Le ciociare di Capizzi

Lo stupro a danno delle popolazioni civili durante i conflitti armati è strumento di guerra. Per quale ragione, soventemente, è nascosto e ignorato anziché essere annoverato come crimine di guerra?

La guerra è roba da uomini e alle donne non resta che subirla. “Con la guerra viene il bottino” è uno slogan assai comune, e le donne sono considerate parte del bottino di guerra. Durante i conflitti armati lo stupro ai danni delle popolazioni civili è stato ed è strumento di guerra, una grave violazione dei diritti umani, un crimine ignorato o minimizzato come naturale conseguenza del fatto che gli uomini sul fronte sono lontani dalle loro famiglie, che i soldati meritano un compenso alle loro fatiche e ai pericoli che corrono, un sollievo allo stress, e che, infine, è un modo “naturale” di dimostrare il loro coraggio e la loro virilità. Anche il fenomeno diffuso dei “bordelli di guerra” al seguito degli eserciti ne è una dimostrazione.

La violenza, spesso ci narrano le cronache, appartiene al maschio e sopportarla pare profilarsi come destino delle donne, ineluttabili vittime. Cosa blocca il superamento di siffatto stereotipo patriarcale?

Dici bene, secondo un noto e antico stereotipo patriarcale la violenza appartiene al maschio come corollario della sua forza, della sua potenza, e subirla è il destino delle donne, vittime e succubi. Ma esiste un continuum tra la violenza sessuale subita dalle donne in guerra e quella subita durante i periodi di pace, una violenza che si spinge fino al femminicidio, una piaga anche di questi nostri tristissimi giorni. E questo a causa dell’atavica cultura patriarcale ancora dominante, basata sulla inferiorità femminile e sulla sperequazione nelle possibilità sociali di riconoscimento e di realizzazione personale tra i generi. Il costante reiterarsi della violenza è determinato dal fatto che non si rimuovono le cause sottese al fenomeno. Infatti, rimuovere le diseguaglianze di genere significa anche combattere contro la persistente cultura dello stupro. Se non si rimuovono le cause di cui sopra, non ci potrà mai essere una sana ed equilibrata relazione tra i sessi basata sul reciproco rispetto delle diversità.

Ne “Le ciociare di Capizzi” lei rispolvera una delle pagine più nere dell’operazione “Husky”: le violenze fisiche e sessuali sulle donne di Capizzi da parte dei goumiers, truppe marocchine e nord-africane irregolari, autorizzate dai comandanti degli Alleati. Come ha condotto la sua ricerca e quali ostacoli ha incontrato nell’alzare il sipario su tali nefandezze?

Ho seguito il metodo che mi è consono, quello della storia orale e della ricerca sul campo, un metodo già sperimentato in altri lavori dove ho raccolto storie di vita raccontate “dal basso”; ho cercato la collaborazione e l’aiuto delle donne, in particolare delle socie FIDAPA,  con la loro presidente avvocata Melinda Calandra, e dei volontari di Capizzi perché le interviste che io ho coordinato non fossero condotte da elementi ritenuti estranei alla comunità. Ha collaborato al lavoro anche un appassionato di storia militare, puntuale conoscitore dei luoghi del teatro di guerra, il dottor Giuseppe Vivaldi. La caratteristica del nostro approccio alle angosciose storie di vita narrate si può riassumere nell’anonimato, nel rispetto dei tempi della memoria, nella cautela e insieme nell’empatèia verso le vittime e i discendenti familiari. Malgrado con il dottore Vivaldi siamo andati a Roma a consultare l’Archivio del Comando anglo-americano in Sicilia, non erano i documenti che ci interessavano, bensì il rapporto della comunità con la sua memoria e il recupero del rimosso al fine di una reale conciliazione col doloroso vissuto a 75 anni dai fatti, perché eventi di questo genere non si dimenticano malgrado gli anni trascorsi, e la memoria, anche sottaciuta, rimane un vulnus nel tessuto sociale della comunità che va al di là dell’esistenza in vita delle vittime e passa anche alle giovani generazioni. Volevamo che la comunità rielaborasse “pubblicamente” questa memoria, per questo abbiamo collaborato anche con l’associazionismo e le Istituzioni laiche e religiose. Malgrado la consegna del silenzio, non abbiamo riscontrato che sporadicamente il rifiuto al dialogo, anzi, abbiamo avvertito nei più il desiderio lungamente represso di aprirsi, raccontando magari come accaduti ad altri episodi dolorosi della propria famiglia. Abbiamo compreso e non abbiamo fatto forzature.

