Femminismi e Islam

Quale significato assume, oggi, il termine “femminismo”?

E’ difficile fornire una risposta esaustiva in così breve spazio a una domanda che apre scenari molto ampi, sia sul piano storico che su quello sociologico. Mi limiterei ad usare questo termine al plurale, femminismi, data la molteplicità di approcci e movimenti che si richiamano al femminismo sul piano globale. Bianco, liberale, islamico, black, post e decoloniale, intersezionale; della prima, seconda, terza ondata… sono denominazioni che corrispondono a precise elaborazioni di rivendicazioni emancipatorie situate in diversi contesti storici e sociali, che includono accesi dibattiti che hanno influenzato l’evoluzione dei movimenti studenteschi, sindacali, della sinistra e oltre. Tutte le articolazioni dei femminismi a livello globale mettono al centro la lotta per i diritti delle donne, per la loro autodeterminazione a più livelli, individuale, familiare, sociale, politico, economico. Una sintesi di tutte le battaglie femministe può essere riassunta dal femminismo intersezionale, che oggi concepisce le battaglie femministe in modo non avulso dalle differenze di classe, etnica, di genere, religiosa. E una priorità trasversale a tutti i femminismi è senza dubbio la lotta contro tutte le forme di violenza perpetrate sulle donne. Tuttavia il richiamo al plurale del termine femminismo è necessario oggi, perché non può esserci uguaglianza tra uomini e donne senza un rispetto e una tutela dei diritti di tutti e tutte e della presa in considerazione delle diverse esigenze e dei diversi meccanismi di potere che insistono sulle donne in diversi contesti sociali, geografici, politici, economici, religiosi. Questo discorso vale per tutti i soggetti cosiddetti marginalizzati che subiscono discriminazioni. Un acceso dibattito recente riguarda l’inclusione nelle lotte femministe di quelle del mondo LGBTQ.

Può svelarci le peculiarità del femminismo islamico, le sue rivendicazioni principali ed indicare le similarità nonché le differenze con il femminismo occidentale?

Con l’espressione “Femminismo islamico” ci si riferisce al movimento intellettuale di riforma del pensiero e del diritto islamico che mira a dimostrare la compatibilità tra uguaglianza di genere e fede islamica, a partire dall’affermazione del diritto delle donne a leggere e interpretare le fonti sacre del diritto (in primo luogo il Corano), dunque ad accedere al sapere religioso, e ad offrirne una visione adattata all’epoca contemporanea e al principio di uguaglianza tra esseri umani. Il femminismo islamico emerge come critica sia al femminismo bianco e coloniale sia al patriarcato di matrice islamica, ponendosi come terza via capace di coniugare fede islamica ad autodeterminazione femminile in tutti gli ambiti.

L’idea di fondo si basa sulla precisa distinzione tra l’etica coranica, la sharia (lett. la giusta strada per il credente), che si desume dai valori di giustizia e solidarietà dell’Islam, e il fiqh, l’insieme delle norme del diritto islamico che sono innanzitutto frutto di elaborazione umana, pertanto capace di incorrere in errore, e che risentono di un netto squilibrio di genere nell’accesso al sapere e alle professioni giuridiche. Oggi le professioni giuridiche e teologiche sono aperte in alcuni paesi alle donne, ma la strada per una reale parità tra uomini e donne nella produzione teologica è giuridica è ancora lunga. Network transnazionali come Musawa (che in arabo vuol dire uguaglianza) svolgono costanti sforzi per riprendere l’etica ugualitaria del Corano e per diffondere questo approccio riformista rivoluzionario soprattutto tra le giovani generazioni.

Le norme religiose, a cui sono poi seguite le leggi civili, hanno acuito le disparità e le differenze tra maschi e femmine.

Qual è ad oggi lo status delle discriminazioni di genere?

La risposta a questa domanda richiederebbe un approfondimento ben maggiore. Mi limiterò a dire che la formazione del diritto nei paesi a maggioranza islamica è cosa complessa che si è evolve a partire dalla Rivelazione dell’Islam al Profeta Muhammad, a partire dunque dal VII secolo d.C.. Le discriminazioni di genere sono per lo più – ma non solo – contenute nei codici di famiglia o di statuto personale, che sono il prodotto di elaborazione giurisprudenziale collegata alle diverse scuole giuridiche (le principali dell’Islam sono quattro: hanafita, hanbalita, shafi’ita, malikita) valide in diverse aree geografiche. In particolare i codici di famiglia, come sostiene l’antropologa Ziba Mir Hosseini, rappresentano il DNA del patriarcato islamico e infatti hanno rappresentato il bersaglio delle lotte femminili e femministe nel corso del Novecento e ancora oggi. Nel periodo di formazione degli stati nazione indipendenti, inoltre, non va trascurato l’influsso del colonialismo europeo sull’elaborazione dei codici di legge nell’area del Medio Oriente e Nord Africa.

Le proteste del secondo decennio degli anni 2000 quali conseguenze hanno concretamente prodotto?

