I bambini spaccapietre. L’infanzia negata in Benin

Chi sono i bambini spaccapietre?

I bambini spaccapietre sono i bambini vittime di sfruttamento del lavoro minorile nell’industria edilizia. Nella zona collinare del Benin (piccolo paese dell’Africa occidentale), ci sono interi villaggi che si sostentano grazie alla pratica dello sfruttamento del lavoro minorile. I bambini spaccano le pietre che verranno vendute all’industriale edilizia, che le utilizzerà per la produzione del cemento armato.

Il suo è un reportage. Quali difficoltà ha incontrato nello svolgere un lavoro sul campo circa un tema delicato quale lo sfruttamento minorile nell’industria edilizia?

Le difficoltà sono state molteplici, come per ogni lavoro di approfondimento giornalistico che abbia a che fare con un certo tipo di dramma, ancor più se infantile. Ma, come per ogni lavoro di questo genere, c’è stato tutto un lavoro – anche lungo nel tempo – di cosiddetta pre-produzione. Già prima di partire, dall’Italia, sono entrata in contatto con i rappresentanti delle Ong che, sia dall’Italia che dal Benin, mi hanno poi accompagnato durante la mia permanenza in Benin. Questo mi ha permesso di organizzare e definire itinerari e interviste. Anche se poi molti aspetti ho deciso di approfondirli lì sul campo. Quando si ha a che fare con bambini, specie se segnati dal disagio – anche psicologico – di lavorare a quella tenera età, bisogna adottare il doppio delle cautele e tutele del normale. Ho lavorato senza mai abbandonare il sentimento dell’empatia, che tutti noi possediamo naturalmente e che dobbiamo far emergenze in simili circostanze. E mi sono affidata alle indicazioni dei beninesi che mi accompagnavano, e che chiaramente conoscevano rischi e pericoli.

Questo dramma si appressa a quello della Repubblica Democratica del Congo, dove i bambini vengono ingaggiati per calarsi negli stretti cunicoli delle miniere di koltan o di cobalto o a quello dei bambini impegnati a recuperare parti dei nostri rifiuti tecnologici a mani nude a Lagos o a quello dei bambini costretti a vivere sopra colline di plastica nelle bidonville del Kenia. Quale molla deve scattare per far sì che ci si mobiliti per mutare finalmente l’ordine delle cose?

La prima molla scatta nel sapere che realtà del genere esistono. La conoscenza è il primo passo per approdare alla consapevolezza. E sulla base di quella agire, fare la propria parte. Ognuno saprà farlo a suo modo, come crede e sente giusto. Io lo faccio raccontando, perché non solo è il mio mestiere, ma anche quello che amo fare.

Il libro di apre con un verso di Paul Celan “È tempo che la pietra accetti di fiorire / che l’affanno abbia un cuore che batte. È tempo che sia tempo / È tempo” Il dramma può avere anche il suono della poesia?

La poesia, che io pratico come lettrice da sempre e anche come autrice da qualche anno, è rappresentazione profonda della vita. Non è mai svincolata dall’esistenza, anzi la racconta. È dalla vita che la poesia nasce. Per questo ho deciso di aprire con i versi di Celan. Conosciamo Paul Celan come il poeta della Shoah. La sua poesia è una delle più espressive testimonianze in versi di una delle vicende più tragiche dell’umanità, avendo raccontato, perché vissuto direttamente, le deportazioni naziste durante la Seconda guerra mondiale. Raccontando della schiavitù – per quanto modernizzata – dei bambini spaccapietre del Benin, sentivo che i versi citati in esergo – peraltro molto aderenti per sostanza terminologica – fossero vicini alla presa di coscienza, per capire – racconto nell’introduzione al libro – che anche il “diverso” può essere volano per trascendere, e non tollerare, le differenze.

Le più radicate multinazionali, coinvolte nello sfruttamento dell’infanzia, appaiono essere le società cinesi, che si stabiliscono nel continente africano per condurre il loro business. Quali informazioni può offrirci circa la tutela dei diritti umani in Cina?

È una domanda a cui non posso rispondere con onestà intellettuale. La Cina è protagonista “marginale” nel mio racconto giornalistico. Io ho cercato di dare voce ai bambini, agli sfruttati del Benin. Non ho mai messo piede in Cina, né mai l’ho raccontata dal punto di vista giornalistico. Quello che posso dire è che, per quanto ci si trovi in un’economia globalizzata che non vieta alle multinazionali di radicarsi in un paese estero, esiste sempre una responsabilità – diretta o in solido – circa il proprio business. Qualsiasi realtà industriale ha il dovere di conoscere da dove proviene il proprio prodotto e rispettare l’etica del lavoro. Nessuno dovrebbe mai accettare che il proprio prodotto provenga da violazioni multiple dei diritti, nel caso di specie dell’infanzia. Tanto meno se queste violazioni si consumano in nome di un business economico.

Il suo libro è redatto in forma diaristica. Quali riverberi umani ha lasciato l’esperienza in Benin?

Il mio viaggio in Africa, nato da un “impegno” di natura professionale, in quanto mi sono recata in Benin per realizzare un video-reportage giornalistico, poi appunto diventato un libro, è stato una sorta di spartiacque. Sia dal punto di vista professionale, che umano. Dal punto di vista professionale, infatti, ho affinato la competenza nel campo del giornalismo narrativo, che non cavalca e utilizza la tragedia per urlare la notizia, ma “semplicemente” racconta, una narrazione dove il giornalista può e deve farsi da parte per dare voce a chi non ce l’ha. Ma è stata anche un’esperienza per ridefinire la scaletta di priorità esistenziale, avendo visto con occhi vivi la bruttura di un’umanità che sfrutta altra umanità. Un modo per capire che io non posso e non devo essere complice, anche se indiretta.

Felicia Buonomo, è nata a Desio (MB) nel 1980. Nel 2007 inizia la carriera giornalistica, occupandosi principalmente di diritti umani. Alcuni dei suoi video-reportage esteri sono stati trasmessi da Rai 3 e RaiNews24. È nella redazione di Osservatorio Diritti. Alcune sue poesie sono state pubblicate su riviste e blog letterari, quali La rosa in più, Atelier poesia, la Repubblica – Bottega della Poesia e altrove. Alcuni suoi versi sono apparti anche su riviste e blog letterari degli Stati Uniti, quali Our Verse Magazine, The Daily Drunk Mag e Unpublishable zine. Altri suoi testi poetici sono stati tradotti in spagnolo dal Centro Cultural Tina Modotti. Cura una rubrica dedicata alla poesia su “Book Advisor”. Pubblica il saggio “Pasolini profeta” (Mucchi Editore, 2011), il libro-reportage “I bambini spaccapietre. L’infanzia negata in Benin” (Aut Aut Edizioni, 2020) e la raccolta poetica “Cara catastrofe” (Miraggi Edizioni, 2020). Dirige la collana di poesia “Récit” per Aut Aut Edizioni.

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