L’eredità dei vivi

«Non piangere.» E’ questo l’imperativo categorico a cui noi donne dobbiamo ubbidire?
No, certamente no. L’espressione delle emozioni è un diritto sacrosanto di chiunque, senza distinzione di genere. Questa è una frase che c’è nel mio romanzo, ma è riferita al momento in cui la protagonista deve raccogliere tutte le energie che ha per fare fronte a un’imprevista tragedia: il figlio nato da poco, infatti, è diventato disabile a causa di un errore sanitario. Insieme alle lacrime, allora, c’è da inventarsi una soluzione per rimanere vivi e per dare un senso all’esistenza. È il primo giorno di scuola dell’altra sua figlia, molti dei compagni della bambina hanno pianto, e la madre le dice «Hanno pianto perché sono scemi». Il primo giorno di scuola è il giorno dell’ingresso in una nuova fase della vita, è un momento di felicità. Perché mai – si domanda la protagonista, le cui lacrime hanno tutto un altro senso – si potrebbe mai presentare la necessità di piangere? Quello che la figlia capisce, però, è che il suo dovere di bambina è non appesantire di un solo grammo il dolore della madre.
L’Italia ancora stordita dalla guerra negli anni Cinquanta, quella euforica dei Sessanta, quella turbinosa dei Settanta, quella privatizzata degli Ottanta, quella svuotata dei Novanta. Il suo è un romanzo politico, laddove per politica s’intende lotta da combattere per attraversare i cambiamenti, per affermare i propri diritti, per avere la vita che si desidera. Ebbene, i corpi sono politici?
I corpi sono il luogo in cui si materializzano le conseguenze delle decisioni politiche. Credo che il Covid ne sia un esempio estremo. Nel caso della disabilità, poi, il corpo si rende immediatamente visibile come un corpo ‘diverso’, e chiede per ciò stesso una risposta di tipo sociale. Che faccio, quando vedo un corpo disabile? Lo ignoro? Lo guardo? Lo tocco? Gli parlo? E con quale voce, quale ritmo? I corpi interrogano noi come frammenti di società, e chiedono – tutti i corpi – risposte alla politica. Non solo: la politica non è soltanto una questione di raziocinio, di cervello. È anche – se non soprattutto – una nostra risposta alle sollecitazioni che i sentimenti e i corpi delle persone che hanno segnato la nostra esistenza ci hanno mosso. La politica ha a che vedere con l’amore, intendo: con il calore dei corpi che con il loro calore e i loro abbracci hanno dato al mondo la forma che adesso noi al mondo assegniamo.
Vige tutt’oggi un modo ‘proporzionale’ di intendere la politica: chiunque può portare la sua specificità, mediare con gli altri, concentrarsi su obiettivi credibilmente perseguibili?
Non direi. Il principio regolatore della vita civile – a me sembra – è oggi quello per così dire ‘maggioritario’, quello secondo cui c’è chi vince e si prende tutto, e c’è chi perde. Il leaderismo, il bisogno di figure autoritarie, di zar che agiscano da plenipotenziari, mi pare evidente. La politica non è il luogo in cui si realizza la mediazione di istanze collettive, ma il posto in cui si realizza la vittoria di frammenti di mondo privatizzati su altri frammenti di mondo ugualmente privatizzati: tutto è ridotto alla dimensione privatistica, a cominciare dall’individuazione dei ‘colpevoli’ del contagio del Covid per finire al desiderio di togliere i diritti a chi li ha, in nime di un senso di uguaglianza livellato al basso, all’assenza o alla riduzione dei diritti degli altri. È dalla mediazione che il sistema proporzionale rende necessaria che l’Italia ha ricevuto alcune delle due leggi fondamentali come il nuovo diritto di famiglia, o la legge sul divorzio e quella sull’aborto. Per spiegarmi diversamente, il maggioritario è la declinazione politica della pretesa di utilizzare un ipotetico divieto di divorzio allo scopo di mantenere in piedi i matrimoni che non funzionano; privilegia il mito della ‘governabilità’ a scapito della rappresentanza; pretende di realizzare la stabilità di ciò che non è necessariamente bene che sia stabile.
I partiti sono morti; morta è la supremazia della rappresentanza sulla ‘governabilità’. Ebbene, ritiene che la somma di comportamenti individuali commendevoli possa produrre rivoluzioni politiche?
No, assolutamente. La somma di comportamenti individuali commendevoli produce solo la convinzione titanica, volontaristica e malata che chiunque, da solo, è in grado di cambiare il mondo, solo che lo voglia, e tende per questo a produrre come conseguenza la colpevolizzazione dei comportamenti individuali invece che l’esame delle cause sistemiche e la promozione di risposte sistemiche. In altre parole, è un altro risvolto della privatizzazione della sfera pubblica.
La disabilità è uno dei temi trattati nel suo libro. C’è spazio, nell’agorà, per i duepercenti?
Forse è meglio che io chiarisca prima cosa intendo con la parola “duepercenti”. I “duepercenti” sono coloro che, in ragione del loro non essere rappresentati politicamente, semplicemente smettono di avere un’esistenza socialmente visibile. È il corrispettivo dei piccoli partiti storici (ma mi verrebbe da dire ‘ideologici’) che, quando – un tempo – erano presenti in Parlamento, potevano essere parte del processo di cambiamento del Paese.

Federica Sgaggio vive tra Verona, dove è cresciuta e dove ha lavorato come giornalista, e Galway, in Irlanda, dove studia letteratura inglese. Ha pubblicato i romanzi Due colonne taglio basso (Sironi 2008) e L’avvocato G. (Intermezzi 2016), e il saggio Il paese dei buoni e dei cattivi. Perché il giornalismo, invece di informarci, ci dice da che parte stare (minimum fax 2011). Nel 2015 ha curato con Catherine Dunne la raccolta italo-irlandese Tra una vita e l’altra (Guanda; uscito con il titolo Lost Between: Writings on Displacement per New Island Books).

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