Ripartire dal desiderio

La questione del desiderio è intrinsecamente legata alla differenza di genere e in particolare al femminile. Ebbene, cosa vuole una donna?

Decostruire l’idea di “donna” come categoria ontologica, e intenderla invece come costrutto sociale legato a una divisione del lavoro, serve proprio a pensare che anche le donne possano costituirsi come individui, ovvero fare i conti con il proprio desiderio, che è diverso per ciascuno e non segue necessariamente le linee del binarismo di genere.

Non è la Rai, il #metoo, gli incel e l’educazione sessuale: per quale ragione sembra essersi innescata una “guerra tra sessi”?

Anche qui è una questione storica: le donne hanno smesso da un po’ di tempo di essere identificabili con il ruolo che gli era stato assegnato, ovvero quello di occuparsi esclusivamente del privato e del lavoro riproduttivo. È stata una conseguenza delle esigenze di espansione del capitalismo. Questo provoca un cambiamento epocale, che chiede una risignificazione anche a livello del nostro immaginario. Le posizioni identitarie si rafforzano come forma di reazione: gli uomini si sentono minacciati nella loro virilità tradizionale; le donne rispondono rivendicando proprio quelle caratteristiche che il capitalismo ha già trovato modo di sfruttare a suo favore: la cura, l’appeal erotico, la docilità. È una grande semplificazione, naturalmente, ma rende l’idea di come questi due fronti si radicalizzino, anche grazie naturalmente all’intervento dei media e di internet, cioè delle narrazioni di cui siamo fruitori e fautori.

Lei mescola sapientemente personal essay, psicoanalisi, filosofia e sociologia, cinema e cultura pop: qual è l’attuale senso dell’equazione «il personale è politico»?

Che il personale è politico è una cosa che abbiamo imparato proprio dall’ingresso delle donne nella politica, grazie al femminismo. Leggere in senso politico anche quelle cose che ci sembrano riguardare la sfera privata delle nostre vite, in particolare la sessualità, è un modo molto efficace per ricordarci che siamo animali sociali, e che siamo sempre (anche in quello che consideriamo esclusivamente individuale), inseriti in una rete di relazioni, in primis materiali, vale a dire in un rapporto di sfruttamento, perché siamo parte di una società fondata sull’esistenza di classi sociali. È per questo che cerco di tenere insieme nel libro anche la mia esperienza personale: mi consente di posizionarmi e relativizzare le mie posizioni, e allo stesso tempo di riflettere su queste esperienze in un quadro più ampio, cioè sociale e politico.

Dove risiede il motivo per cui il discorso politico si è impossessato del moralismo?

Io credo che dipenda da un radicale senso di impotenza che vivono le persone di fronte all’accentramento del potere (economico in primis). Sentendosi impotenti di fronte a questioni fondamentali ma molto al di fuori della propria possibilità di comprensione e di azione, ci si concentra sulla condotta del singolo (sia essa la propria o quella degli altri) perché questo dà un’illusione di agency, di spazio di manovra. Il problema è che questa è, appunto, un’illusione, e perpetua anzi proprio l’idea di fondo che il capitalismo cerca di inculcarci, ovvero che siamo individui isolati, che ognuno è padrone del suo destino, e se fallisce nella vita è solo colpa sua.

Le proteste del secondo decennio degli anni 2000 quali conseguenze hanno concretamente prodotto e qual è ad oggi lo status delle discriminazioni di genere?

Trovo fondamentale che l’opinione pubblica sia vigile sul sessismo diffuso nella società, e se questo accade è anche soprattutto merito di movimenti come Non una di meno. Il grande problema è che sembra mancare in molti casi un’attenzione, più che alle forme di discriminazione vissuta dalle minoranze, allo sfruttamento sistemico che investe tutta la società. Questo non è naturalmente solo un limite dei movimenti. Allo stesso tempo penso che i tempi siano maturi, giocoforza anche la pandemia che stiamo vivendo, per allargare il discorso e creare delle reti politiche più ampie, ma perché questo accada deve diventare chiaro che essere antisessisti e battersi per la tutela dei soggetti più a rischio non basta. Serve un desiderio di futuro, una visione politica.

Elisa Cuter è dottoranda e assistente di ricerca alla Filmuniversität Konrad Wolf di Babelsberg. Editor del Tascabile, si è occupata di critica cinematografica e questioni di genere per diverse testate. Ripartire dal desiderio è il suo primo libro.

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