Stiamo abbastanza bene

La cornice in cui si dipanano le vicende del protagonista del suo romanzo è Milano.

Cosa muta rispetto alla visione partenopea? Cosa ha inteso mettere a fuoco?

Parlare di Milano e di Napoli è come descrivere la differenza che esiste tra il processo industriale e l’artigianato. Partenope è una città che ha poche sorelle nel mondo, penso a Barcellona e Istanbul, metropoli caotiche che nessuno definirebbe metropoli quanto invece crocevia: vivono di caos e anarchia anche geografica e urbanistica, substrati di storia, grande identità, fiumane di esseri umani. Milano è invece l’unica metropoli italiana degna di questo nome, una città che puoi descrivere seguendo la linea della metropolitana appunto, così come accade per le sorelle maggiori Londra, Berlino. Sono differenze che percepisce chiunque si muova da sud a nord o da nord a sud, è un impatto che disorienta. Mi sono concentrato su questo stereotipo antico dell’emigrante cercando di sottolineare l’assoluta normalità di questa condizione: a oggi, dopo aver parlato per decenni di cosmopolitismo, dell’essere cittadini del mondo, quasi nessun ragazz* tra i 20 e i 30 anni concepisce l’idea di restare nella sua città d’origine. Tutti, per necessità o per puro istinto imitativo, partiamo alla ricerca di un nuovo inizio. Il mondo dei padri è crollato, le certezze non sono più tali e siamo tutti emigranti. Mi pare sia stato dato per scontato troppo a lungo quello che ritengo essere un disagio, in piena regola. Cambiare significa esporsi al giudizio, a nuove regole, allo sguardo altrui: siamo sempre meridionali di qualcun altro, come diceva De Crescenzo. Ma in più volevo sottolineare un certo razzismo generazionale, una questione d’età e non tanto di provenienza. Mettere in scena questa condizione usando due città come Napoli e Milano mi è stato utile per evidenziare che è possibile trovare sempre dei punti di contatto anche tra realtà così diverse. Perché alla fine dei conti la mia è una commedia e come tale ha bisogno di sfidare i cliché, rileggere il copione, creare un cortocircuito nella mente dei lettori. Ci sono riuscito? Non lo so, ma almeno ci ho provato.

La precarietà economica, l’incertezza, quantunque ammortizzata da lavoretti estemporanei e provvisori, può essere foriera di libertà?

Cos’è la libertà? La precarietà è una certezza, altroché, e dovremmo abituarci. Siamo i figli di una generazione che ha fatto finta di non vedere i cambiamenti del mondo, che ci ha mentito, forse per paura, che ci ha detto studiate perché poi troverete il lavoro per poi ammettere che con un’amicizia è tutto più facile, laureatevi così prendete un bel posto fisso per poi ammettere che uno stage con rimborso spese non è così male, e via così su quasi tutti gli aspetti del mondo. Viviamo nell’incertezza e nell’ansia costante che sia colpa nostra, di non essere stati abbastanza smart, furbi e intelligenti, che il problema tutto sommato sia il nostro. E non ne parliamo neanche tra di noi, soffriamo in silenzio, chiusi in un individualismo che regala a qualcuno – spesso quello meglio agganciato – un risultato che tenga attaccato a un filo anche la speranza di tutti gli altri. Saremo liberi quando capiremo che non ha senso rincorrere un mondo che non esiste più, che non ha senso pensare di sostituire i nostri padri, prendere il loro posto e godere degli stessi privilegi. Ce li possiamo scordare. Allora ben venga arrangiarsi se ci conserva le energie per essere felici. Il senso della vita dovrebbe essere quello, o no? Liberi non tanto dalle urgenze della vita, penso all’idea di lavorare per guadagnare perché senza soldi non si cantano messe, da quelle non ci possiamo liberare, ma vorrei che potessimo farlo dalle pretese altrui, dalle pressioni della famiglia, dallo sguardo stupido di una generazione precedente che non capisce, che non può capire. Vorrei che ci liberassimo dall’aspettativa di non deluderli e iniziassimo a pensare di non deludere noi stessi. Niente posto fisso? Niente pensione? Niente mutuo sulla casa? “E sti grandissimi cazzi!”

Il suo romanzo presenta pagine oltremodo realistiche relative ai lavoretti svolti dal protagonista della narrazione, quali sostituto portiere, addetto alla sicurezza notturna in un supermercato, cameriere, pur avendo conseguito una laurea in Matematica.

Ha desiderato compiere anche un atto di denuncia sociale?

