La vita schifa

Lei è poliedrico e tentacolare nell’esternazione dei suoi interessi artistici: scrittura, teatro, cinema e tanto altro d’affascinante e sontuosamente leonardesco: quanto crede nel sincretismo culturale, nella contaminazione di mondi apparentemente da intendersi come monadi?

Per l’appunto non credo nel monadismo, e invece credo che qualsiasi individuo debba approfittare della propria incommensurabile capacità di sfaccettarsi, triturarsi, miniaturizzarsi, e pertanto più che di sincretismo parlerei di mescolanza, che poi è la nostra natura, nonostante ci fissiamo a disegnare giardini, case colorate, soli splendenti, e infine recinti.

“La vita schifa” tange, tra gli altri, temi quali la morte, la redenzione e la colpa in un consesso umano caratterizzato dal promuovere gli istinti più bassi. Orbene, le contingenze politiche, comunitarie, spirituali annullano la pars construens?

La costruens è più che altro il tentativo miserabile di auto proclamarci, e pure quando colui che ordisce la bellezza è mosso solo dalla bellezza e basta non è mai mosso solo dalla bellezza e basta, e lo sa bene, ha inventato il cilicio proprio per questo.

Epperò – ci tengo – vorrei specificare meglio questo mio concetto, ché è un concetto che va specificato, viceversa sembrerebbe una tesi generata da una scarsissima fiducia nei confronti dell’umanità, e ovvero la mia specifica parte dall’assunto che siamo esseri fragili, lucenti ma egoici, obbligati naturalmente alla socialità, e fin quando non accetteremo queste nostre peculiarità e allora proporremo continuamente ipocrisia, simulazione, frottola, piangendo tutte le sere della nostra vita a causa di inesistenti sensi di colpa, e del resto ne sono certo: pure Bacone, oggi, studiando le nostre esistenze sui social, si sbaconizzerebbe.

Nella sua produzione, globalmente intesa, lei fonde siciliano ed italiano: qual è la chiave d’accesso per decodificare i suoi intenti comunicativi?

Essere disponibili al fallimento, educare il proprio sguardo laterale sulle cose, e – soprattutto – tifare per il disincanto.

Almeno tre chiavi, il portachiavi ce lo metto io: l’ironia, color ebano.

Lei ha asserito “Il rapporto scena-parola è invertito, sovversivo, certamente estenuante”. Può esemplificare la gestazione delle sue opere, posta la sua refrattarietà al momento dell’ispirazione, intesa come impulso irrazionale e fortuito?

È una fatica e uno spasso, ogni giorno, come credo qualsiasi attività lavorativa che abbia in grazia una certa creatività, e insomma devo ammettere che sto spesso a osservare la realtà, gli spasmi emotivi della gente, i miasmi esistenziali, le contratture, le previsioni del tempo, i progetti falliti, certe facce, certi modi, i sensi di colpa, le genuflessioni, i panorami, ciò che sta dietro i panorami, le compiacenze, i geni reali, le loro lampade, le feste comandate, le strade della mia città, le strade in generale, il generale, e ritagliarlo e accorciarlo e sintetizzarlo, il microscopio, ciò che si muove sotto la lente, io che osservo ciò che si muove sotto la lente, e la lente, tutte le distorsioni, le imprecisioni, e ancora, costantemente, tutto ciò che i miei sensi riescono a catturare.

Ma getto tutto al vento, solitamente, ché le storie devo sempre scovarle, mai nessuna che abbia l’educazione di bussare alla mia porta.

Come coniuga l’atto creativo alle esigenze di assecondare i gusti del pubblico e di rispettare le logiche del mercato?

Il pubblico non esiste, nel mio immaginario creativo, non esiste come pubblico.

Esiste nella singolarità, è un rapporto uno a uno, che disprezza il compiacimento, le congratulazioni, le pacche sulla spalla.

Per cui, in questo regime duale, propendo per i manrovesci.

Rosario Palazzolo è drammaturgo, scrittore, regista e attore. Teatro-“Ciò che accadde all’improvviso” 2006 -“I tempi stanno per cambiare” con Luigi Bernardi 2007 -“‘Ouminicch’'” 2007 -“‘A Cirimonia” 2009-“Pinuocchio” 2010-“Manichìni” 2011-“Portobello never dies”2015-Premio Napoli Teatro Festival e Lo zompo, Mari/age 2016 -“La veglia” (2018, prodotto dal teatro Biondo stabile di Palermo), spettacoli questi ultimi che compongono la trilogia Santa Samantha Vs – Sciagura in tre mosse. Cinema-“Il Traditore” regia di Marco Bellocchio ruolo Giovanni De Gennaro in uscita nel 2019A febbraio 2018 ha debuttato a Torino una versione teatrale della sua novella L’ammazzatore, coprodotto da ACTI Teatri Indipendenti Torino e Teatro Biondo Palermo, di cui è stato anche attore, con la regia di Giuseppe Cutino.
Ha scritto e diretto Letizia forever (2013, premio Teatri di Vetro e MarteLive), spettacolo che ha superato le 100 repliche.Vincitore del Fringe al 18° Festival Internazionale del Teatro di Lugano, nel 2016 è stato insignito del Premio Nazionale della Critica per la sua attività di drammaturgo.Negli anni è stato invitato dalle Università di Liverpool, Manchester, Catania, Salerno, Messina e Capodistria (Studi di Italianistica e Letteratura Teatrale) a tenere delle lezioni sulla narrativa e il teatro italiano contemporaneo. Ha insegnato scrittura creativa all’Accademia di belle arti di Brera (Milano), all’interno del percorso di Tecniche del restauro. Recentemente gli è stata dedicata una tesi di laurea (Possibilità Vs. Impossibilità: la drammaturgia di Rosario Palazzolo). Ha scritto Enigma23 (2017) e La ballata dei respiri (2018), entrambi per i detenuti del carcere Pagliarelli di Palermo. Per l’anno accademico 2017/2018 sono previsti approfondimenti monografici sul suo lavoro presso l’Università di Catania (cattedra di Drammaturgia) e l’Università di Salerno (cattedra di Letteratura Teatrale). Per la narrativa ha scritto la novella L’ammazzatore (2007), e i romanzi Concetto al buio (2010) e Cattiverìa (2013). Per il 2018 è prevista la pubblicazione del suo terzo romanzo: Saggio sulla colpa. Ha curato i volumi: Cartoline dall’orlo (2015, Progetto Santiago edizioni, Genova) e Scarti di un teorema (2016, I buoni cugini editori, Palermo)Diversi suoi racconti sono stati pubblicati in riviste e antologie.A fine 2016 è uscita per Editoria & Spettacolo la sua prima raccolta di testi teatrali: Iddi–Trittico dell’ironia e della disperazione.

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