Milano sconosciuta

Perché ritiene che Milano sia una città nascosta?

Ci sono almeno due motivi per cui mi piace definire Milano una città nascosta. Per prima cosa, Milano tende fisiologicamente a nascondere le sue attrattive, la sua bellezza. Basti pensare ai tesori architettonici e artistici che i suoi palazzi nascondono, rimanendo spesso invisibili: dagli splendidi cortili fino alle sale affrescate da un Tiepolo gelosamente custoditi da portoni sempre chiusi, e da proprietà che solo negli ultimi anni hanno incominciato ad aprire le porte ai visitatori. L’altro aspetto che fa di Milano una città nascosta è quello della duplice “violenza” che il capoluogo lombardo ha subito in due fasi della sua storia: i pesantissimi interventi di riassetto urbano e i terribili bombardamenti della Seconda Guerra Mondiale. Il volto della metropoli amata da Stendhal è stato profondamente cambiato, e frammenti – spesso splendidi – del sul patrimonio sono stati inglobati, trasformati, e “dispersi”. Faccio due esempi. Uno è quello del Lazzaretto di manzoniana memoria – di cui sopravvivono due brandelli – distrutto dalla speculazione edilizia, e gli splendidi affreschi quattrocenteschi della chiesa di San Bernardino alle Monache, uno dei tanti esempi di una Milano reclusa e negata al pubblico.

Milano nell’arco di decenni ha veduto celate le sue magnificenze, i lati più ammalianti, le bizzarrie e le irregolarità. Ravvede un intento programmatico con responsabilità individuabili?

Se dobbiamo usare il termine “programmatico” possiamo farlo in riferimento a un tratto “culturale” che ha sempre distinto gli amministratori e gli uomini che hanno fatto la storia di Milano, che considero la città più “americana” d’Italia. Voglio dire che qui è sempre prevalsa l’abitudine del distruggi e ricostruisci, un po’ come nelle grandi città americane. Palazzi, chiese, conventi, monumenti sono stati tranquillamente demoliti per fare spazio a nuove strade, a nuovi edifici, a enormi parcheggi sotterranei, in barba a qualsiasi forma di conservazione dell’identità architettonica. Una sorta di febbre edificatoria, un’incessante spinta modernizzante che non ha mai tenuto conto delle radici e, quindi, dell’aspetto più bello e affascinante di questa città.

Lei parte dalla forma della città, tracciata dai suoi fondatori, per esplorare il centro storico, il Ticinese e Porta Venezia, quindi la Milano sotto terra e quella dell’acqua, senza ignorare quella letteraria. Perché ritiene necessario adottare uno “sguardo obliquo” ed allontanarsi dalle rotaie del tram che pur vengono percorse quotidianamente dai più?

Le traiettorie urbane, i percorsi abituali, le linee che uniscono l’abitazione ai luoghi di lavoro e ai luoghi di consumo, tendono a condizionare lo sguardo e la percezione stessa della città. Queste “abitudini” sono le più nocive per uno sguardo che voglia essere in grado di cogliere più profondamente qualcosa. L’obliquità dello sguardo, allora, serve non solo ad aprire davvero gli occhi, ma anche a sfuggire a uno sguardo precostituito che poi è quello turistico, quello che in poche parole ha già strutturato per noi una sequenza di luoghi, un percorso e una visione. È quello che, fatalmente, ci conduce da Piazza del Duomo al Castello Sforzesco.

Lei afferma: “Il tessuto urbano di ogni città nasconde alcune discontinuità, non tanto nella sequenza storico-architettonica, che è espressione logica quanto naturale di un luogo che si trasforma nel corso dei secoli, quanto nella presenza improvvisa di veri e propri relitti, di oggetti architettonici del tutto avulsi rispetto al panorama che li circonda o ammantati di storie fuori dal normale”. Può offrirci qualche esempio?

Milano è il luogo ideale in cui imbattersi in quelli che chiamo “Oggetti architettonici non identificati”. Sono quegli edifici, in alcuni casi anche le parti rimanenti di costruzioni più antiche (ma non solo), che sbucano fuori nel tessuto urbano in stridente contrasto con quanto li circonda. Ad esempio, a pochi passi dalla Stazione Centrale, tra palazzi e cancellate, è possibile scorgere un’antica cappella con annesso porticato, in stile bramantesco, che reca ancora segni di affreschi. È quanto rimane della cosiddetta Cascina Pozzobonelli, residenza quattrocentesca di Gian Giacomo Pozzobonelli, demolita tra la fine dell’800, per aprire una nuova strada, e il 1907, anno di inizio dei lavori per la costruzione della nuova Stazione Centrale. Tutt’intorno, nulla rimanda a quella chiesetta, è un trionfo di edilizia ottocentesca e novecentesca, che culmina nell’immane altare ferroviario della Stazione Centrale, voluta dal regime fascista.

Le ultime pagine del suo libro sono dedicate ad alcuni abitanti di Milano. Nascosta dietro ad ogni individuo c’è la sua storia personale, c’è un fato che, talvolta, incrocia i marciapiedi e le vie della città. Chi sono sono Ludovico e Manfredo Settala?

Ludovico Settala era un medico, importante protofisico coinvolto nella lotta all’epidemia di peste del 1630. Lasciò in eredità al figlio la sua collezione, che Manfredo ingrandì enormemente con centinaia di reperti naturalistici, archeologici ed etnografici, ma anche con “curiosità” e attrezzature scientifiche di ogni genere, fino a dare corpo al Museo Settala, che comprendeva oltre tremila pezzi. Manfredo era uno scienziato, uno sperimentatore e un inventore, progettava strumenti ottici, e fu ribattezzato l’Archimede del nostro secolo. In parte Ludovico, ma soprattutto Manfredo Settala, rappresentano ai miei occhi la curiosità e la fascinazione enciclopedica che trova forma nell’atto di collezionare. Manfredo diede vita a una prodigiosa wunderkammer, una camera delle meraviglie, di cui oggi è ancora visibile, tra l’altro, il famoso diavolo meccanico. È quanto di più in contrasto con la tendenza mercantile e produttiva propria di Milano, e l’espressione di una Milano che, nei secoli scorsi, ha anche amato collezionare arte, a partire dalla famiglia Borromeo, che realizzò nel proprio palazzo una delle prime raccolte d’arte della storia meneghina.

Paolo Melissi è direttore della rivista Satisfiction. Ha collaborato con Avvenimenti, Diario, Pickwick, Corriere.it, curando per Sul Romanzo una rubrica dedicata a letteratura e camminare. È il “fondatore” del Kommando McDonald’s, gruppo aperto di esploratori urbani. Ha fatto parte di Ibridamenti, progetto collettivo di indagine e studio dei blog organizzato dall’Università Cà Foscari di Venezia, occupandosi di scrittura in rete e partecipando alla pubblicazione di due volumi: Pratiche collaborative in rete e Dai blog ai social network. Arti della connessione virtuale. Ha pubblicato Metro Milano. Manuale per conquistare una città (Historica Edizioni, 2010), Milano senza vie di mezzo (Pendragon, 2010), Milano sconosciuta (Historica). È ideatore e organizzatore della manifestazione culturale “Passeggiate d’Autore” a Milano e, poi, anche a Roma e Como.

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