Benvenuti nel Pornocene

Il porno 2.0 è uno dei prodotti più peculiari del tecnocapitalismo ipermediale. Quali sono le sue caratteristiche?

Credo che il porno esista praticamente da sempre, da quando cioè il primo mattacchione del neolitico, invece di dipingere simboli religiosi sul fondo della propria caverna, ha ben pensato di immortalare un enorme fallo. E, per inciso, non è detto che le due cose si escludano, se consideriamo il fatto che la sessualità è stata immediatamente percepita come sacra, numinosa, a motivo della sua prossimità con il mistero della fecondità e la sorgente primigenia della vita. Ma non dobbiamo ingannarci, perché già questa valutazione, se applicata al presente storico, si rivelerebbe imprecisa e scorretta, considerando che oggi la sessualità è perlopiù desacralizzata – esito di un lungo processo di secolarizzazione ancora in corso. Dico questo perché ritengo che parlare in modo astratto, astorico di pornografia equivalga a imboccare una strada senza uscita, condannandoci a non capire nulla. La diffusione, la percezione dei valori o disvalori delle immagini, dei prodotti e delle pratiche pornografiche sono tutte questioni connesse al contesto e al medium (nel nostro caso ai media). Io distinguerei una “proto-pornografia”, ovvero la diffusione di stampe, romanzi con contenuti e linguaggio esplicito, che in fondo sono sempre girati, dalla pornografia post-rivoluzione video. Quindi la fotografia, il cinema, la televisione, per poi arrivare negli anni ottanta del Novecento alle videocassette, alle prime telecamere, ai DVD e ovviamente alla rivoluzione delle rivoluzioni: il world wide web. Ma ancora di più, e qui approdiamo alla nostra attuale condizione, il web 2.0, che dischiude il porn 2.0. Queste innovazioni tecniche costringono il pornologo a contestualizzare il proprio oggetto: egli deve, in parole povere, storicizzare il fenomeno. Nel libro mi occupo del porno 2.0 online (in particolare quello gratuito). Quali e quanti sono gli elementi che dobbiamo considerare per poterne parlare con cognizione di causa, senza incorrere in futili generalizzazioni? A mio avviso, almeno sei. Il capitalismo avanzato a-morale, orientato cioè alla massimizzazione dei profitti; la mercificazione globale di tutto e di tutti; la digitalizzazione capillare, che garantisce la pervasività di contenuti anche pornografici; la costante esposizione sulla scena pubblica di ogni aspetto della vita, la “talentizzazione” dell’agire anche privato; la liquidità-precarietà esistenziale; la dissoluzione dei confini tra reale e virtuale, online e offline (L. Floridi parla di onlife, la costituzione cioè di un ambiente ibrido).

Google, Amazon e Facebook, costituiscono servizi che stanno lentamente ed efficacemente trasformando le nostre esistenze. L’interazione costante con tali dispositivi sta provocando una metamorfosi antropologica?

Io credo di sì. E aggiungo che lo stesso potere trasformativo lo possiedono dispositivi come YouPorn, PornHub e altre piattaforme che distribuiscono pornografia anche gratuitamente. Si tratta di servizi che siamo abituati a leggere e interpretare in primo luogo con le lenti dell’economia e della tecnologia, ma forse dovremmo iniziare a sollevare questioni differenti, puntando a farne emergere il risvolto antropologico. Un amico filosofo, Salvatore Patriarca, ha sviluppato delle interessanti riflessioni in proposito ne Il digitale quotidiano. Così si trasforma l’essere umano. Nel suo saggio l’autore illustra le caratteristiche di questa “triade tecnologica”, evidenziandone i dinamismi. Google ha radicalmente trasformato il nostro rapporto con il sapere: “googlare” è ormai sinonimo di accesso a un sapere immediato e virtualmente totale. Un sapere disintermediato, poiché la conoscenza avviene fuori e a prescindere da comunità educative e formative; un sapere delocalizzato, che avviene dove e quando desidero. Non serve andare in biblioteca, attendere l’ora di lezione, acquistare un quotidiano. Un sapere certo, poiché al cercare corrisponde sempre un trovare. Insomma, è tutto qui, è sempre qui, a mia disposizione. L’impatto sulla coscienza del sé identitario e conoscitivo sono enormi, e ancora tutte da comprendere e valutare. Lo stesso avviene con la memoria. Il cloud, smaterializzando i contenuti, implica la possibilità almeno potenziale di archiviare tutto, assecondando il sogno-delirio di “eternizzare” ogni singolo momento della nostra vita. Per quanto riguarda Amazon, assistiamo invece a uno spostamento del rapporto del sé con l’oggetto, passando dal piano dell’immediatezza – presenza puntuale e spazializzata – al piano della mediazione, virando dal reale al virtuale. Tale processo, lungi dal privare o dall’allontanare il potenziale acquirente dal suo possesso, moltiplica a dismisura la possibilità di farlo proprio, anticipandone l’esperienza tramite la visualizzazione, la comparazione con altri oggetti, la valutazione del prezzo e la lettura di recensioni che ne garantiscono e confermano qualità e desiderabilità. Anche qui, le conseguenze sono enormi e non credo che siamo ancora in grado di intenderne l’entità.