La comunità capitina è stata coinvolta nel suo studio? Quanto si è prestata al servizio della memoria e della cultura?

Mi piace definire il nostro come un lavoro corale, io sono solo la coordinatrice e la curatrice della ricerca. Questo è il libro della memoria non più rimossa e rielaborata di tutta la comunità. L’iniziale diffidenza di pochi è stata spontaneamente rimossa in corso d’opera, in quanto abbiamo instaurato con gli intervistati un rapporto fiduciario, che è stato possibile perché è stato chiaro a tutti che non cercavamo lo scandalo. E come sarebbe stato possibile se abbiamo raccolto ancora le lacrime di chi aveva assistito? Molti degli intervistatori erano i loro figli, i loro nipoti. Per tanti anni si scelse la rimozione e il silenzio anche perché la lingua non sarebbe stata capace di ridire l’atrocità del male. Tutti insieme abbiamo cercato le parole per la narrazione, abbiamo compiuto uno sforzo comune per riciclare il dolore e farne lievito di consapevolezza, giustizia e rinascita, come scrive la sociologa Maria Pia Fontana nel suo intervento contenuto nel libro stesso.

Le direttrici che segue sono storiche ed etno-antropologiche. Quali sforzi ha compiuto per evitare di rinfocolare l’odio,erigere una cortina di ferro verso l’Islam o verso la gente del Magreb?

Sotto il profilo etno-antropologico sulle diverse civiltà non si danno giudizi di valore. Sotto il profilo storico-politico, occorre dire che la comunità mi è parsa molto consapevole delle responsabilità e delle complicità del comando alleato che, avvisato prontamente e sin dalla prim’ora dei comportamenti aggressivi delle truppe di goumier verso le popolazioni civili che depredavano degli averi e le cui donne violentavano in gruppo, reagirono con un implicito invito a scannarsi tra loro: un regolamento di conti tra “selvaggi”, com’erano ritenuti dalla stessa propaganda anglo-americana i siciliani in genere e i montanari in particolare. La memoria registra anche la consapevolezza del fatto che fosse considerato necessario che il comando lasciasse liberi i Goumiers di fare a modo loro senza intervenire a porre freni o divieti, in caso contrario la loro resa militare, che si considerava necessaria in questi impervi luoghi di montagna, dove erano i soli capaci di muoversi con agilità, non sarebbe stata più quella attesa.

Inoltre, mi sono stati raccontati episodi di violenza sulle donne da parte dei tedeschi, sporadici, come il loro passaggio su questo villaggio sui Monti Nebrodi.

Ma mi piace concludere con le parole di Andrea Camilleri, che ha prefato la ristampa per la Sellerio, in occasione dei settant’ anni dell’operazione Husky, di un piccolo quaderno, intitolato Soldier’s guide to Sicily, che i soldati del comando alleato si portavano nello zaino durante l’operazione dello sbarco in Sicilia. Si tratta di un documento assai interessante per capire cosa gli Anglo-Americani, che non conoscevano l’Isola, si aspettassero di trovarvi e come si rapportassero con il nostro popolo. Sicché Camilleri, a buon diritto, afferma trattarsi di “una raccolta esemplare di stereotipi, luoghi comuni, conoscenze superficiali, omissioni vistose” e conclude: “Nella Guida, in filigrana, si può scorgere la malcelata valutazione, orgogliosa e colonialistica, che gli alti comandi alleati davano del loro compito. Che non era solo ed esclusivamente quello di combattere il nazifascismo ma anche di portare la loro idea di civiltà nei territori liberati, generalmente e genericamente considerati in stato di grande arretratezza. Ma Guerra e Civiltà sono parole di segno opposto. Metterle allora sullo stesso piano fu un errore soprattutto politico, errore dal quale pare che gli USA non si siano mai voluti emendare”.

