Il vuoto

Milano è una metropoli in miniatura. Lo si può capire facilmente di notte. Se c’è poco traffico, la si attraversa da nord a sud in meno di mezz’ora.” La cornice in cui si dipanano le vicende del protagonista del suo romanzo è Milano, di notte.

Cosa muta rispetto alla visione diurna? Cosa ha inteso mettere a fuoco?

È vero, la storia si svolge prevalentemente di notte e molte scene importanti hanno luogo ben dopo il tramonto, sebbene nel romanzo ci siano anche degli episodi diurni. È un modo di rafforzare il tema attorno a cui ruota il testo, ossia il vuoto vissuto e per certi versi scelto dal protagonista Mattia Ventura, vuoto inteso come distanza, come spazio di auto-esclusione dal flusso della vita lavorativa, di libertà, sia pure non sempre pacificata. La notte, dove il ritmo della vita rallenta, dove fa buio e l’illuminazione della città si fa artificiale e parziale, aiuta a rendere più evidente l’esperienza del vuoto, dell’interregno esistenziale in cui si trova il protagonista. E non è un caso a questo riguardo che una delle ambientazioni ricorrenti della storia sia lo stanzino dei custodi di un’autorimessa. Anche qui un luogo che suggerisce una distanza, una separazione.

Mattia Ventura è un giornalista, sfruttato e vessato, che a 36 anni sceglie di mollare il proprio impiego: un salto nel vuoto.

La precarietà economica, l’incertezza, quantunque ammortizzata da un sussidio, può essere foriera di libertà?

Nel romanzo cerco di raccontare l’ambivalenza della condizione che oggi vivono molte persone. Il rapporto con la realtà, che ci si trovi in uno stato di precarietà lavorativa o meno, ha probabilmente più a che fare con un grado di incertezza di quanto, almeno a livello di percezione, collettiva e individuale, avveniva qualche decennio fa. Si tratta di una condizione diffusa, che può riguardare sia il lavoro sia l’ambito delle relazioni. E se da un lato questa componente di impermanenza relativa può risultare critica e, in alcuni casi, generare disagio, dall’altro può essere un’occasione di desaturazione e di un rapporto più libero, o liberatorio, con la realtà. Mattia, lasciando un impiego da lui avvertito come opprimente e vessatorio, si trova a sperimentare un rapporto nuovo e più autentico con se stesso e con il tempo, e quindi, in questo senso, a godere di una forma inattesa di libertà.E, al di là di quella che può essere la condizione soggettiva di ciascuno, e spesso anche nel caso di persone con situazioni lavorative e relazionali relativamente stabili, credo che questa condizione ambivalente in cui coesistono incertezza e libertà, in forme e gradi diversi, sia una peculiarità di questi decenni, una chiave di lettura per l’epoca contemporanea.

Il suo romanzo presenta pagine oltremodo realistiche relative allo sfruttamento dei lavoratori:“offese e minacce striscianti”, “insulti e di varie forme di mobbing”, “critiche sferzanti e plateali fatte in pubblico”.

Ha desiderato compiere anche un atto di denuncia?

Tra i temi di “Il vuoto” c’è anche una forte critica al mondo del lavoro, a certe dinamiche di potere, più o meno manipolatorie, che si verificano in ambienti lavorativi anche molto diversi tra loro. In Italia, sui giornali e nel dibattito pubblico, si parla spesso di lavoro in termini quantitativi, sottolineando eventualmente carenze e deficit delle risorse. Sarebbe bene che se ne parlasse anche in un’altra ottica, sottolineando quanto sia importante una buona qualità delle relazioni umane sul lavoro, si tratti della redazione di un giornale o di un’autorimessa, per citare i contesti lavorativi rappresentati nel romanzo. Aver scelto la forma del romanzo per affrontare, insieme ad altre, la questione indica già che il mio obiettivo non è tanto quello della denuncia. Mi interessa mettere in evidenza alcuni aspetti, forse in ombra, del mondo del lavoro e aiutare far comprendere le logiche bipolari e distorte che stanno dietro determinati comportamenti, favorendo così riflessioni a mio avviso utili e opportune.

