Brama

Lei ha affermato: “Cerco la prospettiva della mostruosità, non che sia direttamente io ma mi piace scrutare ciò che banalmente si definisce male.” Quale definizione propone per “Male”?

Il male è la regola, l’eccezione è mostruosa, il santo è mostruoso, il malvagio vanaglorioso è l’uomo qualunque. Ho cercato la prospettiva del carnefice per non essere eccessivamente autobiografica. Volevo capire negli altri ma poi ho cercato in me: c’era l’uomo qualunque accanto al martire. Me lo diceva sempre Mario Perniola: la santa e l’assassina.

Brama è un libro che gratta il fondo della sfera affettiva; vaglia meticolosamente i sentimenti, emozione, ossessione, attrazione, passione, per poi scaraventarli, di nuovo, sul fondo, senza sterili edulcorazioni. Qual idea ha voluto che emergesse dei rapporti umani?

Homo homini virus. Gli eventi purtroppo mi stanno dando ragione ma spero sempre di essere smentita. Smentitemi. Amatevi.

I protagonisti della sua narrazione esistono in quadri della quotidianità che si scopre sotto i loro occhi mediante circostanze comuni che divengono le porte per una sensibilità, a volte, al limite della sopportazione. Perché ha deciso d’esplorare il banale, reale, vero quotidiano anziché l’esuberante straordinario?

Cos’è straordinario? Cos’è reale? Lei può dire che un sogno non è reale? Ho raccontato la storia di un’assassina (se poi quell’ultimo capitolo non è un sogno, e non ne sono certa, potrebbe esserlo). Sembra una vittima ma Bianca lo è solo di sé stessa (Carlo è lei, è tutto speculare, disturbato da ipseità, è una prigione l’ego). Ironicamente l’ho chiamata Crudele di cognome. Penso sia il romanzo più weird degli ultimi dieci anni. Rido. Da quest’estate leggo Musil e ho messo il presente in epochè.

Le sue righe suggeriscono l’amore come un sentimento che intrappola, che non dà scampo e non prevede vie di fuga: Elena e Paride infrangono ogni regola, ogni convenzione narra Omero. Ebbene, se non si sceglie d’amare né d’essere amati, in che misura si sceglie di scrivere?

Non si sceglie neanche quello. Vorrei non farlo più, ma non riesco. Omero non era reale, forse erano in molti, un uomo leggendario, invisibile. Bisogna nascondersi. La letteratura ci vuole martiri. Ci azzanna. Vorrei indietro il mio migliore amico ma lui era un predestinato e ha dovuto scontarla fino in fondo. Vorrei davvero non farlo più: non scrivere. Non essere giudicata. Intendiamoci, le critiche costruttive le apprezzo e anzi mi sono utili ma c’è un altro spettro, di invidie spicciole, biechi giochi di potere, quello, ecco, non ha nulla a che fare con la scrittura ma può tagliare le gambe. Con me ci hanno provato. D’altronde era facile, vile, non potevo difendermi. Loro non volevano realmente colpirmi, neanche mi vedevano, scaricavano la frustrazione su una persona a caso, incapaci di prendersela con il reale oggetto della loro divorante ambizione. Li capisco. Li compiango. Scrivere è un’altra cosa. Ma è anche sopportare. Tutta questa esistenza, a tratti insostenibile, un sentimento sartriano di nausea. Scrivere adesso mi fa male, non posso sottrarmi alla voce, ma rileggere mi ferisce. Sento l’immane fatica di dover ricostruire una vita che era vissuta in un certo modo perché aderiva a una presenza, che adesso sento labile, invasa.

La mia letteratura è per pochi. Le regole della buona narrativa non m’interessano. La narrazione non m’interessa. I fatti, il mostrare senza dire, roba vecchia, ne sono satura, auspico una nuova visione. Penso di cercarla in ogni modo, a ogni costo, nel deserto, nello strapiombo. A me importa l’intuizione che squarcia, il pensiero che confabula fino a rabbrividire e raggiungere l’amato vuoto – non in termini occidentali, s’intende. –

Scrivere è esistere in uno dei modi possibili. Sul piano del principio di realtà non esisto, sono morta, mineralizzata, ma sul piano della letteratura sono piena di voci, i miei personaggi, o le visioni delle mie poesie mi superano, mi irridono anche. So che ho ancora molta strada da fare, devo crescere, misurare le parole, non sempre lo faccio, ma so anche che non diventerò mai una drammaturga, una narratrice pura, sono in cerca di un vissuto che sia pienamente reale – non nel senso del principio di realtà – vivido, una propensione tra luce e ombra, vita e morte. Non distinguo la vita dalla letteratura e finisco per considerare falsa la vita. Si vive, si muore, si pretende che le due cose siano necessariamente consequenziali. È tutto simultaneo. Spero solo che qualcosa si salvi.

