Il filosofo è un cadavere

Il legame tra filosofia e morte è stato oggetto d’indagine da parte del pensiero occidentale sin dal Fedone: può tracciarne il percorso?

Il commercio tra filosofo e morte ha luogo dacché mondo è mondo, ossia da quando esiste la filosofia. Utilizzare il termine “commercio”, intendendo un fitto scambio tra due soggetti o entità, è quantomeno problematico. Innanzi tutto perché non si vede immediatamente quale dovrebbe essere la merce di scambio; poi perché se il filosofo potrebbe essere un soggetto – almeno in senso fisico o grammaticale e non teoretico o metafisico –, la morte non lo è. Per un soggetto occorre una personificazione. Allora potremmo retoricamente dire che che il filosofo è la prosopopea della morte. Ne seguirebbe che il filosofo commercia con la morte impersonificata da sé stesso, en travesti, e la preziosa merce di scambio è la conoscenza. Come tutto ciò che di prezioso esiste, la conoscenza è merce rara, ma che sia preziosa è sempre frutto di convenzione o di interesse. Niente è prezioso in sé, nemmeno la conoscenza.

Platone è stato il primo a rendere esplicito questo legame: nel Fedone Socrate sostiene che il filosofo di null’altro si occupa se non della morte e di prepararsi a morire. Forse non è stato sottolineato abbastanza il fatto che il filosofo del “conosci te stesso” abbia voluto intendere che in questo modo proprio della morte voleva occuparsi. Eppure non possiamo sapere fino a che punto il mezzo prete Platone abbia voluto calcare la mano. La prima volta che lessi il Fedone non volevo credere a ciò che stavo leggendo: i passi in cui si svalutano la vita, il corpo e i piaceri di questo mondo mi sembravano interpolazioni di monaci amanuensi. Mi pareva di essere tornato al catechismo. Aveva ragione Nietzsche, non solo quando banalmente scrisse che il cristianesimo è platonismo per il popolo, ma anche quando sosteneva che Platone in fondo vuole solo dire: «Sono io la verità». Se la verità è questa, che se la tenga pure. Ma chi ti vuole toccare, Platone, se non ti vuoi toccare da solo. A noi piace toccarci ed essere toccati.

Filosofia e morte avevano avuto ben altri scambi anche prima della morigeratezza platonica. Il detto evocativo di Anassimandro – per cui gli esseri tornano a dove hanno avuto origine e per l’ingiustizia di esistere subiscono punizione e vendetta secondo il decreto del tempo – è forse troppo scarno per offrirci appigli che non siano solo frutto di profondissima suggestione. L’acqua per Talete è il principio vitale della natura anche perché i cadaveri divengono via via privi di liquidi. L’insistere eracliteo sulla dottrina dei contrari strizza l’occhio all’antica rappresentazione degli inferi come luogo della coincidenza degli opposti: il sole tramonta e ritorna alla propria dimora, sotto terra, negli inferi appunto, dove il nostro imbrunire e là il chiarore dell’alba; negli inferi splende il sole di mezzanotte. Così Parmenide, che ci offre un viaggio che ci conudce alle porte del giorno e della notte (il confine tra mondo infero e mondo supero), su cui sosta la Giustizia, per giungere al cospetto della Dea, con tutta probabilità Persefone, la regina dei morti. Empedocle, secondo la tradizione, muore gettandosi nel cratere dell’Etna: i vulcani, specialmente quelli siciliani, erano ritenuti porte spalancate sugli inferi. Lo stesso Platone pare si sia recato in Sicilia, oltre che per tentare l’avventura politica, per studiarne i vulcani. I fiumi di fuoco che scorrono negli inferi, descritti nello stesso Fedone, pare sia stati ispirati dai fiumi di lava che scorrono in Sicilia.

E questo è solo l’inizio. Qui basti citare il movimento di morte della dialettica hegeliana: il travaglio del negativo non è quello di una partoriente; piuttosto all’opera sembra una falce che lavora incessantemente. E lo Zarathustra nietzscheano vuole tramontare come fa il sole che scende negli inferi, per risorgere alla fine del cammino come un sole tra nere montagne.

Il viaggio del filosofo nel mondo dei vivi è in realtà il cammino di Zarathustra: una discesa nel mondo dei morti.

Perché il filosofo è un cadavere che si aggira nel mondo dei vivi ed in quali forme concettuali si esprime?

