indagine modellata sul metodo delle scienze dure. Se, invece, intende riferirsi al fatto che il narrare abbia un ruolo apprezzabile e scientificamente riconosciuto nel costituirsi della soggettività individuale, allora, assolutamente sì. È stato dimostrato da tempo in psicologia dello sviluppo – e qualsiasi manuale aggiornato ne dà conferma – che i bambini che trascorrono con le madri, con i fratelli o con gli altri significativi molto tempo a narrare e ascoltare narrazioni degli eventi comuni o decisivi della giornata, nonché che hanno modo di rievocare o ascoltare spesso rievocazioni di azioni passate (capricci, marachelle, successi, spaventi) tendono a sviluppare in modo più solido la memoria autobiografica, nonché a sviluppare più precocemente un senso del sé organico e coerente. Questo conferma quanto ipotizzato già negli anni ’80 dal filosofo Paul Ricœur, secondo il quale la narrazione, ben lungi dall’essere un semplice resoconto dell’esperienza, porta a compimento l’esperienza stessa permettendo al soggetto di appropriarsene.

Ma non solo. Come evidenziato dal sociologo Paolo Jedlowski, per l’individuo ricevere da altri il racconto degli effetti delle sue azioni è un momento di cruciale importanza per vincere autoinganni e facili autoassoluzioni, per assumersi in modo maturo e consapevole la responsabilità dell’individuo che si è. È come se il motto delfico caro a Socrate, “conosci te stesso”, passasse dalla narrazione: la narrazione di sé attraverso i ricordi, la narrazione del sé da parte degli altri attraverso la testimonianza. Processo che, va notato, non sempre e non necessariamente è pacifico, anzi, può essere profondamente conflittuale – e lo è, in particolar modo, quando tra la voce del sé che si narra e quella degli altri (altri significativi o collettività) c’è un’evidente asimmetria di potere.

I contesti pubblici, si pensi alla politica, ai social media, prevedono una narrazione efficace del sé, soventemente tessuta in modo davvero sapiente. Questa complessa operazione eccede il piano teoretico?

Ogni narrazione del sé, in verità, eccede il piano teoretico. Non si racconta sé stessi a sé o agli altri per conoscere, ci si racconta per negoziare/rinegoziare il rapporto con essi o per suscitare un effetto di un qualche tipo.

Vero è che si può mentire: del resto, lo sappiamo bene, tanto la politica quanto i circoli privati pullulano di mitomani – soprattutto in una società come la nostra che idolatra la performance e il successo in ogni contesto, a ogni costo. Il fatto è, però, che non si dà menzogna nel racconto di sé che sia senza prezzo, sia esso la vergogna, il ludibrio da parte degli altri o l’autoinganno. Nel contesto della comunicazione mediatica, soprattutto da parte delle personalità della politica, mi sembra che questa “narrazione efficace” abbia come effetto nei politici l’autoinganno – sarebbe utopico ipotizzare la vergogna – e negli interlocutori il disinganno: mi azzarderei a ipotizzare che il proliferare di narrazioni spudoratamente false potrebbe essere annoverato tra le ragioni per le quali gli Italiani, oggi, sono non solo estremamente disaffezionati alla vita pubblica e disillusi, ma facili prede di qualsivoglia teoria del complotto, sospettosi fino alla paranoia.

La suatrattazione ripercorre i contributi delle Scienze umane. Distanti dalla pretesa di una sinossi, qual è lo stato della ricerca?

Le scienze umane evidenziano come la narrazione sia un fenomeno chiave per la comprensione dell’umano, del funzionamento del singolo individuo quanto delle dinamiche che avvengono dentro e fra i gruppi sociali. Purtroppo, però, – come evidenziavo prima – anche a causa del successo che il concetto di “narrazione” ha avuto nel secolo scorso, così come a causa dell’inveterata separazione e competizione tra le singole discipline, lo studio di questo fenomeno a tutto tondo risulta molto complesso e non di rado le singole discipline ergono a difesa della propria specificità muri invalicabili.

Ad oggi, a mia conoscenza, le riflessioni più interessanti sul rapporto tra narrazione e soggettività provengono in psicologia dalla prosecuzione degli studi di Jerome Bruner e, in Italia, di Andrea Smorti, nonché dalla psichiatria narrativa di Giuseppe Martini; degne di nota sono le ricerche in filosofia di Francesca Cattaneo, che ricapitola e sviluppa le riflessioni di alcuni illustri pensatori del Novecento tematizzando la narrazione come azione dotata di una sua specificità ontologica e morale; molto interessanti, inoltre, sono le indagini di Peppino Ortoleva sui “miti a bassa intensità” e su come le narrazioni contemporanee diano forma al nostro immaginario. Ma, come dicevo, i contesti sono davvero ampi e numerosi.