I rapporti umani che il protagonista tesse sono impastati di chiacchiere con gli avventori dei bar del quartiere, coi frequentatori del parcheggio in cui lascia l’auto, con una giovane squillo, coi genitori.

Si tratta di divertissements alla solitudine di Mattia, suoi confidenti estemporanei o sostanza della narrazione?

No, non si tratta di divertissements, ma della vita che Mattia si trova a sperimentare dopo aver lasciato il lavoro al giornale. Da un giorno all’altro ha molto più tempo libero e quando esce di casa gli capita di incontrare alcune delle persone che abitano nel suo quartiere. Tutti gli incontri che fa Mattia contribuiscono a mettere a fuoco, da punti di vista diversi, i temi centrali del romanzo, che indico sopra, e sono al tempo stesso realistici e simbolici, o emblematici, del rapporto, complesso e forse non esplorato a sufficienza, che nella società contemporanea si può avere con il lavoro o, forse più precisamente, con la possibilità, e la difficoltà, di integrarsi e di trovare un proprio spazio all’interno di un contesto organizzato. Richiamando soltanto alcuni dei personaggi del romanzo emergono situazioni ed esperienze differenti: Leonardo, un uomo di 75 anni con cui Mattia ha un rapporto di confidenza e amicizia, riesce a essere libero e quasi felice anche in un ambiente scomodo e a tratti violento come l’autorimessa, in virtù probabilmente della generosità e dell’energia vitale di cui dispone; Enrico, forse a causa di una sua peculiare fragilità psichica, non ha le forze per uscire dalla marginalità in cui vive, e nemmeno per accettarla, e così tende ad alienarsi e autodistruggersi attraverso l’abuso di bevande alcoliche; Vera, invece, fa la fotografa ed è vittima del suo desiderio di avere successo al punto da cadere in atteggiamenti verso il prossimo aggressivi e paranoici con cui di fatto maschera una debolezza sostanziale

La sua precedente produzione è in versi.

Può tracciare un profilo delle sue scelte narrative, individuando, laddove possibile, analogie e differenze?

Ho scritto “Il vuoto” quando ho capito che volevo raccontare una storia che dicesse alcune cose, quelle di cui parlo nelle risposte precedenti, ossia che affrontasse temi e argomenti alquanto definiti e individuati. Ecco, se c’è una differenza tra la mia scrittura poetica e quella in prosa, o narrativa, è questa. Nel caso del romanzo il tema, il che cosa, mi era piuttosto chiaro fin da subito, con un tratto quasi programmatico. In poesia il processo è, per certi versi, diverso, se non opposto. Sebbene le mie poesie abbiano spesso un andamento narrativo, nonché una direzione concettuale-filosofica, il tema preciso, il quid, molte volte emerge, almeno in parte, scrivendo. In poesia la definizione dei contenuti è, per così dire, meno a priori che nel romanzo, e segue una procedura intuitiva che risente molto della forma scelta per il testo. Dall’altra parte, in nessun caso, per quanto mi riguarda, conviene, né è possibile, prevedere del tutto gli esiti di un testo e lo dimostra il fatto che rileggendo “Il vuoto”, anche in relazione alle caratteristiche dei diversi personaggi, mi sono imbattuto in implicazioni, connessioni tematiche e sfumature di cui mentre scrivevo non ero pienamente consapevole.

Luca Vaglio lavora come giornalista, occupandosi di letteratura. “Il vuoto” è il suo primo romanzo. In precedenza ha pubblicato i libri di poesia “Il mondo nel cerchio di cinque metri” (Marco Saya Edizioni, 2018), “Milano dalle finestre dei bar” (Marco Saya Edizioni, 2013) e “La memoria della felicità” (Zona, 2008), il saggio-inchiesta “Cercando la poesia perduta” (Marco Saya Edizioni, 2016) e il racconto “In riva al Lario” (Lite Editions, 2013).Un suo racconto è presente nell’ebook, a cura di Filippo Tuena, “L’ultimo sesso al tempo della peste” (Neo Edizioni, 2020).

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