Non appena si ha che vedere con la conoscenza, ci si pone dal punto di vista dell’assoluto, vero o non vero che sia, letterale o metaforico che lo consideriamo. Il beneficio o maleficio della conoscenza colloca il filosofo in una condizione di eternamente vivo di fronte a una platea di morti (come disse in altro contesto il sempremorto Carmelo Bene). Ma l’eternamente vivo per i temporaneamente vivi non è vivo davvero. Il fuori dal tempo – l’eternità extra temporale della pretesa conoscenza assoluta – non esiste nella storia, non esiste nel mondo, non esiste tout court. Per i temporaneamente vivi, l’eternamente vivente è un morto da sempre e per sempre. Come un vampiro, come uno zombi. I morti viventi, che altri chiama i filosofi, hanno stretto un patto col diavolo per vivere eternamente. Fuor di metafora faustiana, i filosofi pretendono di accedere alla conoscenza e non esiste conoscenza che non sia pretesa assoluta, o che quantomeno si pretenda come un gradino che porti all’assoluto. L’assolutezza è la sottrazione dal tempo. «Noi cerchiamo ovunque l’assoluto, ma troviamo sempre e solo cose», diceva Novalis. Ci voleva Hegel per spiegarci come il principio assoluto si incarni nel tempo, ossia nella storia; ma la comprensione di questo assoluto, se da un lato non può essere mai “sciolta” dalla concretezza delle “cose”, dall’altro necessita di una prospettiva che colga l’assoluto come inesauribile nel tempo. L’assoluto non dura eternamente nel tempo, ossia non è “per sempre”. L’assoluto è svincolato dal tempo, e rende il tempo inesauribile. Il filosofo si accosta all’assoluto e guarda caso si accorge di avere il tempo contato. Allora era tutto uno scherzo, tutta una montatura. Da eternamente morto – da morto perché “eterno” – il filosofo imbevuto di assoluto non può che soggiacere al disfarsi del proprio corpo e del proprio pensiero. Muoia l’assoluto con tutti i filistei. Se morto è il filosofo, chi può dirsi veramente vivo?

La forma della filosofia è il concetto. Il filosofo si esprime in forme concettuali, così come il musicista coi suoni o il pittore coi colori, in senso lato. Il concetto è esprimere le cose attraverso il pensiero. Cosa sono le cose? Noi cerchiamo ovunque l’assoluto, ma troviamo sempre e solo cose, abbiamo detto con Novalis. Le cose sono tutte le cose. Le cose subiscono punizione e vendetta per la loro ingiustizia, abbiamo detto con Anassimandro. Il concetto esprime in pensieri la dialettica delle cose. Noi diciamo dialettica per educazione filosofica; ma “dialettica” significa scontro, lotta, sopraffazione. Il concetto esprime in pensieri la morte, che è al limite della pensabilità. E se c’è una funzione del concetto è quella di sottrarre le cose allo scontro e alla sopraffazione, per pacificare il mondo. La filosofia stende un pacifico velo di morte sulle cose. Solo i vivi si ammazzano. Come titola un divertente film sugli zombi di Jim Jarmusch, riprendendo una canzone country di Sturgill Simpson, i morti non muoiono.

Quali sono le peculiarità della scrittura filosofica?

A rigore di termini, non esiste una scrittura che non sia filosofica. Per essere più espliciti, la scrittura o è filosofica o non è scrittura. Sì, è vero, possiamo tracciare o digitare segni su un foglio per tenere i conti o compilare la lista della spesa, ma vi intercorre la stessa differenza che c’è tra un disegno che potrei fare io e uno di Michelangelo. Possiamo dire che sono entrambi disegni solo in senso generico. Ne seguirebbe che ogni disegno o è arte o non è un disegno. L’intenzione di fondo, tra disegno e scrittura, è la medesima: tracciare i contorni dell’idea. Ma l’idea così come espressa dalla scrittura filosofica, sebbene definita e definitoria, non ha margini, non può essere tracciata in immagini disegnate o con colori giustapposti. L’idea è concettuale. Il concetto si vede sul foglio ma non si può guardare con gli occhi. L’idea, verrebbe da dire, è il concetto dei concetti. Se il terreno ci scivola da sotto i piedi facendoci pericolosamente slittare verso un cattivo infinito (il concetto dei concetti dei concetti…) è un buon segno. A un certo punto la scrittura filosofica mette un punto fermo: basta, non si può andare avanti all’infinito. Bisogna arrestarsi, come in musica a un certo momento si finisce ad libitum. Ma se il punto d’arrivo è stabilito a piacimento, ossia più o meno arbitrariamente, ecco che si svela nuovamente il paradosso: il concetto dei concetti dei concetti e così via è un niente, non se ne esce. Il filosofo se ne trae fuori e si catapulta nel nulla. Abbiamo voglia a scrivere concetti, se poi è impossibile venirne a capo, o meglio se capitiamo nuovamente nel nulla. Precisamente di questo nulla si occupa la filosofia e ne scrive, autocompiaciuta. Ogni libro filosofico è impegnato in questo regressus in infinitum. I libri di filosofia sono tutte strade che portano al nulla. Del resto – ed è il segreto di Pulcinella – se si vuole scrivere della realtà, cos’altro si può dire se non che è equivalente al nulla?

Il filosofo può intendersi come paradigma dell’umanità?

