Svelare il Giappone

I flussi turistici verso il Giappone si ampliano incredibilmente, consentendo acquisizione di conoscenze reali ed effettive, tuttavia le sue isole conservano un’allure di oscurità ed irraggiungibilità.

Perché risulta un non luogo, aderendo, invece al mito?

Forse la lontananza di quelle isole, la loro virtuale irraggiungibilità, contribuisce alla fabbricazione di un’immagine. Nel costruire il progetto di questo mio libro “Svelare il Giappone”, volevo permettere al lettore di visitare idealmente il Giappone senza però sfatare quel mito, perché era importante conservare il senso magico di quel viaggio. Molti italiani entrano in contatto con il Giappone attraverso le immagini, i sapori, o le arti marziali, oppure intraprendono delle “vie” molto legate al Giappone tradizionale. Sono tutte ispirazioni che spingono all’immaginazione piuttosto che a una conoscenza reale delle cose. Ma questo atteggiamento non è nuovo, e io non lo giudico negativamente. Nell’800 orientalisti di chiara fama come Vittorio Pica, pur avendo pubblicato racconti ambientati nel Sol Levante, e diversi saggi sull’arte giapponese, si auto-condannavano a “non contemplare mai l’adorata spiaggia lontana che con gli occhi della fantasia”.

Chissà, scrive Pica nelle sue Nostalgie Artistiche, se il tanto desiato viaggio in Giappone non mi procurerebbe una dolorosa delusione. No, no, meglio sognare sempre il paese fatato Sol Levante e non andarci mai”.

Va detto che il carattere del popolo giapponese non aiuta. L’estrema attenzione prestata a non offendere l’interlocutore, una relativa timidezza nell’affermare una posizione contraria a quella che in quel momento sembra predominare, lasciano campo libero all’invenzione, all’esagerazione. Il risultato è che per molti, il paese del Sol Levante non è un luogo, è appunto un mito, a volte quasi irraggiungibile.

Lo straniero, il gaijin, può accostarsi al Giappone, mondo e popolo, attraverso due parole chiave: “honne” e “tatemae”.

Ce ne offre una definizione?

Honne e tatemae sono le due forme della personalità. Honne rappresenta quella più profonda, privata. Sono i sentimenti reali di una persona, ciò che essa prova davvero. Il tatemae invece potrebbe dirsi la facciata. E’ quel lato di sé che si mostra agli altri, a chi è al di fuori della famiglia per esempio, o dell’azienda. Quindi costituisce anche la propria posizione rispetto al contesto generale.

Ovviamente non è certo una peculiarità giapponese quella di distinguere ciò che si lascia trasparire all’esterno da ciò che al contrario si lascia dentro di sé. Però in Giappone questa formula assume le forme di una vera e propria convenzione. In fondo quella che può essere a volte percepita come una rigidità, una formalità eccessiva dei giapponesi, esercita anche una funzione sociale. Il tatemae facilita la vita in condizioni di sovrappopolamento, perché è frutto dell’adattamento, una qualità indispensabile per evitare che si creino conflitti tra le persone e le comunità.

“Visto dal cielo, il Giappone è sorprendente… il mare appare come uno sfondo lontano, un orizzonte tra il grigio e l’azzurro… la natura è sempre presente nella vita quotidiana giapponese, anche attraverso le figure degli ideogrammi…”.

Natura e vita quotidiana: quali sono i termini di questo legame ed in qual misura differiscono dal rapporto che stabilisce l’uomo occidentale?

Nel libro racconto come nelle città di asfalto, acciaio e cemento armato, la natura, pur rarefatta, è sempre presente e si trasforma, finendo per trovare rifugio nelle abitazioni. E’ una riduzione progressiva che avviene quasi magicamente, attraverso un procedimento che restringe le dimensioni, e passa innanzitutto per i giardini.

