Ema_Womenpost

Cos’è Ema_Womenpost e con quali intenti nasce?

Un progetto tecnicamente nato lo scorso anno come sintesi fra la passione per la scrittura, l’interesse per la mitologia greca intesa come strumento di comprensione e la curiosità per la comunicazione social. Ho iniziato pubblicando su Instagram, attratta dal linguaggio fotografico, per approdare in seguito su FB. Racconto di donne o meglio, ricerco nelle biografie al femminile quello che mi appare universale e archetipico. Attraverso le loro storie ho l’opportunità di parlare di coraggio, talento, identità, tolleranza, carisma, intuizione, creatività, ispirazione, imperfezione, di cadute e di rinascita. Scrivo di pioniere, visionarie, combattenti, di donne spesso discriminate, ferite ma raramente cedevoli.

Oggidì, il corpo messo al centro del dibattito nella società contemporanea è quello muliebre. Quali forze diverse ed in contrapposizione si combattono su questo campo?

Credo che vi siano forze economiche, commerciali e finanziarie (moda, cinema, tv, pubblicità) che ritengono l’uso del corpo femminile funzionale ai loro particolari interessi. Al contrario, esistono anche elementi culturali, sociali e politici che respingono l’idea che la donna possa essere strumentalizzata per scopi meramente commerciali. In questa contrapposizione, è fondamentale l’aspetto educativo e di formazione delle nuove generazioni.

Nel raccontare le donne, ho anche descritto corpi maltrattati, derisi, malnutriti, modificati, abusati, profanati, mutilati. La realtà non è come spesso ci viene descritta e le imperfezioni dovrebbero essere accolte e guardate con maggiore compassione. Ho scritto, ad esempio, di una giovane artista famosa per ritrarre corpi nudi di anziane: nulla di scabroso, nulla che alludesse alla sessualità, casomai alla vita, al tempo, ai malanni e alla rinascita. Questi ritratti contemporanei mi hanno ricordato le abbondanti Veneri paleolitiche, legate al culto della Dea Madre e del Femminile, che nulla hanno a che vedere con alcuni stereotipi contemporanei decisamente offensivi.

Quali metodi suggerisce per sviluppare la consapevolezza del funzionamento della cultura patriarcale e, dunque, quali antidoti consiglia?

Attingendo alla mitologia greca, mi viene in mente un’immagine in proposito. Quando Artemide, dea della caccia e della luna, compì tre anni, la madre Leto la portò sull’Olimpo per mostrarla a Zeus e alla divina parentela (estrema sintesi di società patriarcale). La bambina chiese ed ottenne dal padre arco e frecce, una muta di cani con cui andare a caccia, una tunica corta per poter correre, montagne e terre selvagge come luoghi di appartenenza. Questo è, secondo me, quello che metaforicamente la famiglia – e il genitore maschio in particolare – dovrebbe fornire alle figlie: la capacità di essere assertive e una visone fiduciosa della vita. Ho scritto di ragazze stimolate dai propri padri nell’affrontare sfide inaudite ma anche di giovani ostacolate da un ambiente patriarcale, misogino e vendicativo.

Nell’ambito della sfera pubblica, poi, ritengo che il compito della politica, intesa a finalizzare l’interesse comune, sia quello di smantellare una concezione arcaica dei rapporti uomo-donna. Attraverso la scuola infine e con il contributo dei media, si potrebbero avviare programmi di studio per dare maggiore consapevolezza circa l’uguaglianza di genere.

La strada da percorrere per rendere omogenee le istanze paritarie è ancora piuttosto lunga: misoginia e mentalità patriarcale sono aspetti ancora insiti negli individui, a prescindere dal sesso e dal genere.

La polisemia di accezioni (genere linguistico, biologico e sociale) che sviluppa, dimostra quanto la dimensione linguistica emani riecheggiamenti nella maniera in cui si avverte la realtà, si erige l’identità e si calcificano i preconcetti. Reputa che modi di dire, proverbi e battute possano costituire l’anticamera di forme di violenza? Penso ai recenti fatti di cronaca televisiva.

Certamente. Vorrei proporle un episodio personale che nulla ha a che vedere con la violenza ma che comunque risuona un poco offensivo. Quando ho imparato a guidare, mio padre mi disse: “brava, guidi proprio come un uomo”. Naturalmente si trattava di una battuta cui non feci caso ma che oggi appare quantomeno stridente. Ho scritto di una giovane arbitra (sostantivo femminile, usato fin dal Medioevo in prosa ed in poesia), bersaglio di commenti sessisti per il solo fatto di aver osato violare un santuario ritenuto maschile. Ho anche raccontato la vita di ragazze prese di mira, oltraggiate e perfino uccise perché diverse, anticonformiste e non allineate.

Talvolta i media sono il serbatoio di comportamenti aggressivi, violenti e volgari nei confronti delle donne. Mi preoccupa il fatto che questo sia diventato un modello sociale accettato da molti e replicato acriticamente.Non solo, il linguaggio quotidiano è diventato veicolo di misoginia e di offesa gratuita.

Non a caso gli insulti, gli apprezzamenti e gli inviti rivolti alle donne, hanno spesso una connotazione sessuale.

Come si coniugano giornalismo culturale e biografia?

A pensarci bene, le biografie di ciascun* sono piccoli capolavori perché unici. Il mio approccio è quello di una persona curiosa e di una professionista credibile. Quando mi documento, vado alla ricerca di informazioni corrette, date esatte, circostanze attendibili. Aderisco alla regola aurea del giornalismo anglosassone delle cinque W (who, what, where, when, why) ma mi piace spingermi oltre. Inizio a pensare come quella determinata donna avrebbe pensato, mi immedesimo, divento come lei, soffro e gioisco, partecipo della sua vita. Ho scritto di scienziate, artiste, pioniere, sportive, attiviste, creative. Per quel che posso, contribuisco a far conoscere talenti ed ingegni ignorati, sottovalutati o dimenticati. Non so se questo si possa definire giornalismo culturale. Di sicuro è amore per la condivisione.

Emanuela Gnecco

Laurea in Scienze Politiche, Università La Sapienza, Roma

Giornalista professionista

Esperienze: carta stampata, uffici stampa, televisione, mobile journalism.

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