Uomini che pagano le donne. Dalla strada al web, i clienti nel mercato del sesso contemporaneo

La libertà di scelta sull’aborto è sotto attacco: quali sono le cause, a suo giudizio, tali per cui si pone in discussione giustappunto una libertà?

L’aborto è una questione sempre aperta perché rimanda al riconoscimento della piena soggettività delle donne, della loro autonomia e responsabilità di soggetti morali. E siccome veniamo da un passato, da secoli di negazione della soggettività femminile, su questo piano si gioca ancora un conflitto. Che non è un conflitto tra la donna e il concepito o nascituro, ma un conflitto tra i sessi che ha al centro il potere di controllo della riproduzione. Questo conflitto poi muta nel tempo, cambiano strumenti e linguaggi, strategie e obiettivi. Oggi, credo che un aspetto centrale sia il rapporto tra il tema dell’aborto e la crescente preoccupazione pubblica per il problema della denatalità, le “culle vuote”. Questo problema viene apertamente strumentalizzato in chiave anti-abortista. Un altro aspetto importante nello scenario attuale è la saldatura tra i tentativi di controllo dei corpi riproduttivi delle donne con la politica populista anti-immigrazione che vorrebbe difendere la “purezza” etnica e culturale dei popoli.

Oggidì, il corpo messo al centro del dibattito nella società contemporanea è quello muliebre. Quali forze diverse ed in contrapposizione si combattono su questo campo?

Il corpo delle donne è sempre un campo di battaglia. Oggi vediamo scontrarsi due forze apparentemente contrarie. Da una parte tutte quelle spinte conservatrici che mirano a riproporre modelli familiari tradizionali e a riconfinare le donne tra le pareti domestiche. Dall’altra, l’ideologia del tardo capitalismo che punta allo sfruttamento intensivo del lavoro e della vita delle donne, giocando su una “libertà di scelta” che di fatto significa solo libertà di vendersi o di comprare. Le due forze combinate sviliscono i valori dell’eguaglianza, della pari partecipazione sociale, della libertà politica delle donne.

Perché il patriarcato è tutt’altro che scomparso dalla nostra società e quale significato assume, oggi, il termine “femminismo”?

Il patriarcato non è più quello che dominava il mondo prima della grande sollevazione femminista del Novecento. Dal momento in cui le donne hanno smesso di riconoscere la legittimità di questo sistema di dominio ne hanno anche minato le basi più solide. Anche per questo, si parla spesso di post-patriarcato, che non è la fine del patriarcato ma una visione aggiornata che punta sulla conquista delle menti e delle emozioni delle donne, giocando sulla loro libertà a fini di sfruttamento o usando argomenti come il bene, la salute, la felicità femminile. Quello che oggi chiamiamo femminismo contiene una pluralità di voci e movimenti. Alcuni femminismi portano avanti la battaglia paritaria delle origini, che ancora non è vinta. Altri lavorano soprattutto a valorizzare e riconoscere la differenza femminile, storicamente svalutata. Altri ancora sipongono l’obiettivo dicontestare e sovvertire l’intero sistema economico, politico e sociale, in un’ottica che intreccia l’ingiustizia di genere con quella che passa attraverso il colore della pelle, l’orientamento sessuale, la posizione di classe.

Le norme religiose, a cui sono poi seguite le leggi civili, hanno acuito le disparità e le differenze tra maschi e femmine.

Qual è ad oggi lo status delle discriminazioni di genere?

Le leggi civili che lei dice sono state riformate alcuni decenni fa, in un’ottica di attuazione dell’eguaglianza tra i sessi affermata dalla Costituzione. Da allora si sono moltiplicate anche le misure anti-discriminatorie, sia nel diritto italiano sia in quello europeo. Quello che manca è uno sforzo culturale adeguato per cambiare nel profondo la mentalità. Affidarsi alla produzione del diritto non basta.

Lei ha scritto numerosi articoli su fenomeni come migrazioni, tratta e prostituzione. Qual è l’urgenza, se la ravvede, in questa peculiare contingenza storica?

In questo particolare momento, in cui stiamo soffrendo gli effetti della pandemia, penso che stiamo gravemente dimenticando le condizioni di grave privazione e di estremo bisogno che patiscono le persone migranti senza diritti, e tra queste le donne migranti, in particolare le vittime di tratta. Rischiano di scivolare fuori dal campo di attenzione dei media, della politica, dell’opinione pubblica. E questo non deve succedere, perché parliamo di persone vulnerabili. Persone costrette all’alternativa tra morire di fame oppure esporsi al rischio del Covid-19, per esempio esercitando la prostituzione nonostante tutto, perché costrette o perché è l’unica possibilità di sopravvivere.

Giorgia Serughetti è ricercatrice all’Università di Milano-Bicocca. Scrive di donne, migrazioni, asilo. È autrice di Uomini che pagano le donne. Dalla strada al web, i clienti nel mercato del sesso contemporaneo (Ediesse 2013) e con Cecilia D’Elia di Libere tutte (Minimum Fax, 2017). Ha pubblicato Chiedo Asilo: essere rifugiato in Italia (Università Bocconi Editore, 2012), con Marina Calloni e Stefano Marras; Consumatori di normalità. Giovani e droghe al tempo della crisi (Iacobelli, 2013), con Claudio Cippitelli, Pierpaolo Inserra e Laura Giacomello.

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