Il filosofo è paradigma dell’umanità. Come ogni altro uomo. Paradigma proprio inteso in senso verbale: come si coniugano i verbi, così ogni uomo mostra come si coniuga l’umanità. Aveva ragione Spengler nel sostenere che “umanità” è da intendersi in senso zoologico, altrimenti non significa niente. Forse non ci verrebbe mai in mente di chiederci se un tipo particolare di cane o di ragno siano paradigmi della caninità o dell’aracnità. Quale, dunque, almeno da questo limitato punto di vista, la differenza tra l’uomo filosofo e l’uomo che filosofo non è? Zoologicamente, è chiaro, nessuna, o tanta quanta ce n’è tra un cane che ama scodinzolare e un altro che predilige abbaiare; ma nel gioco concettuale della cultura la differenza consiste nell’assunzione del nulla, nel farsi carico della condizione paradossale e finita di un uomo che aspira all’assoluto e che grufola nel nulla. E se il filosofo incita alla filosofia – e forse se ne dovrebbe guardare – sta incitando a grufolarsi nel nulla. Se c’è un incitamento che può offrire il filosofo agli altri uomini è l’invito a tornare a sentirsi parte del nulla cosmico. C’è tanta materia, nell’universo, la cui somma è tuttavia uguale a zero. Il solo abbaglio della coscienza non è sufficiente a cambiare la carte in tavole, a mutare l’irriducibile infinita vanità del tutto. Ma come si dovrebbe campare con questa consapevolezza? Tutto quello che possiamo dire con una discreta certezza è che, mutatis mutandi, un cane predilige abbaiare e un altro scodinzolare.

Lei reputa che il filosofo rifletta sullo stile, sul cinema, sull’arte contemporanea e sul rapporto tra il movimento del pensiero e la fissità della morte, sulla scorta di chiare pulsioni sessuali. Per quale ragione è pervenuto a tale convincimento?

Se è ancora vero che per conoscere la realtà bisogna conoscere sé stessi, mi sono convinto che il filosofo riflette su tutto ciò che gli capita a tiro perché, pur nelle mie modeste capacità, è ciò che tento di fare filosoficamente. E questo vale anche riguardo alle mie chiare pulsioni sessuali, in merito alle quali non vorrei entrare nei particolari perché magari non tutti i lettori potrebbero essere interessati ai dettagli. Ma questo c’è, che come ha scorto Platone – il quale si deve a un tempo sconfinatamente amare e illimitatamente detestare – il motore di ogni conoscenza è l’eros, poiché desso è il motore della vita. Lo si dovrebbe per questo rifiutare. Ma reintrodurre il principio sessuale nella filosofia, in maniera esplicita e in funzione assolutamente anti platonica, significa reimmettervi il principio vitale. Alcibiade e Socrate alla fine debbono pure avere scopato, checché ne dica il bacchettone del Simposio. E se così non fosse, intanto peggio per loro, e poi nulla ci vieta di immaginare e volere che così sia andata. Il travestimento da prete che spesso hanno indossato i filosofi, finendo col crederci davvero, il misticismo che quasi sempre ha accompagnato le riflessioni sull’accoppiamento e sulle pratiche erotiche in generale, ha reso un cattivo servizio non solo alla filosofia – questa difatto sarebbe poca cosa – ma alla comprensione della realtà tutta. I filosofi cianciavano moralismi, ma la gente continuava a fornicare. Certo, il sottoprodotto è stata la moltiplicazione indiscriminata della specie, coi risultati che sono sotto gli occhi di tutti. Ma meglio una sana scopata senza patemi che un filosofema intriso di spergiura o credulona castità. Nelle Veglie di Bonaventura, il protagonista si trova infine a vagare nel cimitero e scorge un visionario che crede di vedere il fantasma dell’amata e ancora non può fare a meno di baciarla: «Di fronte, sulla tomba, il visionario ancora indugia e abbraccia il Nulla! E l’eco nell’ossario grida per l’ultima volta: “…Nulla!». Così il filosofo, che stringe e bacia l’amata realtà. Ma essa è un fantasma, e il filosofo abbraccia nei concetti il vuoto e freddo nulla.

Cateno Tempio ha pubblicato i saggi Quel che viene a mancare. Il saggio critico e Carmelo Bene (con D. Dell’Ombra, 2012), Apocalissi e conversione. Sulla catastrofe dell’occidente (2014). Ha curato il volume Critica dei morti viventi. Zombie e cinema, videogiochi, fumetti, filosofia (2016). È autore dei romanzi L’eroe della montagna. Ascesa e cadute di Marco Pantani (2016) e Vita in frantumi (2018), vincitore nel 2019 del premio “Vivo in Sicilia” all’Etnabook – Festival Internazionale del Libro. Ha pubblicato le raccolte di poesie Ultimi versi (2015) e Postumi (2019).

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo di WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione /  Modifica )

Connessione a %s...