I segreti del giovedì sera

“Abbiamo di nuovo trent’anni nel cuore e nella testa, e non ce l’aspettavamo,abbiamo trent’anni, con figli di trenta e genitori di novanta, e noi in mezzo schiacciati, carne viva” Qual è il rapporto con il tempo di Sophia, Cesare, Mauro, Olivia, Miriam, Pietro?

Il tempo è la loro ossessione, magnifica e turbinosa. Lo vivono e interrogano in modo febbrile e spaventato, ma non si tratta della grossolana e ovvia paura di invecchiare. L’anagrafe nella nostra vita, e in rapporto all’universo, è una piccola meschina cosa che ossessiona piuttosto il mercato cosmetico. Qui è in gioco il rapporto profondo col tempo, tra il rimpianto e il futuro che resta, il sospetto di averlo sprecato, il bisogno di dilatare l’orizzonte. I greci distinguevano tra Kronos e Kairos. Il primo è il tempo progressivo degli orologi e del contratto sociale, il secondo è il tempo della sorpresa, che ti coglie come un’avventura, o un’opportunità. E’ il kairos il tempo che scorre nei Segreti del giovedì sera.

Non gli dico” è ripetuto molteplici volte dalla voce narrante. Perché ha voluto che i segreti non fossero spiattellati?

Abbiamo bisogno di segreti, di crearli e custodirli. Viviamo in un tempo di sovraesposizione, dove tutto è pubblico, esibito, ostentato, condiviso. C’è bisogno di un po’ di mistero, no? C’è una magia nella reticenza, nell’omissione, e anche nel malinteso.

Quanto ha attinto allo sterminato patrimonio della commedia cinematografica in una scoppiettante contaminatio fabulae?

Sicuramente tanto, ma in modo naturale, perché amo la scrittura combinatoria, ibridata, e mescolo sempre i vari registri, non solo sul piano lessicale, ma proprio strutturale. Hai ragione a parlare di Contaminatio, c’è in tutti i miei testi. Nel romanzo Atlante degli abiti smessi ho audacemente conciliato nella stessa narrazione le forme del catalogo, dell’epistolario, della poesia, del diario.

Questo è un libro che gratta il fondo della sfera affettiva; vaglia meticolosamente i sentimenti, emozione, ossessione, attrazione, passione, per poi scaraventarli, di nuovo, sul fondo, senza sterili edulcorazioni. Qual idea ha voluto che emergesse dei rapporti umani?

Confermo, “senza edulcorazioni”. Ma con sana e urgente ironia, un affettuoso cinismo, un’impetuosa solidarietà amicale. E’ tutta una danza, fra risate e lacrime, intorno al bordo lucente del pozzo. In fondo da sempre raccontiamo tutti una sola cosa: la fragilità umana. Mettendola in campo con forme nuove, spazi diversi, forze aggiunte. Letteratura è anche vita aumentata. Non dico migliorata, o migliorante, no! Semplicemente vita potenziata. La vita che si offre a ogni lettrice o lettore quando riceve nuove visioni, nuovi sguardi, nuove mappe da attraversare – e completare con le proprie mosse.

La terra finisce dove comincia l’acqua” La narrazione si dipana tra Catania ed Acicastello. Di quale senso sono forieri i luoghi siciliani citati?

Il mio rapporto con la Sicilia è ambivalente, o meglio trasformativo. Nel primo mio romanzo, L’indecenza, questa è un’isola torbida e dark; in Scusate la polvere c’è una Catania glocal, con bar intitolati a Sciascia ma riti e tic nordeuropei; nella Penultima fine del mondo c’è una Sicilia distopica alla Saramago. Questa Sicilia dei Segreti è piuttosto un pianeta di soglia, un multiverso. O un frattale, in cui nel minimo c’è il tutto. Ha una bellezza contemporanea, spesso sgangherata e travolgente, accidentale e irrituale, scorretta. Non è la bellezza composta e facile del marketing turistico o di certa narrativa. E la mia Catania qui è anche un omaggio al mio amato Brancati, al suo cielo basso come un soffitto, alle chiacchiere in via Etnea tra sole e tavolini non ancora distanziati. Un Brancati messo in scena però da Arcand, con ritmi e nevrosi metropolitani, e un’affabulazione convulsa, ironica e accelerata. E’ un privilegio nascere in un’isola. Perché è una terra fatta di bordi, e le storie fioriscono sempre sul bordo – del tempo, dei corpi, dei sentimenti.

Elvira Seminara vive tra Catania e Roma. Prima di dedicarsi interamente alla narrativa è stata cronista e poi opinionista per il quotidiano La Sicilia. Giornalista professionista dal ’91, come docente a contratto ha insegnato Storia del giornalismo e Scrittura creativa nella facoltà di Lettere a Catania. Oggi cura corsi di Storytelling in varie città italiane e collabora con L’Espresso e altre riviste.

Tra i suoi romanzi, tradotti in diversi paesi: L’indecenza (Mondadori 2008); I racconti del parrucchiere (Gaffi 2009); Scusate la polvere (Nottetempo 2011); La penultima fine del mondo (Nottetempo 2013); Atlante degli abiti smessi (Einaudi 2015), I segreti del giovedì sera (Einaudi 2020).

Nel 2014 il teatro Stabile di Catania ha messo in scena la sua dark-comedy “Scusate la polvere”, e nel 2015 “L’indecenza”, con sceneggiatura di Rosario Castelli e regia di Gianpiero Borgia.

“Atlante degli abiti smessi” ha generato una mostra itinerante di sue istallazioni create con materie di scarto portate dai lettori, “Armadi in volo. Reperti e referti di un romanzo”.

Crede nella contaminazione dei linguaggi e nella riconversione di ogni cosa; nell’arte del recupero e nell’economia circolare – di materia e spirito, dalla parola al gesto.

Si definisce una CANTASCORIE. (Non è un errore, è scritto con la c).

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