Bene, se ce ne fosse stato ancora bisogno, il nostro lavoro rende testimonianza anche di questo.

Marinella Fiume,nata a Noto (Sr), laureatasi in Lettere (indirizzo classico) presso l’Università di Catania con una tesi di Letteratura italiana sotto la guida del prof. Carlo Muscetta, è dottore di ricerca in Lingua e Letteratura italiana; già docente di Lettere nei Licei, ha collaborato per un decennio in qualità di Supervisore con la “Scuola universitaria di specializzazione per l’insegnamento nelle Superiori” dell’Università di Catania.

È stata per due legislature Sindaco del Comune di Fiumefreddo di Sicilia, cittadina sulla costa jonico-etnea dove risiede.

È stata socia fondatrice e Presidente della Fidapa – Sezione di Fiumefreddo di Sicilia e dell’Associazione fiumefreddese antiracket e antiusura “Carlo Alberto Dalla Chiesa”. Già responsabile della Commissione Arte e Cultura della Fidapa – Distretto Sicilia, è Past-President del Soroptimist “Val di Noto” e socia della Società giarrese di Storia Patria e Cultura.

Ha pubblicato saggi, biografie, racconti, romanzi, canzoni.

Nel 2014 ha ricevuto il premio “Un amore di donna” intitolato alla memoria dell’artigiana giarrese Rosaria Nestorini alla quale ha dedicato il libro La sposa nel cuore; nel 2015 il premio “La tela di Penelope” nell’ambito dell’iniziativa del Festival NaxosLegge “Le donne non perdono il filo”; nel 2017 il premio “Aci e Galatea” ad Acireale e lo stesso anno è stata eletta dalla FIDAPA nazionale “Eccellenza d’Italia” per il suo impegno socio-culturale.

Tra le sue pubblicazioni: il saggio Sibilla arcana Mariannina Coffa (1841-1878), (2000, Premio “Franca Pieroni Bortolotti” della Società delle Storiche e del Comune di Firenze e Premio FIDAPA di Giardini Naxos “Rosa Balistreri”); i romanzi Celeste Aida Una storia siciliana (2008), Feudo del mare La stagione delle donne ( 2010); ha scritto alcune biografie per il Dizionario Italiane (a cura di E. Roccella e L. Scaraffia, Roma 2004) e curato il Dizionario biografico Siciliane (Siracusa 2006).

Tra le più recenti pubblicazioni: Aforismi per le donne toste (2012); Sicilia esoterica (2013, giunto alla sesta edizione); (con B. Iacono) Voglio il mio cielo – Lettere della poetessa Mariannina Coffa al precettore, ai familiari, agli amici (2014); Di madre in figlia – Vita di una guaritrice di campagna (2014); (con S. Mirabella) La felicità era forse il male minore – Dialogo sulla felicità (2016); La bolgia delle eretiche (2017, Premio “Città di Castiglione” 2018); Viaggio in Sicilia – Parole suoni visioni da un viaggio multisensoriale con DVD di Canzoni e Fotografie di Piero Romano (2017), i racconti Ammagatrìci (2019).

Ha indagato soprattutto l’universo femminile e i saperi tradizionali delle donne siciliane, sottraendole all’oblio della storia e restituendole alla luce. Ha studiato la Sicilia facendo riscoprire il suo ricchissimo universo simbolico e i suoi archetipi attraverso una contaminazione di conoscenze profonde, necessarie per la loro decodificazione. Di lei è stato scritto: “Max Weber e i suoi epigoni teorizzavano il disincantamento del mondo dovuto nella modernità allo sfruttamento dei calcoli e delle risorse tecniche. Marinella Fiume percorre un cammino inverso, procede al reincantamento del mondo, non per resuscitare la presunta primazia del pensiero selvaggio, ma per farci percepire di nuovo simboli e messaggi che il cristianesimo, la scienza, l’abitudine e l’indifferenza avevano reso muti e insignificanti” (Salvatore Scalia).

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