Le identità dei soggetti, le metamorfosi relazionali, la percezione della corporeità, l’investimento dei desideri e le pratiche sociali in qual misura sono condizionati dalla  pornografia online?

Moltissimo, è inevitabile. Nella misura in cui la fruizione di pornografia diventa pratica quotidiana, ecco che si formano degli habitus comportamentali che a lungo andare incidono inevitabilmente sulle nostre esistenze. Questo non è tanto un giudizio morale, quanto la descrizione neutrale di un dato di fatto, mi pare, difficilmente contestabile. Ciò che facciamo “ci fa”, si tratti di vizi o virtù, poco importa; già Aristotele aveva fissato i termini della questione etica, che non deve anzitutto accendere in noi echi moralistici o valutativi, quanto lasciar spazio all’evidenza per cui l’agire umano, contestuale ed educabile, si modifica – e ci modifica – anzitutto tramite la reiterazione di pratiche che nel tempo si sedimentano e generano quella famosa “seconda natura” che lo studioso di morale non può trascurare per orientarsi nelle sue riflessioni. Soffermiamoci in particolare sulla questione dell’identità “pornografica” e la sua modellazione. Dall’io solido e compatto della modernità siamo velocemente passati a un io post-moderno caratterizzato da un’identità sfaccettata, sfilacciata, ibrida, negoziabile e complessa. È quello che nel libro definisco come il passaggio dall’individuo al “multidividuo”. Oggi non sono più vincolato anzitutto al mio ruolo sociale, al lavoro, alle condizioni materiali o alle possibilità economiche: “Chi sono io?” è una questione sempre più connessa a ciò che scelgo di essere, rispetto a ciò che mi viene imposto. Siamo tutti implicati in un perpetuo gioco identitario, un “multitasking del sé” che, come già accennavo nella risposta precedente, è innescato e favorito da dispositivi come Google, Amazon, Facebook. Ora, in tutto questo il porno online gioca un ruolo fondamentale. Il porno 2.0 può essere inteso come lo “spazio relazionale” all’interno del quale l’utente, cliccando, sperimentando, consumando e facendosi consumare, configura e riconfigura se stesso, costruendo e decostruendo un’identità che però rimane fluida, negoziabile, in fieri: a questo proposito parlo di bricolage o “customizzazione” esistenziale. Diventiamo così prosumer, come avviene nel caso del porno amatoriale, sorta di YouTube a luci rosse.

Sex robot e food porn, Black Mirror e Myss Keta, Lady Gaga e Rick e Morty, YouTubo Anche Io e la Madonna di Medjugorie dialogano con Baudrillard, Pasolini, Heidegger e Foucault. Ci fornisce una mappa per orientarci nelle affollate strade del neonato Pornocene?

Il dibattito sulla pornografia è stato avvelenato per decenni da aspre diatribe, feroci battaglie combattute all’ultimo sangue tra fautori del porno e suoi implacabili censori. Da una parte della barricata si è fatto riferimento a libertà personale, diritti individuali e democrazia, liberazione dei corpi ed emancipazione delle coscienze da universi valoriali imposti da chiese e regimi, per cui ognuno sarebbe finalmente libero di vivere la propria sessualità come meglio ritiene, consumando materiale hard-core o, se crede, partecipando attivamente alla produzione dello stesso – per la verità tale distinzione è ormai superata: siamo ormai nella logica del “prosumer”. Dall’altra si è denunciata la mercificazione dei corpi, la degradazione dei soggetti e in particolare delle donne, ridotte a strumenti inerti in balìa di perfidi produttori e laidi consumatori. Questo approccio “da stadio” non ha certo favorito la comprensione dei termini della questione: figuriamoci se ha posto le basi per costruire una mappa in grado di orientarci in questo universo così intricato, polivalente, ambiguo e affascinante! Anche io, a dire il vero, non credo di possedere particolari mappe da fornire ai lettori. Mi sento però di suggerire l’utilizzo di una sorta di filo di Arianna. Filo che non ha a che fare con i contenuti quanto, piuttosto, con il metodo di ricerca. Mi riferisco a un atteggiamento con il quale credo sia indispensabile porsi rispetto alla pornografia e a qualsiasi altro fatto di questo mondo, nella misura in cui si intende comprenderlo per abitarlo, in loco di giudicarlo al fine di condannarlo senza appello. Per me, la chiave interpretativa con cui leggere il porno è quella che fa riferimento al paradigma del fenomeno culturale piuttosto che del problema sociale. Fenomeno culturale che chiede anzitutto di essere letto, esaminato, compreso. Convocato, per così dire, sulla scena della riflessione così com’è necessario fare se intendiamo capire qualcosa circa altri – non meno problematici e affascinanti – fenomeni peculiari del nostro Occidente del benessere e dei consumi.