Ma questa riduzione si ripete fino ad arrivare alla singola stanza, dove stavolta la natura viene costretta ulteriormente, finendo per diventare composizione. Nella stanza tradizionale giapponese vi è un lato che nasce per essere osservato, la tokonoma. Lì è possibile ammirare un frammento di natura, un vaso, un arrangiamento, qualcosa che testimonia l’esistenza di qualcosa di vivo e di asimmetrico, di selvaggio e irragionevole rispetto a uno spazio altrimenti geometrico e razionale. Non è raro, entrando in un grande albergo, restare affascinati da un ikebana che da una parte emana grazia e bellezza, dall’altra continua a testimoniare che la natura selvaggia è giunta anche lì. E’ una natura anche pericolosa, che si trasforma in un attimo dai fiori di ciliegio alle scosse catastrofiche del terremoto.

Lo Scintoismo, intimamente congiunto alla storia del Giappone con il culto degli antenati e della natura) ed il Buddismo, con il culto del genere umano e di ogni essere vivente, sono solo due delle espressioni di una spiritualità ben più ampia ed articolata.

E’ possibile rintracciare linee comuni?

Il concetto di shintō, la “via degli dèi”, non è molto preciso. Non è una vera e propria religione, paragonabile al buddismo e ancora meno al cristianesimo e all’islam. Unisce tra loro culti di origini molto diverse, che includono animismo, sciamanismo, culti della fertilità, venerazione della natura, degli antenati e degli eroi. Nei jinja, i santuari, che sono oltre centomila in tutto il Giappone, vengono venerate una moltitudine di divinità, i kami, che sono diverse dai buddha e dai bodhisattva dei templi buddisti.

Ma sono pochi i giapponesi che, interrogati sulla loro adesione a una religione, si dichiareranno shintoisti. Lo shintō fa semplicemente parte del loro comportamento, dell’alternarsi delle stagioni dell’anno e delle stagioni della vita, è il risultato di un rapporto quotidiano tra gli uomini e le divinità. Il buddismo invece viene di norma dedicato ai momenti più difficili della vita, la sopportazione, la malattia, la morte. Se si volesse tracciare un parallelo con l’Europa, lo si potrebbe tracciare nella differenza di atteggiamento tra il sistema tradizionale ellenico o romano e le usanze “pagane”, rispetto invece al cristianesimo, religione importata, come in Giappone fu il buddismo.

I Giapponesi coltivano il senso d’appartenenza alla propria comunità, senza timore d’esser tacciati di xenofobia o nazionalismo.

Attualmente, quali sono le misure politiche adottate verso il fenomeno della migrazione tanto avvertito in Italia?

Il valore attribuito dall’individuo alla comunità nazionale è fondato sul sistema educativo. In Giappone la comunità non è una somma di individualità. E’ un corpo organico, il cui fine è il mantenimento dellarmonia. Non è spirito gregario. Il destino della nazione, se vogliamo chiamarlo così, è vissuto come un destino comunitario. Questa è una filosofia non esclusivamente giapponese, che si riscontra in Asia e in tutta l’area confuciana. Il principio che contrasta l’immigrazione clandestina è fondato prima di tutto sul rispetto delle regole. E’ semplicemente impensabile “pretendere” di avere accesso in Giappone. Ciò non significa che non si possa migrare in Giappone. Esistono programmi promossi dal governo con altri paesi asiatici per la formazione, dove vengono insegnate la lingua e la cultura giapponese, e solo una volta superate queste prove si viene chiamati a lavorare in Giappone. Limmigrazione clandestina è un crimine punito severamente. Basta superare la scadenza di un visto turistico per essere arrestati e rimpatriati. Il concetto chiave è che la legge va rispettata, e che chi non la rispetta mostra di fatto un comportamento aggressivo e prepotente nei confronti del Giappone e dei suoi cittadini.

Mario Vattani è nato a Parigi nel 1966 e ha studiato in Inghilterra. A ventitré anni ha iniziato la carriera diplomatica lavorando negli Stati Uniti, in Egitto, e soprattutto in Giappone, a Tōkyō, Kyōto e Osaka, dove è stato console generale. Appassionato della cultura del Sol Levante nelle sue più diverse forme, parla correntemente il giapponese e pratica il kendo. Ha scritto di Giappone e Asia per Il Foglio, Libero e altre testate nazionali. Ha pubblicato diversi romanzi: Doromizu. Acqua torbida (Mondadori, 2016), La via del Sol Levante (Idrovolante Edizioni, 2017) Al Tayar. La corrente (Mondadori, 2019).

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