I temi che tange paiono essere attinti dal patrimonio tragico greco. Quanto è stato influenzato dalle letterature che l’hanno preceduta? Ha dei mentori o non ravvede punti di riferimento?

Sofocle, Saffo, Eraclito, Lao Tzu, Shakyamuni, Dostoevskij, Schopenhauer, Nietzsche, Cioran, Pizarnik. Molti altri, Andrea Carraro, Antonio Veneziani, Giordano Tedoldi, Manuela Maddamma, Rossana Campo, Alfonso Guida, Franco Improta, Luca Perrone, Gabriele Galloni (anche se era più piccolo di me dal punto di vista anagrafico, la sua poesia è antica, eterna). Influenzata? Non so, si tratta di forme d’amore, giochi di specchi. Molti altri, ma ora non ho più voglia di elencare nomi. Se penso alla scrittura in questi ultimi mesi non posso fare a meno di rievocare Gabriele, la sua bellezza, la sua ambiguità, la sua spietatezza, la sua vulnerabilità, contro il personaggio fasullo che ne hanno fatto. So che la verità nella sua essenza è stata tradita. Non alludo a chi realmente gli ha voluto bene, ma a un processo di santificazione che non rispetta la dignità della persona, con le sue contraddizioni, le sue manie, le sue perversioni; cosa credete che la poesia sia una categoria morale? Al contrario, è un’alterità terrificante. Un’esistenza da poeta è un sacrificio umano, credo l’abbia detto Kierkegaard, in ogni caso è vero. Lui è stato questo sacrificio. Dal giorno della morte di Gabriele vorrei non scrivere più. Non essere. A molti farebbe piacere. Farebbero una grande festa. Mi piacerebbe accontentarli ma troppa rabbia mi si è rivoltata dentro, mi spacca le dita: così scrivo. Vorrei pubblicare libri in plutonico. Non essere capita. Non essere sgozzata dalle insinuazioni di chi non conosce il margine e la fatica che ci si porta dietro dal fondo del pozzo. Ultimamente ho conosciuto un poeta straordinario: Alfonso Guida, tempo fa avevo letto “A ogni passo dal sempre” e giorni fa ho visto il videoclip “Orfani del sonno” tratto dal suo poema, “Irpinia”, che ho ordinato tramite una libreria. Ho ricominciato a scrivere leggendo Alfonso, lui rende vive le cose, le tira fuori da un passato magico e terrificante, le esperisce nella loro nuda matericità; nell’incedere ritmato della sua parola trova spazio un’alterità radicale, un mondo trasceso in qualcosa d’altro, viene da un lontano antico regno in rovina e si presentifica costantemente. Visionario, passionale, sacro, dissacrante, come Pasolini. A volte mi abbatto, cancello file con interi romanzi, brucio diari. Mio marito, Giordano, mi difende da me stessa, è la mia stella polare, maestro e amante, insieme siamo capaci di allargare i margini del tempo. Il suo ultimo romanzo, “Necropolis”, leggetelo se non l’avete già fatto, è una profezia. Giovanna Giolla è la mia confidente junghiana, le nostre lunghe telefonate sono catartiche. È una persona dotata di una sensibilità unica, il suo primo romanzo: “Vermi” è ispirazione pura. Veronica Tomassini è la sorella che avrei desiderato, siamo molto simili… Ho letto “Vodka Siberiana”, mi ha devastato. Anche qui, torniamo al bivio: vita o letteratura? Sacrificio, necessità. Luca Perrone, un poeta che scoprirete quando forse sarà troppo tardi, è parecchio al di sopra di ogni possibile comprensione, non comunica, tramanda: un iniziato. Ho avuto molti maestri, li considero amici, compagni di strada, leggo sempre con piacere i loro libri e articoli: Mario Perniola, Andrea Carraro, Rossana Campo, Paolo Restuccia, Antonio Veneziani, Franco Improta.

Ilaria Palomba è laureata in Filosofia. Ha pubblicato i romanzi: Fatti male (Gaffi), tradotto in tedesco per Aufbau-Verlag, e Homo homini virus (Meridiano Zero), vincitore del Contro Premio Carver 2015 e terzo al Premio Nabokov 2015; il saggio Io sono un’opera d’arte, viaggio nel mondo della performance-art (Dal Sud). Un racconto tradotto in inglese per il Mammoth Book, l’antologia curata da Maxim Jakubowski, un altro tradotto in francese e pubblicato in duplice lingua nel numero “le BAROQUE” (2015) della rivista internazionale “Les Cahiers européens de l’imaginaire”, fondata da Michel Maffesoli e Gilbert Durand. Recentemente ha pubblicato i romanzi Disturbi di luminosità (Gaffi) e Brama (Perrone); la trilogia poetica Mancanza-Deserto-Città metafisiche. è co-direttrice insieme a Giordano Tedoldi del blog letterario Suiteitaliana e collabora con Inverso.

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