Scienza di morte: violare la vita

Nella silloge Scienza di morte: violare la vita si leggono parti “essenziali” del corpo: il nervo e il palmo delle mani, le mani, le labbra, gli occhi, il cranio, il teschio, l’unghia, il cuore, l’orecchio, la faccia, le guance. Può svelare la metafora?

Si svelano le metafore? Lascerei l’operazione a chi legge, altrimenti togliamo il senso della lettura, credo. Le parti del corpo sono essenziali alla silloge, sono protagoniste. Il corpo, i corpi stessi lo sono. In molta della mia poesia, a pensarci, il corpo è materia essenziale. Sarà che senza non esistiamo, sarà che attraverso il corpo s’incarnano le emozioni. La metafora, probabilmente, è solo un altro modo di dare struttura o altro corpo alle parole. Da qualche parte Eugenio Barba, cito a memoria, scrive che è il contesto a decidere il significato delle parole. Forse, ho usato troppe volte la parola corpo.

Lei pare affrancare il linguaggio dalla necessità di riprodurre il reale e dall’obbligo di evocare, ritenuti vessilli di virtù poetica. Esemplifichi il suo rapporto con il verso e le maglie della texture che lo tessono.

Riproduco il reale in maniera surreale. Il mio rapporto col verso è legato innanzitutto alla musica e credo sia tutto ciò che io sia in grado di dire al riguardo. Se il suono non gira nella bocca non è buono, se resta nella bocca non è buono, bisogna proiettare la musica interna all’esterno. Quando scrivo, capita, non sempre naturalmente, di ricordare i miei maestri di canto, in particolare il mio primo maestro. P. S., aveva, ha un modo fisico di insegnare, insegna con tutto il corpo; rivedo il suo braccio indicare il fondo dell’aula. Quando scrivo punto all’omino dell’uscita d’emergenza, il suono deve andare lontano.

Leggendo i suoi versi pare che il suo proposito sia dare un calcio al tedio delle convenzioni, saltellando tra denotativo e connotativo. Lei intende parodizzare il nesso linguaggio-verità?

Non intendo parodiare nulla. La mia poesia sta molto più nella realtà di quanto non sembri, in “Un dio Giallo” (LietoColle, 2018) ho collocato in esergo questa frase: «la poesia è un segreto esposto alla luce del sole». Così è per me: S’i fosse Cecco, brucerei ‘l reale/ ma son io e non so come fare.

Uno degli aspetti che colpisce del suo poetare è l’essenzialità senza sconti. Da dove deriva il bisogno di dare alle cose il proprio nome, evitando i tortuosi labirinti delle perifrasi?

Nominare è creare, dare vita. Immagino le parole vagare per la stanza, se sono sgraziate pulisco, limo, taglio, non smetterei mai. Ricerco la nitidezza del suono, la pulizia del gesto. La parola è azione, la tratto come tale. Scrivo e ho uno stuolo di attori nella stanza, bisogna coordinarli ad un certo punto.

La sua versificazione appare sensibilmente refrattaria al rispetto ovvio ed ossequioso delle norme, compromettendo, talvolta, la logica connessione lettura-comprensione. Qual è la chiave d’accesso per discriminare i suoi intenti comunicativi?

È questione di ritmo, in questa silloge piuttosto sincopato. È tutta una faccenda di ritmo e ascolto. Dovremmo educarci di più all’ascolto attivo, credo sia nascosta lì la chiave per aprire i significati. Se ascolto ricevo la formula. Io potrei parlarti solo dell’ascolto interno alle mie poesie, per il resto devo rimettermi al lettore, al suo orecchio e a chi è disposto a parlarmene.

Alessia Bronico è diplomata in canto e laureata in lettere, svolge attività d’insegnamento. Ha pubblicato in poesia L’abito della Felicità (LietoColle, 2016), Un dio Giallo (LietoColle, 2018), è inserita in Almanacco dei poeti e della poesia contemporanea n. 5 (Raffaelli Editore, 2017), vincitrice del premio Guido Gozzano con la raccolta Scienza di morte: violare la vita.

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