Il corpo elettrico

Oggidì, il corpo messo al centro del dibattito nella società contemporanea è quello muliebre. Quali forze diverse ed in contrapposizione si combattono su questo campo?

Le due forze in lotta sono quelle del desiderio che viene dal corpo e quelle del potere, Foucault lo chiamerebbe biopolitico. E poiché è il corpo femminile quello che storicamente è stato ridotto solo alle sue funzioni, come se non potesse esistere di per sé ma solo per gli altri o per un fine diverso (per compiacere uno sguardo, per riprodursi, per essere sfruttato…), l’autodeterminazione del corpo diventa un ostacolo per la realizzazione di questi scopi. Per questo il corpo femminile è sempre normato, ingabbiato, regolamentato.

Lei traccia un percorso che parte dall’autocoscienza del corpo femminile ed arriva fino ai gender studies contemporanei. Quali concetti ha recuperato per adattarli al nuovo millennio?

Ho notato che è molto diffusa l’idea che il femminismo “di una volta” fosse diverso e più efficace rispetto a quello “moderno”. Mi interessava dimostrare come le pratiche del femminismo siano sempre le stesse sin dalle origini proprio perché il femminismo agisce in contesti diversi, ma è sempre lo stesso. A cambiare sono quindi gli strumenti. Ne Il corpo elettrico parlo di autocoscienza, self help, riposizionamento, pratiche che vengono associate al femminismo storico ma che sono vive ancora oggi.

Il corpo è l’inizio ed il limite di ogni nostra azione, primo confine dell’universo. Perchè “elettrico”?

Il titolo del libro è una citazione di una poesia di Walt Whitman, “Io canto il corpo elettrico”, una celebrazione della dimensione materiale e fisica del corpo, che è in perfetto equilibrio con l’anima, non le è in alcun modo inferiore. L’idea che corpo e anima non siano separati e che non ci sia una gerarchia fra le due cose è un concetto chiave del femminismo e trovavo che questa poesia – pur senza parlare di femminismo – la esprimesse perfettamente. In più l’aggettivo “elettrico” si rifà a un’immagine di potenza che richiama anche il desiderio, altro tema importantissimo che tratto nel mio libro.

Nel capitolo intitolato “Lo si diventa”, si parte dal Manifesto Transfemminista del 2001 di Emy Koyama e si racconta della seconda rivoluzione sessuale, quella che stiamo vivendo in questo momento. Può tradurre e spiegare la parola “Queer”?

Queer” è una parola che in italiano significa “strambo”. In inglese veniva usata come forma di insulto e denigrazione verso le persone gay, mentre oggi la comunità LGBTQ+ l’ha rivalutata rivendicandola positivamente. Questo termine è un termine ombrello che alcune persone della comunità usano per riferirsi a chi non è eterosessuale o cisgender (cioè chi non si identifica con il genere assegnato alla nascita).

Lei afferma che si è ritrovata più volte a pensare che “la donna perfetta è quella morta”. Cosa ha inteso asserire?

Nei miei articoli tratto spesso di violenza di genere e femminicidio e ho notato quanto spesso i media tendano a estetizzare le vittime, sempre che in vita si siano comportate come ci si aspetta da una donna “perbene”, altrimenti comincia il processo: cosa ha fatto per “meritarsi” di essere uccisa? L’immagine della donna morta è molto presente nella nostra cultura e nel nostro immaginario e, così come il nostro corpo viene sfruttato in vita, lo stesso accade quando siamo morte. Se ci pensiamo, moltissimi dei classici della nostra letteratura prendono avvio dalla morte di una donna, come se fosse scontato per una donna soffrire e dare la vita affinché l’eroe della storia, ovviamente maschile, possa compiere il suo destino.

Jennifer Guerra ha scritto per «Soft Revolution Zine», «Forbes» e «The Vision», dove dal 2018 lavora come redattrice. Per questa testata ha curato anche il podcast a tema femminista AntiCorpi.

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