Nel groviglio degli anni Ottanta

«Qui finiscono gli anni Ottanta». Ciò fu scritto durante il movimento della Pantera, nelle facoltà occupate.

Quale messaggio intesero veicolare le studentesse e gli studenti?

Più che un messaggio, si trattava di un auspicio. Gli anni Ottanta erano stati vissuti dalla parte della generazione che ancora si muoveva nell’orbita ideologica e sentimentale del Sessantotto come una terra di esilio, pesantemente segnata da sconfitte sul terreno sociale e culturale. C’era in quelle scritte, la speranza che il movimento degli studenti potesse rappresentare una sorta di ritorno a Itaca.

Gli anni Ottanta sono stati, certamente, leggeri, gaudenti ed effimeri con gli yuppies, i paninari, le finte bionde, ancorché attraversati da trasporti politici profondi che condussero alla caduta del Muro di Berlino ed a Piazza Tien an Men.

Quali sono stati gli entusiasmi in grado di plasmare quell’esperienza di rivolta collettiva?

Non c’è dubbio che il decennio che stiamo considerando, gli anni Ottanta, dal punto di vista geopolitico furono caratterizzati da una profonda ridefinizione dei rapporti internazionali. Sono da questo punto di vista all’apice di un movimento che comincia prima, forse già con il Sessantotto e che culmina con l’Ottantanove in Cina e in Europa. In questa cornice si aprono spazi nuovi all’esperienza giovanile. Le coordinate ideologiche ancora valide per la generazione dei fratelli maggiori, vanno sbiadendo. E con loro schemi interpretativi e attori storico-sociali. La stessa nozione di un attore storico-sociale perde di consistenza. Un mondo nuovo intanto prende lentamente forma. Si può usare una parola che oggi va per la maggiore: globalizzazione. Per quello che riguarda il nostro paese, sicuramente è in quegli anni che l’Italia comincia a farsi multietnica. I giovani di allora ne furono consapevoli? Per certi versi sì. La Pantera fu molto sensibile ad esempio al problema dell’immigrazione. Non credo in generale che avessimo una visione complessiva del riassetto in corso dei rapporti di forza mondiali. C’era però ancora una certa fiducia nella esplorabilità di questo mondo e molti dei conflitti imminenti non ancora esplosi assicuravano la praticabilità di rotte che poi sarebbero state chiuse. Si viaggiava con una certa fiducia. Un altro aspetto importante e che oggi sembra difficile riconoscere era che i giovani non erano così ossessionati dal lavoro. C’era ancora un certo spazio per essere giovani e basta. Lo studente, poi, non era ancora insidiato così da vicino dalla soffocante figura del suo rovescio, il lavoratore.

«Nascere troppo tardi». Chi è nato negli anni ‘80 è arrivato dopo il ruggente Sessantotto.

Qual scotto ha pagato chi ha perduto un appuntamento decisivo con la storia?

Il Sessantotto ha imposto uno schema molto potente di lettura dei movimenti sociali. Ogni fiato emesso dagli studenti diventava inevitabilmente un “rigurgito” del Sessantotto. Al tempo stesso niente poteva eguagliare ciò che era accaduto nell’ annus mirabilis per eccellenza. E dunque? Stretti dentro questo doppio vincolo ci siamo formati. Non era possibile scrollarselo di dosso, almeno per quelli della mia generazione che cercavano di definire le coordinate politiche e sentimentali della propria collocazione storica. Il nostro passaggio, se così posso esprimermi, è stato ricavato dentro questa strettoia che è stata psicologica prim’ancora che culturale o ideologica.

Nella letteratura, nella musica, nell’arte e nella politica, il suo testo, d’altronde, cita esempi elevati, cosa è rimasto degli anni Ottanta?

Non so se cito testi elevati. Sicuramente ho utilizzato alcuni materiali che a mio avviso permettono di ricostruire uno sfondo storico-culturale. Ho provato a fare di questi materiali altrettante fonti per una storia della generazione degli anni Ottanta. Cosa resta? Ogni epoca lavora con quello che riceve dal passato, e procede selezionando. Alcune cose si conservano altre vengono mandate al macero. Altre semplicemente dimenticate in attesa che qualcuno le riporti in auge. Non saprei dire. È un lavoro che faranno gli storici più giovani di me.

Può racchiudere gli anni Ottanta in una definizione e motivarla?

Le formule sono sempre fuorvianti. Avendo scritto un libro per smentirne alcune, eviterei di incorrere nello stesso errore. Dire che gli anni Ottanta non stanno dove la memoria dominante che hanno prodotto di sé spingerebbe a cercarli. Ma non è così di tutti gli oggetti di indagine storica? Semmai varrebbe la pena diffidare della memoria e considerare che storia e memoria non sono la stessa cosa, ma che stanno tra loro in un rapporto di tensione: la conoscenza nasce proprio da questa tensione (in altri tempi si sarebbe detto dialettica).

Adolfo Scotto di Luzio si è laureato in Storia contemporanea nell’Università Federico II con Aurelio Lepre. Ha conseguito il dottorato nel 1995. Si è occupato a lungo di storia del fascismo e, successivamente, di Storia delle istituzioni culturali e della scuola. Questi studi sono confluiti in un più recente indirizzo di studio organizzato intorno ad un progetto di ricerca sulla formazione della coscienza generazionale e sulla trasmissione della memoria in Italia. Tra le sue numerose pubblicazioni: La scuola che vorrei (Mondadori, 2013), Napoli dei molti tradimenti (il Mulino, 2008), La scuola degli italiani (il Mulino, 2007), Il liceo classico (il Mulino, 1999) L’appropriazione imperfetta. Editori, biblioteche e libri per ragazzi durante il fascismo (il Mulino, 1996).

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo di WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione /  Modifica )

Connessione a %s...