In tutta sincerità, credo che l’epidemia di Covid-19 avrà conseguenze a lungo termine non solo sulla politica e sull’economia, bensì anche sulla narrazione del sé individuale e collettivo. Ci siamo scoperti fragili, mortali: un dato che non può in alcun modo apparire secondario nel nostro modo di comprenderci, dunque di narrarci a noi stessi e ad altri. Abbiamo visto l’importanza – e la forza dirompente – del narrare: della testimonianza, della denuncia e, purtroppo, della bufala e della teoria del complotto. Mi sentirei di auspicare che questo possa essere un momento epocale anche per lo studio del fenomeno del narrare, in particolare del narrare il sé. Che le singole discipline, superando le tradizionali partizioni, possano entrare in dialogo, confrontarsi, ibridarsi e, studiando quanto sta avvenendo – ad esempio, come cambi la narrazione del sé a partire dalla scoperta della fragilità, oppure nel contesto della separazione forzata imposta dalla quarantena – possano arrivare a una più profonda comprensione del narrare e del narrarsi.

In siffatta congerie qual è la sua personale posizione etica rispetto all’uso strumentale ed opportunistico della narrazione?

Al di là dell’inesauribile passione e dalla curiosità che mi legano allo studio della Letteratura e del fenomeno del narrare in tutte le sue forme da una vita, da molti anni nutro la consapevolezza che la narrazione è un dispositivo culturale estremamente potente e pervasivo la cui azione passa tendenzialmente sotto traccia poiché all’onnipresenza della narrazione in ogni campo delle nostre vite siamo tendenzialmente assuefatti. Non solo il marketing è in larghissima parte narrativo: lo sono l’intrattenimento e l’informazione (che, anzi, forse proprio a causa della pervasività del narrare si identificano in misura sempre maggiore), lo è in misura crescente anche l’educazione; esiste la convinzione – non tematizzata, non problematizzata e proprio per questo insidiosa – che per comunicare in modo efficace, garantendosi l’attenzione dell’interlocutore, sia necessario e sufficiente raccontare una storia. Molto più che, ad esempio, essere in grado di argomentare, ossia saper dare e chiedere ragione delle posizioni espresse: è come se la narrazione, con il suo valore paradigmatico, rendesse superfluo un ulteriore scavo razionale dei contenuti. Non solo: manca la consapevolezza che una narrazione sia un dispositivo con determinate regole e meccanismi di funzionamento. Non ci si sofferma abbastanza spesso a pensare, a mio parere, che l’inizio e la fine della storia sono convenzionali, così come lo è il punto di vista: in questo modo, viene talvolta presa per verità assoluta ciò che è messo in luce dalla storia, mentre non si considera ciò che da quella narrazione resta fuori, nell’ombra, quasi come se non esistesse.

La mia posizione rispetto all’uso strumentale del narrare è, naturalmente, di rifiuto. Il problema, però, secondo me, è a monte. Vale a dire: credo che questo uso del narrare sempre più spregiudicato sia reso possibile dal fatto che manca una cultura del narrare nell’opinione pubblica, cioè proprio nei fruitori delle narrazioni. Manca la capacità di identificare gli interessi del narratore, di captare contronarrazioni o le voci dei personaggi secondari che potrebbero avere molto da dire per fornire un quadro complessivo dell’oggetto del contendere. Pertanto, credo che chi, come me, ritiene che la narrazione sia un fenomeno culturale che necessita di un’etica, non possa astenersi dal continuare a studiare il narrare e diffondere in ogni modo questo sapere, con i mezzi tradizionali e con quelli offerti dalle nuove tecnologie: post, podcast, video su Youtube. Senza stancarsi di fornire gli elementi necessari per una fruizione matura e consapevole del discorso narrativo. Perché, a mio parere, solo da una generazione di narratari attenti, consapevoli e critici potrà sorgere l’istanza di narrazioni eticamente corrette.

Valeria Meazza, classe ’92, nutre da sempre una passione inesauribile per il linguaggio e la Letteratura, trovando particolarmente affascinante la problematizzazione della moralità messa in atto dal narrare. Diplomata nel 2011 al Liceo Classico Benedetto Cairoli di Vigevano (PV), decide di compiere gli studi in Filosofia sull’orizzonte aperto del mare, presso l’Università degli Studi di Genova: qui studia a lungo il rapporto tra narrazione e soggettività, laureandosi cum laude nel 2018 con una tesi sulla narrazione dell’identità realizzata sotto la guida del professor Tonino Tornitore, allievo di Edoardo Sanguineti. Predisposta per la pubblicazione, la ricerca risulta saggio inedito finalista del Premio Nazionale di Filosofia ANPF 2019; nel novembre dello stesso anno il saggio viene pubblicato dall’editore Primiceri nella collana di Filosofia. Ad oggi, Valeria Meazza prosegue i suoi studi come ricercatrice indipendente: nel luglio 2019 pubblica con la rivista H-ermes dell’Università del Salento il suo primo video-saggio, incentrato sul valore filosofico e letterario di videogiochi e serialità televisiva, mentre per il portale Ultima Voce realizza interventi divulgativi sulla filosofia antica come esercizio spirituale e interviste con personalità di spicco del panorama culturale italiano. Nel frattempo, continua a lavorare come docente cercando di trasmettere agli studenti la passione e gli strumenti per comprendere e amare la Letteratura e il libero pensiero.

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