Corpo di pane

Il volume di poesie si scandisce in due sezioni, rispettivamente denominate Posologia del dolore e Posologia dell’amore.

Quali sono le differenze contenutistiche e le continuità?

In origine “Posologia del dolore” oltre che denominare la prima delle due parti in cui è suddivisa la raccolta, era anche il titolo generale della stessa, ma poi mi è sembrato che il nucleo dei versi fosse altrove: non nel dolore, bensì nel corpo. Amore e dolore sono spesso collegati, nel senso che non si negano a vicenda e possono coesistere o essere generati l’uno dall’altro. Il percorso che ho provato a tracciare e a rintracciare era quello di un passaggio, di una guarigione: come se il dolore potesse essere sanato dall’amore. Per quanto scritte in un tempo contiguo, la prima parte è frutto di una riflessione sul privato dolore del vivere quasi con inconsapevolezza. Una poesia a cui tengo molto (intitolata “07/06/1975: errore anagrafico”) cerca di comunicare il disagio del vivere senza potersi riconoscere come nati. Come se essere al mondo non costituisse prova certa dell’esistere. Nel descrivere il dolore, di cui parlo nei versi della prima parte (Posologia del dolore), ho tentato di trovare un antidoto, un farmaco al malessere personale: quindi una modalità d’approccio all’inquietudine di esser-ci. La seconda parte, invece (Posologia dell’amore), cerca le parole più esatte per riempire le pieghe, ricucire gli strappi di chi sembra essere poco abituato al sentimento. Si racconta un corpo addormentato che quasi si desta, si scuote e chiede l’accudimento di un impasto: come accade al pane che riposa tra il legno d’una panca e un panno umido di vita, eppure resta inquieto, in attesa delle mani.

Corpo di pane rinvia immediatamente a “Corpo di Cristo”.

Il suo è un poetare dialogico laico o intende imprimere una chiave di lettura religiosa ai suoi versi?

Il legame quasi automatico in realtà implica uno scardinamento dell’espressione eucaristica. Le mie poesie hanno un fondo completamente laico, come credo accada quando si tocchi la spiritualità più che la religiosità. Nei miei versi c’è il corpo, ma è una carnalità che ha il sacro dell’essere umani: il sacro di sentirsi creature imperfette ma ingiudicabili, se il giudizio non è mai innocente.

“Sono terremotata, io lesionata alle fondamenta”.

Il disagio che emerge è individuale o coglibile nell’esistenza stessa, nel solo fatto di essere al mondo?

Spesso ciò che è personale diventa universale nel momento stesso in cui lo si condivide come testimonianza di una condizione umana. A volte è come scavare nella propria terra e compiere una operazione di messa in luce, quasi una archeologia privata in cui, però, è facile riconoscersi, ritrovarsi, e alla fine scomparire.

Non ho nulla al mondo, a parte le parole” è una sua asserzione.

Quanto la parola ha un potere balsamico e curativo?

Per quanto riguarda me, il mio stare al mondo, credo che vivrei e sarei vissuta in modo molto differente se non avessi avuto le parole (nella maniera in cui ne dispone chi scrive). Scrivere è allo stesso tempo sottrazione e dilatazione di tempo; è la schizofrenia di accogliere altre vite nella propria e spesso, di conseguenza, è accettare di abitare una stanza piena di gente. Soprattutto è dire: questa vita non mi basta e divorarne ancora e ancora. Se avessi sete e mi trovassi in un’isola sperduta nell’oceano, probabilmente rimpiangerei di non avere adeguate conoscenze utili alla immediata sopravvivenza. È chiaro che nelle contingenze più comuni le parole non soccorrono, ma ho sempre pensato che chi le abbia praticate sviluppando anche una sorta di pazienza rispetto al loro negarsi, avrà più strumenti di difesa, più capacità di comprensione e deduzione, insomma più intelligenza rispetto a chi le abbia lungamente ignorate.

Ho avuto febbri e pesti e colera/senza che nessuno ne prendesse nota.”

Non ha temuto nel mostrare la sua nudità emotiva ed interiore rispetto alle sue strutture intellettuali?

Se si teme di denudarsi, più o meno dichiaratamente (la scrittura permette del resto infiniti nascondimenti) non credo si possa pensare di scrivere. È quasi impossibile farlo senza affrontare quel rischio. “Corpo di pane” – preludio al romanzo che uscirà nel 2021 – è nato anche dal desiderio di far convergere emotività e razionalità, istinto ed educazione.

Elisa Ruotolo con Nottetempo ha pubblicato nel 2010 il suo libro d’esordio, la raccolta di storie brevi Ho rubato la pioggia (Premio Renato Fucini e finalista al Premio Carlo Cocito; tradotto in Francia e Stati Uniti) e nel 2014 il suo primo romanzo Ovunque, proteggici (Selezione Premio Strega 2014 e finalista al Premio Internazionale Bottari Lattes Grinzane). Per Interno Poesia ha curato il volume Mia vita cara. Cento poesie d’amore e silenzio di Antonia Pozzi (2019). La sua ultima pubblicazione è Una grazia di cui disfarsi. Antonia Pozzi, il dono della vita alle parole (edizioni rueBallu, 2019).

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