“L’unico genere che m’interessi è la poesia, onnivora, per antonomasia, un macello”

Traduttore, poeta, critico, scrittore, saggista e tanto altro d’affascinante e sontuosamente leonardesco: lei è poliedrico e tentacolare nell’esternazione dei suoi interessi: quanto crede nel sincretismo culturale, nella contaminazione di mondi apparentemente da intendersi come monadi?

Mi impongo trappole. Scrivere è porsi su un palco – tra palco e patibolo la differenza è minima: c’è un pubblico, un sussurro, il bel gesto – tutto è rappresentazione –, la lama che squilla. In modo cruciale: scrivo per vivere, cioè faccio il cecchino e il pagliaccio; in forma peculiare: l’unico genere che m’interessi è la poesia, onnivora, per antonomasia, un macello.

Quale uso fa della Parola il suo immaginario letterario?

La parola si esprime attraverso un corpo – gola, mani, dita, braccia, testa –, ha bisogno di orifizi per pronunciarci e soccombere. Perciò, non credo che la parola abbia la P maiuscola (lettera che pare un cappio): giunge, per esposizione, dalle catacombe della carne. Se s’intende per Parola, il testo biblico, beh, lo leggevo da bambino, in bilico tra le lenzuola e la finestra. Soggiacevo a quella carneficina, luce in sangue. Mi piaceva – per ovvia consonanza e consuetudine al narciso, all’orfano – la storia di re Davide, che sa usare la cetra – e voltarla in fionda.

Qual è lo strumento di narrazione più congeniale alla sua scrittura?

Lei deve pensarmi come il più stupito e stupido degli interlocutori. Non so nulla riguardo a uno “strumento di narrazione” – gli scrittori si dividono, mi pare, tra quelli che usano il dildo e quelli che armano il cilicio. Io metto la muta, perché amo nuotare in mare, di sera, al freddo: forse questo ha a che vedere con la ‘contaminazione’ cui alludeva, sopra. Ambirei mutarmi in falco, in volpe, in ghepardo; piuttosto, verranno sorgive le branchie. Rispetto al ‘congeniale’, l’unico congegno è scrivere per mettersi in difficoltà.

La sua rivista on line, Pangea, sembra compiere un’opera di generoso e disinteressato scouting. In nome di quale valore o principio lascia esprimere innumerevoli e varie voci?

La benedizione dei rapporti umani; l’arca di noè dei pazzi; la concreta certezza della mia ignoranza; desiderio di contraddizione; odio verso il lamento; esercizio di sconfitta; usare la corda con cui ti impiccherai per foggiare un aquilone. Ecco.

Quali sono le ragioni che l’hanno indotta a definire “avventuriera” Pangea?

Da bambino amavo Mowgli, il figlio della giungla, fratello dei lupi, amico dei serpenti, che passeggia sulla schiena della pantera e sa scannare la tigre. Vorrei vivere come quelli che conquistano terra a Est e con impaurita crudeltà fondano città con il proprio nome, scrivendo versi all’ombra di monasteri disfatti. Ma sono un pavido, dunque, scrivo. La prossima rivista la intitolerò a Mowgli: la facciamo?

Davide Brullo pubblica con Un alfabeto nella neve il quarto volume del Ciclo del Tradimento, costituito dai romanzi Rinuncio (2014), Ingmar Bergman: la vita sessuale di Franz Kafka (2015) e Pseudo Paolo. La lettera di San Paolo Apostolo a San Pietro (2018). Come poeta ha pubblicato, tra l’altro, Annali (2004), L’era del ferro (2007), Abbecedario antartico (2017), Gries (2019). Ha fondato il magazine culturale “Pangea”, dirige “L’Intellettuale Dissidente”, scrive per “il Giornale”.

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