Le rivolte o rivoluzioni che a partire dalle prime proteste nella fine del 2010 in Tunisia hanno sconvolto gli assetti politici della regione medio orientale e nord africana hanno avuto un impatto profondo sul modo di concepire il potere, patriarcale e politico, mettendone in discussione i fondamenti. I regimi autoritari hanno però saputo riorganizzarsi in fretta, con esiti diversi, che vanno dal processo di transizione democratica tunisina alla tragedia siriana. Sul piano meramente collegato ai diritti delle donne, un risultato importante può essere registrato in Marocco e Tunisia, dove, rispettivamente nel 2011 e nel 2014 e attraverso dinamiche di inclusione della società civile molto diverse, il principio di uguaglianza di genere è stato incluso nelle Costituzioni. Certo, la pratica è ben diversa, ma è un primo importante riconoscimento. In ogni caso dopo i primi entusiasmi di messa in discussione dello status quo, le donne sono state le vittime del riflusso autoritario che si è avuto in tutta la regione del Medio Oriente e Nord Africa.

E’ possibile differenziare l’area delle femministe laiche, quella delle attiviste dei movimenti dell’Islam politico o islamiste e quella delle femministe islamiche? Se sì, sulla scorta di quali principii?

Sì, questa distinzione può essere una chiave di lettura molto valida per una prima analisi, anche se poi guardando da vicino queste macro-categorie e calandole nei vari contesti, si riscontrano le interazioni, i confronti e le influenze storiche che sul campo si sono avute. In generale: le laiche si riferiscono alla narrativa universale dei diritti umani, che concepisce i diritti delle donne come diritti umani da tutelare all’interno dello stato di diritto in cui lo stato non debba essere influenzato dall’Islam. Le attiviste dell’Islam politico invece trovano nell’Islam il primo principio che definisce il credente-cittadino. Le femministe islamiche cercano un compromesso tra le due visioni, una terza via, in aperta critica con un certo femminismo islamofobico con le visioni rigoriste dell’Islam. In generale, si percepiscono come attrici sociali di un mondo globalizzato, in cui vanno messe in valore le conquiste in termini di riconoscimento dei diritti umani e di autodeterminazione delle donne, senza però che i percorsi di emancipazione vengano decontestualizzati dai diversi contesti di appartenenza. La loro concezione va oltre il rispetto dei diritti delle donne, dunque, e riguarda l’evoluzione dello stato oggi, in cui la visibilità di soggettività pie è sempre maggiore in ambito pubblico, non senza conflitti, come dimostra il caso della laicité francese. Secondo le femministe islamiche fede islamica e uguaglianza di genere possono convivere, nel rispetto delle appartenenze multiple e dei diritti di tutti e tutte.

Sara Borrillo insegna Diritto islamico all’Università Roma Tre ed è ricercatrice post-doc in Storia dei Paesi islamici all’Università Orientale di Napoli. I suoi interessi di ricerca vertono sulla storia dei movimenti delle donne in Medio Oriente e Nord Africa, il femminismo laico, quello islamico e le nuove autorità religiose femminili, il pensiero islamico contemporaneo, le trasformazioni socio-politiche post-2011 soprattutto in Marocco e Tunisia. Autrice del progetto Svelate. Marocco: femminile plurale (www.svelate.org), ha pubblicato diversi articoli accademici e il volume Femminismi e Islam in Marocco. Attiviste laiche, teologhe, predicatrici (Edizioni scientifiche italiane, Napoli, 2017). Articoli su riviste scientifiche e capitoli in volumi accademici: Returning the megaphone to the people. Artivism as a new performance for egalitarian citizenship and social empowerment in post-2011 Morocco’, in The British Journal for Middle Eastern Studies (ed. Nicola Pratt). 2021, in stampa. ‘Chouftuhunna festival :feminist and queer artivism as transformative agency for a new politics of recognition in post-revolutionary Tunisia’, in S. Borrillo – M. Soliman, Studi Magrebini Special Issue: Artivism, Culture and Knowledge Production for Egalitarian Citizenship in the Middle East and North Africa post 2011, vol 18, 2020/2, (203-230). “Autorità religiosa e attivismo spirituale delle musulmane: uno sguardo al dibattito europeo su uguaglianza di genere, multiculturalismo e Islam”, in G. Proglio (a cura di), Islamofobia e razzismo. Media, discorsi pubblici e immaginario nella decostruzione dell’altro, SEB27, Torino, 2020 (171-189). “Women’s Movements and the Recognition of Gender Equality in the Constitution-Making Process in Morocco and Tunisia (2011-2014)”, in H. Irving, R. Rubio Marin (eds.), Women as Constitution Makers: Case Studies from the New Democratic Era, Cambridge University Press, 2019 (31-80). ‘Tra uguaglianza di genere e Islam: I femminismi in Marocco’, in Fondazione Oasis (a cura di), L’Islam delle donne. Teologhe, femministe, leader politiche, Marsilio, Venezia, 2019 (69-78). Disponibile online: https://www.oasiscenter.eu/it/femminismo-marocco-islam-uguaglianza-genere. “Islamic female religious authority between agency and governamentality: from the Moroccan model to ‘multicultural’ Europe”, in J.J. De Ruiter, M. Hashas, N. V. Vinding (eds.), Imams in Western Europe. 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