Il porno 2.0 può porsi pone come chiave d’accesso privilegiata per intendere il passaggio d’epoca in cui siamo immersi?

Credo proprio di sì.La società pornografica o, per spararla ancora più grossa così come da titolo del libro, l’epoca del Pornocene è strutturata secondo la logica dell’All you can, che mi sembra una sintesi azzeccata della nostra attuale situazione. All you can eat. Come nei ristoranti giapponesi dove con dodici euro a pranzo e venti a cena puoi ordinare tutto ciò che desideri, riempendoti senza ritegno di sushi, sashimi, ogni sorta di cose. All you can see. Come nei musei pieni zeppi di opere d’arte sulle quali il nostro occhio avido di passare al prossimo immortale capolavoro indugia non più di due-tre secondi per volta. Indigestione di bellezza: una contraddizione in termini! Allyou can fit, come nelle palestre dove con poche decine di euro al mese hai a disposizione sala attrezzi, piscina e zona termale. Per approdare, infine, a un festoso All you can fuck. La promessa definitiva è insomma quella di una sorta di All inclusive esistenziale, delirante condizione che richiama la calda sicurezza, la fusionale pienezza del grembo materno che, tuttavia, non può durare per sempre. E come pare sempre più evidente, i confini e i limiti che strutturano la nostra esperienza non sono ben accetti: è questo uno degli insegnamenti più significativi della società pornografica, che si rivela infine come uno sfavillante paese dei balocchi dove possiamo godere di tutto e di tutti… entro certi confini stabiliti. Non prescritti e imposti da chiese, dittatori, tiranni o divinità malvagie, quanto, più semplicemente e forse in modo più inquietante, dalle leggi del mercato globale. E così mi sembra di poter dire che il Lucignolo di Collodi è una figura fondamentale del nostro tempo. Si tratta tuttavia di un “Lucignolo irregimentato”, un finto rivoluzionario, che sa quando è il momento di attivare in solitudine la modalità paese dei balocchi, in una forma fondamentalmente passiva, non creativa, solipsistica. Avanti, verso una nuova avvincente sessione di All you can! Le compilation di cumshots della pornografia online, in particolare le eiaculazioni facciali, sono illuminante emblema dell’aycf e possibile, inquietante risvolto di un certo sguardo complessivo sul mondo che ci proietta verso un futuro che è già, in un certo senso, la stoffa del nostro presente. Le compilation in generale sono esemplificative della puntualità decontestualizzata con cui siamo educati a fruire degli altri, degli oggetti, del mondo. Voglio proprio quella cosa lì e ne voglio tanta. Se mi è permesso concludere con un ultimo spunto, vorrei sbilanciarmi dicendo che, a mio avviso, il dispositivo all you can fuck si rivela, in ultimo, fallimentare perché edificato su un grave errore di fondo: la confusione tra qualità e quantità, eccedenza ed eccesso, innumerabile e innumerevole, bisogno e desiderio. Così, si apre la domanda circa un diverso possibile atteggiamento nei confronti di noi stessi, degli altri, del mondo.

Davide Navarriaè insegnante di storia e filosofia presso la Fondazione V. Grossman. Ha approfondito e si occupa di società dei consumi e new media, antropologia dei social network e pornografia, cinema horror e serie tv. Nel 2014 consegue un Dottorato di Ricerca in Antropologia religiosa presso l’Università Cattolica del Sacro Cuore di Milano. I suoi interessi vertono sulla questione del sacro, del religioso e del simbolico, con particolare riferimento alla società dei consumi e ai fenomeni culturali a essa connessi. Tra le sue pubblicazioni ricordiamo La scena chiusa. L’idolo come pervertimento del dramma umano, in M. Doni (a cura di), Disgusto e desiderio. Enciclopedia dell’osceno (Milano 2015); Il sapore del sangue. La serietà dell’orrore, in N. Gruppi, G. Giannini (a cura di), Buffy e i suoi fratelli. Adolescenti, Mito e Fantastico nei Nuovi Media (Reggio Calabria 2019). Per Mimesis ha pubblicato L’anima tigrata. I plurali di Psyché di G. Durand (Milano 2017), Campi dell’immaginario (Milano 2018), L’agire intimo (Milano 2019). Benvenuti nel Pornocene. All you can fuck! (Roma 2020).

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