Credo di aver risposto in parte nella domanda precedente. Ci sono anche esigenze puramente narrative, sai che noia un protagonista professore di matematica? I numeri sono stati un pretesto per giocare con le parole, associando alcuni concetti matematici alla vita, un modo di guardare le cose da una prospettiva particolare: l’ossessione compulsiva di Andrea, del protagonista, l’ansia, l’auto-sabotaggio di una generazione, poteva essere ben descritta attraverso il gioco dei numeri. Chi meglio di un laureato in matematica sa come usarli? Tutto questi si affianca al desiderio di scrivere una commedia all’italiana vecchia scuola, capace di far ridere ma anche di denunciare un malessere sociale diffuso. Non credo che per affrontare determinati argomenti si debba per forza di cose seguire la strada del dramma, della tragedia, l’empatia si può ottenere anche attraverso una risata. Penso al ritorno dell’eroina, inserito nel libro per fotografare quanti più dettagli possibili di questo mondo, del quale si parla pochissimo o sempre e soltanto con un linguaggio apocalittico. Affrontare argomenti complessi con un approccio serioso alle volte non fa altro che allontanare ancora di più le persone, condannando all’ombra delle tematiche che dovrebbero essere al centro del nostro pensare/parlare. Quanti giovani si laureano e riescono a trovare un lavoro nel loro settore? I dati sono impietosi. Dobbiamo dirlo? Sì. Dobbiamo scrivere storie struggenti di disoccupazione? Non necessariamente, si può anche raccontare una storia minima e parlare a molti. Senza tanti proclami. Abbiamo dei problemi, evidenti, raccontiamoli in modo godibile, affrontiamoli.

I rapporti umani che il protagonista tesse sono impastati di chiacchiere con la madre o con il portiere dello stabile in cui alloggia, ad esempio.

Si tratta di divertissements alla solitudine di Andrea, suoi confidenti improvvisati o sostanza della storia?

Andrea è solo, e la solitudine è un sentimento molto diffuso: siamo fisicamente sempre più soli, siamo lontani, siamo disgregati, in una società estremamente individualista. In momenti del genere cerchiamo sempre degli appigli, anche quando ci chiudiamo in noi stessi. Dare al protagonista almeno 3 diverse valvole di sfogo, penso anche a Enrico, l’amico storico, oltre alla madre e al portinaio, mi aiutava a raccontare il rapporto con persone tanto diverse. L’amico, che ha la tua età, condivide le tue esperienze e comunque non capisce, resta fermo nella propria prospettiva; il portinaio, più grande, quasi anziano, estraneo almeno in una prima parte della storia, che ascolta, ma principalmente pontifica, racconta, crede di aiutare ed è convinto di fare cosa buona e giusta; la madre, che dovrebbe rappresentare la persona più vicina in assoluto eppure è proprio il simbolo di una rottura, di un’incapacità di stare, di esistere, di vivere. Credo che un buon testo non debba mai avere nulla di superfluo, che sia tutto sostanza della storia, anche quello che non lo sembra. Mi faccio il segno della croce, e spero di esserci riuscito.

Lei compie una rilettura del cliché del meridionale emigrato. Quali ammuffiti stereotipi e pregiudizi infondati ha inteso scardinare?

Se ci mettiamo a fare l’elenco, iniziamo oggi e finiamo domani. Tutti è una risposta comoda, ma è la verità. Nel 2020 emigrare non significa solo andare a fare l’operaio in Fiat, ma anche l’ingegnere alla Ferrari. Non è soltanto andare a fare il cameriere, ma anche aprire una catena di bar di successo. Questo dovrebbe essere sotto gli occhi di tutti. Del meridionale scansafatiche e ladro non c’è altro da fare che riderne, è un cliché talmente vecchio che non ci credono neanche più i sessantenni milanesi. Ma c’è un pregiudizio legato all’età, all’inesperienza, che andrebbe boicottato. Dall’interno, appropriandoci del tavolo, cambiando le regole del gioco senza aspettare che qualche matusa lo faccia per noi. Così nel mio romanzo a Milano non piove mai, e piove solo a Napoli.

Francesco Spiedo nasce a Napoli nel 1992, da madre ansiosa e padre operaio, conoscendo fin da subito le conseguenze dell’iperattività. Cresciuto a San Giorgio a Cremano, studia per diventare ingegnere anche se non praticherà mai. Precedentemente animatore, concierge, cameriere, addetto alla sicurezza e ad altre attività non riconosciute dal Ministero del Lavoro, inizia a scrivere sotto falso nome, su commissione, su rivista e come ghostwriter. Stiamo abbastanza bene è il suo primo romanzo.

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