L’ospite perfetta

I suoi testi paiono profilarsi come la caricaturale rifrazione, alternativa e non conformista, impertinente e dissacrante, delle opere poetiche consacrate dalla tradizione. Intende oltraggiare o esaltare le nostre radici liriche?

Questo mio lavoro non è provocatorio. Vuole essere un’evocazione delle origini: una specie di nostos. È una mappa letteraria, un viaggio nella tradizione per scovare con la forza della poesia e dei giganti del passato le aberrazioni e le lusinghe del presente. Sono testi poetici di forte struttura che chiedono a gran voce serietà al mondo attuale della poesia in lingua italiana.

Il periodo storico che attraversiamo è ambiguo, rasenta l’illogicità, incute avvilimento e suscita sconforto. A suo giudizio, merita dignità letteraria?

Non è la letteratura a dare patenti di logicità o di apprezzamento della storia e tantomeno del presente. Lo scrittore, il poeta, vive l’epoca che gli è data di vivere e se riesce a capire cosa sta facendo (nella dimestichezza e nel mistero della lingua nella quale scrive), trasmette con il suo lavoro la sua epoca a un’altra epoca futura. L’impegno creativo e il lusso della conoscenza sono oggi sempre più rari, ma è proprio sulla capacità di attraversare lo specchio, di andare oltre il riflesso della contemporaneità che si gioca il mio mestiere. “E come potevamo noi cantare”, scrive Quasimodo durante l’occupazione nazifascista di Milano. Eppure stava cantando.

Si racconta che i condannati in gruppo al forno crematorio andassero a morire mormorando, pregando, cantando. Non è forse dignitoso il canto della preghiera finale? Ogni epoca merita la sua letteratura. Questa disciplina che sembra sempre meno importante e sempre meno centrale nel mondo culturale, è al contrario uno dei fondamenti della nostra esistenza.

Lei ha scelto dalla storia della letteratura italiana otto famosi sonetti per adattarli in modo parodistico al tempo della pandemia. Qual è stato il criterio che ha adottato? A quali idee ha obbedito?

A marzo 2020 è cambiato tutto. Le rare volte che uscivo di casa per buttare l’immondizia mi trovavo in una città deserta. Se vi ricordate c’era un’atmosfera di irrealtà. E a me ronzava in testa “Solo et pensoso i più deserti campi” di Petrarca. È da lì che sono partito. Poi ho ripreso Cecco, e andando avanti ho avuto il piacere di rileggere e studiare tanta poesia della nostra storia letteraria. Gli otto sonetti di Angiolieri, Cavalcanti, Petrarca, Ariosto, Alfieri, Foscolo, Leopardi, Gozzano, sono il risultato di una scelta. Dopo tante letture e prove, ho lavorato con circa 12 sonetti e poi sono rimasti questi otto. Mi sono impegnato a riscriverli, rispettando il tono di origine e la forma stilistica, ma cambiando argomento. Ho parlato di coronavirus perché è un tema con cui dovremo fare i conti ancora per un po’ di tempo.

Cecco Angiolieri e il suo celebre S’i’ fosse foco arderei ’l mondo muta in S’i’ fosse virus invaderei lo mondo. Ci invita a leggere con un sentimento di distruzione ciò che non va?

No, la mia indole è costruttiva e non distruttiva. Tuttavia ritengo con Hobbes che l’uomo non sia buono per natura, e penso con Darwin che la morale e la giustizia non siano contemplate nel disegno sempre in-fieri dell’evoluzione. La scienza ci racconta che i virus sono sul pianeta Terra da oltre tre miliardi di anni; noi umani siamo arrivati circa 200mila anni fa. Solo questo dovrebbe farci pensare a quanto abbiamo da imparare dai virus in quanto a longevità di specie. Per ciò che mi riguarda, l’unica cosa che faccio è cercare di raccontare e comprendere meglio il mondo che ci sta intorno con la letteratura e cercare di offrire un ritmo, una musica alla poesia che renda respiro le parole.

Chi è l’ospite perfetta?

L’ospite perfetta è la poesia. Così come la specie umana è l’ospite perfetta del virus Sars-COV2, anche la poesia italiana della tradizione è l’ospite perfetta della mia contaminazione contemporanea.

Una menzione speciale serve per l’immagine di copertina che è dell’artista Cristina Gardumi: un disegno che è perfetto riferimento alla regina poesia che però con la corona ricorda il nome della famiglia del virus e con la faccia di uno scimpanzé ricorda le zoonosi da cui i virus passano dagli animali agli uomini.

ALESSANDRO AGOSTINELLI, scrittore, poeta e storico delle arti visive. Ha pubblicato i romanzi Da Vinci su tre ruote (2019), Benedetti da Parker (2017), La vita secca (2002); i saggi Una filosofia del cinema americano (2004), La Società del Giovanimento (2004), David Lynch e il Grande Fratello (2012), I comandamenti dei fratelli Coen (2010); Il diario di viaggio Honolulu Baby (2011). In Italia ha pubblicato le raccolte di poesie Numeri e Parole (Campanotto, 1997), Agosto e Temporali (ETS, 2000), Poesie della linea orange (ETS, 2008). E in Spagna En el rojo de Occidente (Olifante Ediciones, 2014). Ha scritto l’introduzione all’antologia Dieci poeti italiani contemporanei, pubblicata in Francia (Le bosquet-la barthe editions, 2018). Suoi testi narrativi e poetici sono apparsi su numerose riviste, come “Nuovi Argomenti”, “Smerilliana” e “ClanDestino”, e su altrettanti siti web; le poesie sono state tradotte in Spagna, Portogallo, Francia, Germania e Stati Uniti. Di recente è stato inserito nell’antologia Dal sottovuoto. Poesie assetate d’aria (a cura di M. Bianchi, Samuele Editore 2020). Dal 2000 cura la collana Poesia di Edizioni ETS. Fondatore e direttore del Festival del viaggio, ha lavorato a “Radio 24”, “RAI Radio Tre”, “L’Espresso” e “Lonely Planet”.

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